venerdì 28 novembre 2014

Lo "stanchino" Beppe Grillo nomina un direttorio. Uno non vale più uno, dunque. Ma c'è un futuro per il Movimento Cinquestelle?


La si pensi come si vuole ma il "quintetto" prescelto da Grillo e Casaleggio, "apprezzato" dal 91% della rete pentastellata, pone fine al proverbiale "uno vale uno", espressione che ha letteralmente frantumato gli zebedei, dal primo "vaffa" in piazza a Bologna in avanti. Adesso è "plastico" che uno non vale più uno: ci sono cinque fedelissimi che dirigeranno l'azione politica. 
A Vesper 2.0 (in onda da domani su Rmk) il deputato regionale grillino Matteo Mangiacavallo sostiene che i recenti insuccessi elettorali del Movimento Cinquestelle scaturiscono dalla campagna denigratoria che la grande stampa avrebbe "organizzato" nei confronti del grillismo. 
Ammettendo (pur non concedendo del tutto) che la campagna denigratoria ci sia, trovo riduttivo (e l'ho detto in trasmissione) attribuire solo a questa il calo di consensi di Grillo. Che non a caso si è detto "stanchino". 

Forse perché Beppe non si aspettava certo di finire (perfino lui) al centro di contestazioni clamorose, tra cui quella genovese dopo l'alluvione, quella che sicuramente più delle altre gli ha fatto male, a sancire drammaticamente che proprio nessuno è profeta patria. 
Ciò detto, negare che il grillismo abbia costretto tutti gli altri protagonisti della vita pubblica a scoprire la bellezza della democrazia (e dello streaming) sarebbe disonesto. Ma alla fine il Movimento Cinquestelle ha mostrato grossi limiti di proposta. La politica dei no "a prescindere" evidentemente non ha pagato. "Grillo non è il Movimento", dice con sincerità sempre a Vesper 2.0 Matteo Mangiacavallo. Grillo non sarà il Movimento ma ne sceglie il direttorio, si potrebbe rispondere. 
La domanda è: c'è un futuro per il Movimento Cinquestelle? Se continuano a soffiare i venti di scissione temo di no. Dinamiche tipiche, all'italiana. Nasceranno due movimenti da due stelle e mezzo ciascuno? I grillini più ortodossi dovrebbero forse ragionare su un tema: chi in passato ha votato per il Movimento non ha cambiato direzione, ma forse ha solo preferito restare a casa. 
Il primo obiettivo del cosiddetto "direttorio" (che brutta terminologia per chi voleva rivoluzionare anche il linguaggio) potrebbe essere quello di convincere queste persone a tornare alle urne. Magari facendo un po' di sana autocritica, non limitandosi ad incolpare il destino cinico e baro.
Massimo D'Antoni
@dantonisciacca

mercoledì 26 novembre 2014

Berlusconi pronto a "perdonare" Alfano: l'ultimo colpo di scena di uno a cui la politica italiana non interessa più nulla



Nella migliore delle tradizioni mistificatorie Silvio Berlusconi ieri si è detto disponibile a "perdonare" Angelino Alfano. Ma perdonarlo da che cosa? Evidentemente dalla decisione dello scorso anno assunta dall'ex delfino, che improvvisamente decise di colmare il "gap" che gli mancava opponendosi, piuttosto coraggiosamente, va ammesso, ad una rinascita di Forza Italia più dettata dalla rabbia del capo per la sua condanna definitiva subita sulla questione dei diritti tv Mediaset che per ragioni politicamente alte e nobili.
Non risulta che qualcuno abbia chiesto perdono a Berlusconi. Ma lui vuole apparire sempre come il Giulio Cesare tradito da Bruto. Perché lui continua a ritenersi infallibile, pur sapendo che la storia ha sancito che infallibile non era (e non è). Tanto più che oggi Alfano potrebbe perfino contrattaccare, dicendo che non è certo lui colui che deve chiedere perdono, e che la sua scelta di non arroccarsi sulle posizioni estremiste (suicide) imposte da un certo "brunettismo" in definitiva è stata vincente. 
Ma  Angelino Alfano conosce troppo bene Berlusconi. Il quale dal canto suo sa bene che il Centrodestra non gli appartiene più, così come fatica ad esistere ancora. Il capo è ormai costretto a tentare qualunque strada per convincere che la politica italiana continui ad interessargli qualcosa. Un po' come il Milan, diciamolo pure. 
Il patto del Nazareno è per lui intoccabile. La sensazione è che lo sia non tanto per i risvolti riguardanti le possibili riforme istituzionali, quanto per gli impegni che Matteo Renzi sta prendendo ancora una volta per salvare il suo impero televisivo (maxisconto già accordato dall'Agcom sui canoni per le frequenze tv sia a Rai sia a Mediaset è un segreto di Pulcinella per non essere annoverato tra le intese inconfessabili).
Ma prima del ritiro Berlusconi vuole lasciare l'eredità politica, sapendo bene (compiaciuto) che c'è un sacco di gente che continua a pendere dalle sue labbra. Un'eredità sotto forma di un Centrodestra costretto però a rincorrere, su posizioni che definire oltranziste è un eufemismo, il leader leghista Matteo Salvini. 

E alla fine il "perdono" annunciato da Berlusconi ad Alfano (spero che il Ministro non faccia l'errore di assecondarlo) secondo me è solo il foglio di via definitivo a Raffaele Fitto. Come dire: io a te il partito non lo darò mai. A costo di organizzare improbabili casting per scegliere i dirigenti del futuro, a costo (perfino) di far tornare all'ovile la pecorella smarrita Angelino Alfano.
Massimo D'Antoni
@dantonisciacca

martedì 25 novembre 2014

Gli applausi (ipocriti e blasfemi) di Bruxelles a Papa Francesco dicono che dal 2015 non possiamo aspettarci niente di buono


Tra poco più di un mese arriverà il 2015. Quello vero. Che non è certo quello che Robert Zemeckis e Steven Spielberg ci fecero immaginare trent'anni fa in "Ritorno al futuro II": niente auto volanti, niente skateboard sospesi, niente giacche che si asciugano automaticamente né "autolacci" per non farci scomodare ad abbassarci per sistemarci le scarpe. Niente doppie cravatte come quelle (improbabili) indossate dal Marty McFly del futuro.
No. Questo 2015 è tutt'altro che simbolo della modernità. Che gli autori di quella magnifica saga cinematografica avrebbero anche potuto immaginare perfettamente se solo avessero disegnato e trasposto sul grande schermo una raffica di cloni (che é è questo ciò che siamo diventati) tutti con la testa china sulla tastiera del telefonino o del tablet. 
In realtà il mondo del 2015 (quello reale) è il simbolo del degrado culturale, sociale, politico e (ahimé) economico, che ci trasciniamo ormai da anni. Quella deriva che ha allargato in maniera sempre più preoccupante il divario tra ricchezza e povertà, tra chi ha perso perfino la dignità e chi invece sguazza nell'oro. Perché il problema non è la mancanza di assunzioni, ma la necessità di avere leggi che permettano di licenziare chi lavora. 

È un mondo drammaticamente squilibrato quello nel quale viviamo. Quello dell'austerità rigida (per l'interesse di pochi) che ha mortificato la crescita e aumentato la miseria. Papa Francesco, che proprio oggi a Bruxelles ha invitato i capi europei a ricordarsi di restituire dignità al lavoro, si è visto tributare una marea di applausi. 
Delle due l'una: o non hanno capito cosa ha detto il Pontefice oppure, battendogli le mani, hanno esercitato la più blasfema delle ipocrisie.
Massimo D'Antoni
@dantonisciacca

lunedì 24 novembre 2014

Dal Berlusconismo al Salvinismo: diventa sempre più preoccupante l'identikit della Destra italiana


"Bossi chi"? Possono ben domandarselo ormai i nuovi dirigenti della Lega nord, che alle ultime regionali ha "doppiato" Forza Italia. Un dato che fornisce indicazioni significative circa lo "stato di salute" del Centrodestra italiano. La scelta del leader di Forza Italia di selezionare attraverso un vero e proprio "casting" di giovani leve la nuova classe dirigente del suo partito apre scenari completamente inopinati, a partire dalla sostanziale inadeguatezza che Silvio Berlusconi riconosce nei confronti di chi dovrebbe prenderne il posto (immortalità o meno prima o poi accadrà). Con buona pace di uno come Raffaele Fitto, che dopo l'addio di Angelino Alfano pensava che finalmente toccasse a lui, costretto però a non potere capacitarsi del fatto che ad una sostanziosa clientela elettorale non corrisponde un possibile efficace esercizio della leadership. 
Ma quello che fa riflettere è che sul piano della strategia politica ormai i moderati italiani "inseguono" Matteo Salvini. È lui il vero leader della Destra. Ora, i puristi mi perdoneranno, il passaggio dal Berlusconismo al Salvinismo è indicativo di una deriva decisamente preoccupante. Cercare l'intesa con Salvini, che come tutti i vincenti in questo momento non fa altro che alzare il prezzo, obbedisce solo ad una logica numerica, non certo di proposta politica. Tanto più che Salvini è colui che ha già fatto un accordo politico con Marine Le Pen, erede di Jean Marie e, non a caso, di quella destra (qui lo scrivo minuscolo) più xenofoba e razzista che ci sia, quella che si sta diffondendo in Europa. 

Si dirà: chi vota Lega in massima parte è chi ha colto il messaggio più semplice, il "No Euro" che ha già permesso all'altro Matteo di interpretare quei bisogni di cambiamento che il Movimento Cinquestelle ormai ha dimostrato di non sapere più interpretare. Sullo sfondo però rimane un problema di credibilità anche a livello internazionale.
A Matteo Salvini tutto questo ovviamente non interessa. Perché alla fine "carta canta", e i risultati elettorali gli danno ragione. E se il Partito Democratico non litigasse così tanto potrebbe approfittarne ancora di più. Perché come il 41% delle Europee fu un segnale di fiducia a Matteo Renzi, il dato dell'astensionismo (anche se tradizionalmente si astiene l'elettorato moderato) è un segnale di insofferenza verso una politica sempre più parolaia, che pensa di risolvere i problemi della ripresa economica ad esempio aumentando l'IVA. 
Massimo D'Antoni
Twitter: @dantonisciacca

venerdì 21 novembre 2014

Landini accusa chi sostiene Renzi di non essere onesto. Poi si scusa. Meno male

Bisogna riconoscere a Maurizio Landini di non essersi arrampicato sugli specchi: ha riconosciuto di aver detto una cavolata senza invocare il contesto o, peggio, senza accusare gli altri di averlo frainteso. Ciò premesso, la sua dichiarazione secondo la quale il Premier Matteo Renzi non avrebbe il sostegno delle persone oneste rientra, tutto sommato, nel solito viziaccio di una certa Sinistra. Idee di questo tipo sono piuttosto diffuse, soprattutto in certi salotti radical-chic, anche se questi nulla hanno a che fare con il leader della Fiom. 
L'idea di base detenuta a denti stretti è che chi non la pensa in una certa maniera o è culturalmente limitato oppure è in malafede. Non si scappa. Ho sempre tentato di ribellarmi a questa impostazione. Con scarsi successi, lo ammetto. Un'impostazione generale che induce a giudicare malamente perfino gli stessi gusti artistici. Un'elaborazione del "pensiero unico" all'amatriciana. 
Più che il conflitto sociale questo scivolone di Landini fa tornare alla ribalta una certa intolleranza di chi pensa di essere il detentore della verità. Lo chiamano complesso di superiorità.
Massimo D'Antoni
@dantonisciacca

giovedì 20 novembre 2014

Sindaci sempre più (unici) parafulmine del malcontento della gente. Spesso loro malgrado


Un tempo venivano solo fischiati o contestati in maniera tutto sommato civile, entro i canoni della buona creanza. Sempre più spesso oggi invece vengono aggrediti, perfino malmenati. Sto parlando dei sindaci e degli amministratori in genere. Il catanese Enzo Bianco è una delle vittime più recenti, mentre qualche giorno fa se i primi cittadini di Genova e Carrara non fossero stati protetti dalle forze dell'ordine chissà cosa sarebbe successo. Vogliamo parlare del primo cittadino di Roma Ignazio Marino?
Si dirà: è l'evoluzione del "piove governo ladro", anche se un celebre comico milanese anni fa faceva notare che "il governo comunque è ladro anche se non piove". Il problema oggi è che la situazione è diventata complicata. La gente ha fame (letteralmente) e con qualcuno se la deve pur prendere. La violenza ovviamente era e rimane ingiustificata. Ma non sottovaluterei le ragioni del cittadino comune, quello che non capisce più il teatrino della politica, con questi protagonisti che litigano impunemente non capendo che l'interesse collettivo chiede ben altro.

È indubitabile, in ogni caso, che ai sindaci si attribuiscono troppe responsabilità, più di quelle che effettivamente hanno. Sono loro i primi, i secondi e i terzi punti di riferimento della gente. E sono loro quelli che rischiano di pagarne le conseguenze più serie. 
Questo non è giusto. C'è un senso della misura che rischia giornalmente di sfuggire non (sempre) per colpa degli amministratori ma loro malgrado. 

mercoledì 19 novembre 2014

Non solo trattativa: "l'altra" lotta alla mafia continua a produrre risultati


Se questo famoso "cerchio" attorno a Matteo Messina Denaro si fosse ristretto davvero così tanto, come dicono tutti, il superboss probabilmente non avrebbe lo spazio neanche per andare in bagno. Purtroppo così non è. E forse non è certo solo il bagno il posto che il capo oggi riesce a frequentare più o meno liberamente. Oggi possiamo "solo" apprezzare l'ennesima raffica di arresti di personaggi che, pare, fanno parte del suo clan. Non è poco, intendiamoci. Buon lavoro ai magistrati antimafia, che continuano a cercare di riscattare questa terra, malgrado molti indigeni e altrettanti rappresentanti politici ne siano sostanzialmente infastiditi.

Di Matteo Messina Denaro in ogni caso continua a non esserci alcuna traccia. Almeno fino a questo momento la terra bruciata attorno al capo dei capi, se c'è, evidentemente si rinnova in quattro e quattr'otto, e per ogni fiancheggiatore che finisce in carcere ce n'è subito un altro pronto a prendere il suo posto. Il suo esercito continua a sopravvivere, la sua cattura invece è rinviata. Evidentemente a data da destinarsi.
Gli arresti di oggi però dicono molto. Dimostrano, tanto per fare un esempio non secondario, che nella lotta alla mafia la magistratura (per fortuna) lavora su fronti diversi, anche se sotto i riflettori di giornali, telegiornali e talk show ci finiscono solo ed esclusivamente i processi sulla trattativa Stato-mafia. Trattativa che c'è stata, e la morte di Paolo Borsellino da questo punto di vista grida vendetta. Ma non faccio né il pm né il giudice, non conosco gli atti  processuali, anche se mi permetto rispettosamente di pensare che l'audizione del Presidente della Repubblica mi ha dato la profonda impressione di essere stata solo una inutile perdita di tempo, come d'altra parte ampiamente prevedibile.
C'è anche una lotta alla mafia che procede sui binari della dura quotidianità. Ed è davanti a questa che, oggi, mi tolgo il cappello.
Massimo D'Antoni
@dantonisciacca  

lunedì 17 novembre 2014

Razzisti? Si può esserlo, ma solo nei confronti dei cretini. I quali, come sanno tutti, non hanno passaporto

«Non siamo noi che siamo razzisti, sono loro che sono napoletani».Così gli "onorevoli" Rotunno e Gramaglia (Covatta e Paolantoni) ai primi anni '90 arringavano, da un'improbabile Tribuna politica su Odeon Tv, sfottendo in modo straordinario l'avanzata leghista. C'era ben poco da ridere già allora, e loro lo sapevano bene, malgrado le risate registrate in stile sit-com.
In massima parte i razzisti si arrabbiano se li si accusa di esserlo. E precisano di non essere razzisti, ma che i problemi da loro sollevati non possono essere più sottovalutati. Ora, premesso che è vero che spesso si rischia di liquidare ogni questione sollevata, anche la più ragionevole, come l'espressione di un razzismo (anche quando questo non c'è), è anche vero che "sotto sotto" il più delle volte è solo ed esclusivamente razzismo, al di là di patetici tentativi di travestirli da altro.

Parliamo del fenomeno migratorio. Molti non capiscono che Lampedusa è davvero la porta d'Europa. Chi sospetta che chi approda qui viene a "toglierci il lavoro" (per dirla con uno dei tanti slogan fasulli) non sa che di fatto chi approda qui in realtà poi si disperde per ricongiungersi con i propri cari. I quali sono disseminati ovunque: Svezia, Olanda, Germania, Gran Bretagna, Francia. Anche Italia, naturalmente. In Italia ci rimane però una piccola parte. Sempre che questo possa rappresentare un problema in un mondo, quello di oggi, profondamente cambiato. 
Ma il razzismo latente è quello che induce a sospetti, dubbi, paure. Facendo dimenticare perfino che la criminalità indotta fisiologicamente dai fenomeni migratori (bandiera della Destra, non solo di quella estrema) alla fine non è peggiore né migliore di quella "nazionale". Ci fa trascurare il dato reale che ci sono molti delinquenti  italiani, i quali non è che siccome sono nostri concittadini sono più "affidabili" di quelli stranieri. 
Se c'è un problema questo va affrontato, ma senza pregiudizi. Perché alla fine razzisti si può e si deve esserlo, ma solo nei confronti dei cretini. E i cretini, come sanno perfino le pietre, non hanno passaporto.
Massimo D'Antoni
@dantonisciacca 

venerdì 14 novembre 2014

Rassegniamoci pure: le prospezioni petrolifere ci saranno, la battaglia è perduta, meglio occuparsi d'altro


Folgorato sulla via del petrolio, perfino Rosario Crocetta attribuisce all'approdo delle trivelle nel canale di Sicilia un'importanza straordinaria. Parla di "royalties" che saneranno i bilanci degli enti pubblici e di posti di lavoro a iosa che le prospezioni petrolifere garantiranno ai siciliani. 
Questa vicenda, in generale, suscita diverse riflessioni. Se da un lato non può sfuggire il "pericolo" che la nostra terra, abituata a piangersi addosso per la mancanza conclamata di opportunità di sviluppo, quando ne ha una come questa chieda in buona sostanza di farne a meno, dall'altro si può osservare che le ricerche di idrocarburi nel mare siciliano obbediscono ad una scelta di sviluppo economico ormai conclamata. E questo anche se si tratta di una scelta che contraddice nettamente l'idea di un territorio così amato da chi lo visita soprattutto per le sue più importanti risorse naturali: il paesaggio e il mare. 

Sono stati giudicati trascurabili, ad oggi, gli aspetti sismici e vulcanologici che caratterizzano i fondali per centinaia di chilometri e che hanno visto gli esperti lanciare allarmi concreti, rimasti tuttavia inascoltati. 
Dopo che Renzi ha detto che non intende sottostare alle battaglie dei comitati locali (si riferiva alla Sicilia, alla Calabria e alla Basilicata) la sensazione piuttosto netta è che occorra rassegnarsi. 
Sì perché il Governo una decisione l'ha presa, ed è quella di consegnare il canale di Sicilia (e non solo questo) alle industrie petrolifere. L'ha fatto obbligando anche la maggioranza parlamentare ad approvare, a sacco d'ossa, il decreto sblocca Italia. L'ha fatto malgrado gli ordini del giorno (inchiostro miseramente sprecato) presentati dall'Ncd contro le trivellazioni. 

Insomma: non è per pessimismo, ma forse sarebbe meglio accettare la sconfitta e cominciare ad occuparci d'altro.
Massimo D'Antoni
@dantonisciacca

giovedì 13 novembre 2014

Tv locali abbandonate dallo Stato. 70mila posti di lavoro a rischio in Italia


Settantamila posti di lavoro. È questo il numero degli addetti delle emittenti locali che, per colpe non certo addebitabili a loro, rischiano di finire in mezzo alla strada. Il problema scaturisce dall'introduzione del digitale terrestre (giugno 2012). Lo Stato a suo tempo ha assegnato delle frequenze, obbligando le aziende ad adeguamenti tecnologici che, di fatto, le hanno dissanguate.
Nel frattempo l'Unione Europea ha aperto una procedura d'infrazione contro l'Italia perché alcune di quelle frequenze "disturbano" segnali Tv di altri paesi (Malta, Francia, Croazia). Soluzione trovata dall'Ue: il ritiro delle frequenze. E i soggetti Tv all'epoca riconosciuti "operatori di rete"? Addio, possono chiudere. Con buona pace delle belle parole sullo sblocca Italia e sulla ripresa economica dietro l'angolo. A meno che le predette emittenti non trovino la possibilità di farsi ospitare da altri operatori di rete che non disturbano nessuno. Operazione tutt'altro che gratuita, s'intende.
Lo Stato italiano, molto attento negli ultimi anni a risolvere problemi dei grossi gruppi editoriali (e di conseguenza politici, ogni riferimento è puramente intenzionale) si sta assolutamente disinteressando del destino di tantissimi lavoratori che dal primo gennaio prossimo rischiano di finire in mezzo alla strada. Il punto è che se le frequenze che lo Stato aveva deciso di assegnare non andavano bene, che colpa ne hanno le emittenti? La soluzione sarebbe stata quella di assegnarne altre che non disturbassero nessuno. E invece niente. Per i 15 mila lavoratori di Alitalia una soluzione è stata trovata. Per 70 mila operatori delle emittenti locali la soluzione è un ristoro economico per le emittenti interessate. E i lavoratori? Il loro destino a questa classe dirigente non interessa. E il dubbio che si vogliano soltanto "zittire" tante voci libere è dietro l'angolo. 
Succede anche in Sicilia, l'unica regione d'Italia (Governo Lombardo ma anche quello attuale) che non ha aiutato le emittenti locali costrette ad adeguarsi all'introduzione del digitale terrestre. Tutto questo avviene in un silenzio assordante, in un clima di manifesta inutilità di una classe parlamentare per la quale le Tv locali sono importanti solo se e in quanto forniscono un microfono.
Massimo D'Antoni
twitter: @dantonisciacca

Il carcere duro: perché il dibattito sul singolo caso Cospito si sta estendendo sulla norma nella sua interezza

Avere trasformato la singola questione riguardante lo sciopero della fame dell'anarchico Alfredo Cospito in un dibattito (con molte, tro...