Avere trasformato la singola questione riguardante lo sciopero della fame dell'anarchico Alfredo Cospito in un dibattito (con molte, troppe dietrologie) sulla natura, e perfino sull'opportunità stessa dell'applicazione del regime del carcere duro, si sta rivelando una forzatura spaventosa. E, ancora una volta, ne è venuta fuori l'ennesima pagina del copione infinito del "teatrino della politica". Il tema, delicato e al tempo stesso controverso, è stato oggetto, in passato, di considerazioni avanzate dalla stessa Corte europea dei diritti dell'uomo, che però non hanno prodotto alcun risultato concreto, e il "carcere duro" ha resistito a diverse spallate.
martedì 31 gennaio 2023
Il carcere duro: perché il dibattito sul singolo caso Cospito si sta estendendo sulla norma nella sua interezza
Avere trasformato la singola questione riguardante lo sciopero della fame dell'anarchico Alfredo Cospito in un dibattito (con molte, troppe dietrologie) sulla natura, e perfino sull'opportunità stessa dell'applicazione del regime del carcere duro, si sta rivelando una forzatura spaventosa. E, ancora una volta, ne è venuta fuori l'ennesima pagina del copione infinito del "teatrino della politica". Il tema, delicato e al tempo stesso controverso, è stato oggetto, in passato, di considerazioni avanzate dalla stessa Corte europea dei diritti dell'uomo, che però non hanno prodotto alcun risultato concreto, e il "carcere duro" ha resistito a diverse spallate.
giovedì 19 gennaio 2023
Ma 30 anni di latitanza sono (anche) colpa di quella parte di società che continua a considerarsi controparte dello Stato
Indubbiamente ci sono tanti punti oscuri nella storia della lotta alla mafia, rivelatori (e in modo piuttosto inequivocabile) delle connivenze tra Stato e criminalità organizzata. E questo ben al di là della questione della trattativa, diventata oggetto di procedimenti giudiziari che hanno avuto un esito a dir poco deludente per chi li ha istruiti. Ma tutto questo non toglie nulla all'importanza della cattura di Matteo Messina Denaro. E di questo va dato atto a chi ha portato a termine questo risultato.
Bisogna pensare male? Sì, bisogna. E allora penso male pure io: se Messina Denaro è rimasto latitante per 30 anni, e probabilmente a casa sua, non è stato solo per la protezione di quella che il procuratore De Lucia ha definito "borghesia mafiosa" o, per dirla con l'ex magistrata Teresa Principato, "delle massonerie internazionali", ma è stato anche perché è stata la stessa società che oggi inorridisce e minimizza, eleggendosi a "controparte" dello Stato, a ritenere che la sostanza della democrazia dipenda esclusivamente da quello che decidono i governanti, limitandosi ad autoassolvere la propria coscienza.
venerdì 13 gennaio 2023
Libri. Giorgio Scerbanenco, autore noir. Italiano (a dispetto del cognome)
altre sue cose, perché è una fase, quella attuale, in cui mi va di conoscere autori del passato, che raccontavano storie che, in futuro, i fatti di cronaca avrebbero confermato come non ci sia niente di più inedito della realtà, e di come la realtà superi regolarmente la fantasia.
giovedì 15 dicembre 2022
Ma chi brandisce il Qatargate contro la superiorità morale in fondo vuole solo giustificare le sue marachelle
Che politica è mai quella che, per ragioni di interesse elettorale, definisce la sostanza etica stessa di un'idea per colpa di qualche infedele che prende tangenti? Io questo lo pensavo già nel 1992, quando Mani pulite scoperchiò il malaffare diffuso tra i partiti dell'epoca, avviandone in estrema sintesi, in parte giustamente, in parte no, la cancellazione dalla storia. Lo penso ancora oggi.
È chiaro anche a me come il Qatargate sia di una gravità inaudita. Ma il giochino di considerare il Pd come simbolo di questo malaffare che viene mosso soprattutto da destra (e non solo) mi sembra azzardato. Anche se scaturisce, va ammesso, da quella supposta superiorità morale che, in effetti, faceva abbastanza puzza anche nel '92. Ma chi non ha peccato di superiorità morale scagli la prima pietra. Sono il primo ad essere deluso della dura realtà che sta venendo fuori (in attesa delle sentenze) attorno all'inchiesta sulla moglie e sulla suocera di Abubakar Soumaoro, le cui battaglie sindacali lo hanno trasformato in personaggio politico.
La sensazione che prevale in me è comunque che chi brandisce l'inchiesta di Bruxelles come uno scudiscio lo faccia un po' per giustificarsi delle sue marachelle. Perché alla fine il tentativo è sempre quello di appaiare le responsabilità e ribadire, per l'eternità, che "ladro io, ladri tutti". Ovvero: "tutti colpevoli, nessun colpevole".
No, non funziona così. Anche se è chiaro che prima chi veniva sorpreso a rubare almeno un po' si vergognava. Oggi non si vergogna più nessuno. E se l'obiettivo di Mani pulite fu quello di cambiare la storia, questo non solo non è successo, ma è possibile dire che il quadro è nettamente peggiorato.
Aggressione di Mosca in Ucraina criminale, ma la cultura russa non si può boicottare
domenica 27 novembre 2022
Da "Esterno notte" a "Il Dio disarmato": Moro tra ricostruzioni e legittime suggestioni artistiche
Nel suo film "Esterno notte", dedicato alla tragedia di via Fani e agli eventi privati e pubblici attorno al rapimento e all'uccisione di Aldo Moro, Marco Bellocchio propone una chiave di lettura che, alla ricostruzione storica, affianca anche alcune libere interpretazioni con evidenti e forse inevitabili finalità drammaturgiche. Questo fatto è stato oggetto di polemica, anche dalle nostre parti, da parte di personalità di primo piano di quella che fu la Democrazia cristiana di quegli anni, a cominciare dal mio amico onorevole Lillo Pumilia. A cui riconosco una straordinaria capacità di oggettivare i suoi ragionamenti, anche quando questi riguardino o esaminino persone o vicende a lui vicine.
E, devo ammettere, onestamente non è mai stato accertato che Moro, in una confessione che sarebbe avvenuta nella "prigione del Popolo" a don Mennini, abbia detto al prete di odiare Giulio Andreotti (ancorché accusando, per questo motivo, un cristiano senso di colpa). E, d'altra parte, anche se la confessione ci fosse davvero stata, il segreto di quella confidenza non avrebbe potuto essere svelato se non violando forse il più monumentale dei precetti della religione cattolica.
È un fatto passato alla storia, tuttavia, quello riguardante la decisione della famiglia Moro, che rifiutò i funerali di Stato. Che, per inciso, furono celebrati lo stesso ma in assenza del feretro in chiesa. Le spoglie mortali di Aldo Moro erano state benedette in cerimonia privata.
Così come è un fatto che fu scritto nero su bianco dallo statista (accusato anche per questo fatto di non essere più lucido a causa della sua prigionia) "Il mio sangue ricadrà su di loro", riferendosi espressamente ai capi del suo partito, che con la "linea della fermezza", avallata dal PCI, di fatto lo condannarono a morte. Da appassionato di cinema, ho apprezzato la ricostruzione scenografica, la regia (sul piano tecnico) e le prove di altissimo livello degli attori del cast, a partire da quella di Fabrizio Gifuni. La parte del film relativa alla ricostruzione per così dire "fantasiosa" da parte di Marco Bellocchio personalmente non la ritengo scandalosa. Sì, in alcuni frangenti forse è forzata, e non sarò certamente io a negare che possa in qualche maniera risentire di possibili condizionamenti ideologici dell'autore. Quella di Bellocchio però rimane, in ogni caso, una chiave di lettura legittima, compresa la suggestione del finale che non è stato, quello di Moro vivo (sperato da Cossiga)
, che apre gli occhi ed esce dal cofano della Renault 4 parcheggiata in via Caetani incamminandosi verso un futuro che, invece, nella realtà era già stato interrotto. Non si possono pretendere da un film rigorosissime ricostruzioni fattuali. Tanto più che ci sono fatti rimasti tuttora senza spiegazione. Per le ricostruzioni fattuali ci sono i documenti e i documentari.
Qualche giorno fa ho presentato a Sciacca, invitato dalla mia amica Ornella Gulino della libreria Ubik, un libro sul caso Moro. Si intitola "Il Dio disarmato", di Andrea Pomella, pubblicato da Einaudi. Sul piano della collocazione dei fatti ci fermiamo solo a via Fani. Ma se ci si chieda in quale altro modo, dopo tutti quelli a cui scrittori, giornalisti e storici hanno fatto ricorso in 44 anni, sarebbe stato possibile raccontare l’agguato di via Fani, io credo che la risposta sia proprio in questo libro. Nel quale l’autore attraversa più volte, e con una scrittura potente e intensa, i 3 minuti di quello che, citando il titolo della grande inchiesta televisiva di Sergio Zavoli, è stato il momento più buio della “Notte della Repubblica”. E, d’altronde, il grande giornalista dedicò ben 3 delle 18 puntate di quel programma che, parlo da giornalista, avrebbe dovuto, così come dovrebbe ancora, fare parte della materia storica dell’istruzione pubblica.
Qualche giorno fa ho presentato a Sciacca, invitato dalla mia amica Ornella Gulino della libreria Ubik, un libro sul caso Moro. Si intitola "Il Dio disarmato", di Andrea Pomella, pubblicato da Einaudi. Sul piano della collocazione dei fatti ci fermiamo solo a via Fani. Ma se ci si chieda in quale altro modo, dopo tutti quelli a cui scrittori, giornalisti e storici hanno fatto ricorso in 44 anni, sarebbe stato possibile raccontare l’agguato di via Fani, io credo che la risposta sia proprio in questo libro. Nel quale l’autore attraversa più volte, e con una scrittura potente e intensa, i 3 minuti di quello che, citando il titolo della grande inchiesta televisiva di Sergio Zavoli, è stato il momento più buio della “Notte della Repubblica”. E, d’altronde, il grande giornalista dedicò ben 3 delle 18 puntate di quel programma che, parlo da giornalista, avrebbe dovuto, così come dovrebbe ancora, fare parte della materia storica dell’istruzione pubblica. Una delle preoccupazioni nelle presentazioni di un libro, soprattutto se si tratta di un romanzo, è il cosiddetto rischio che venga “spoilerato” il finale. Non è questo il caso. Eppure, leggendo, ed è merito dell’autore, in qualche frangente sembra che debba succedere sempre qualcosa di diverso dalla linea temporale a tutti conosciuta. Ma, evidentemente, sul caso Moro c’è ben poco da spoilerare, lo sappiamo tutti, la successione dei fatti è entrata nella cronaca e nella mente di tutti noi.
Volendo rappresentare le analogie storiche con le vicende internazionali, e con i drammi vissuti da altre democrazie, potremmo dire che il caso Moro è stato uno dei nostri “11 settembre”, anche se secondo me è stato il nostro “22 novembre”, la data dell’assassinio a Dallas di John Kennedy. Dico questo perché, pur guardando da sempre con il più razionale dei disincanti possibili alle cosiddette “teorie del complotto”, credo che sull’omicidio del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro troppi punti oscuri, non a caso sfuggiti a testimonianze e ammissioni di responsabilità, siano tuttora rimasti oscuri.
Ma attenzione: non è di questo che si occupa Andrea Pomella nel suo libro (a parte un cenno alla inquietante minaccia di Kissinger a Moro sull’impegno di quest’ultimo a far "convergere le parallele" tra i due grandi partiti di massa). Certo, non può restare estranea alla narrazione dell'autore la simbologia del governo Andreotti che proprio quella mattina avrebbe dovuto presentarsi alla Camera per il primo governo, quello della “non sfiducia” da parte del Pci.
No, l’autore affianca ai fatti storici quello che considero un interessante “gioco del tempo”, cosa che solo un autore documentato, rigoroso a conoscenza dei fatti è in grado di fare, smontando e ricomponendo a più riprese la linea cronologica, spostando ora avanti, ora indietro, le lancette dei singoli eventi, offrendoci una successione apparentemente innaturale di prospettive inevitabilmente inedite, perché sono quelle degli occhi e dei sensi di chi ha vissuto personalmente quella tragedia, comprese le vittime, a partire dagli uomini della scorta di Moro, la cui parte in questa storia si trasforma in una specie di sublimazione non certo solo filosofica del protettore sprovvisto a sua volta di un protettore.
Ecco la parte del libro che lo rende unico. Voglio invitarvi a leggere, in tale direzione, quello che Andrea scrive nella sua nota dell’autore a fine romanzo. “Esistono tre verità riguardo ad uno straordinario avvenimento di sangue accaduto nel passato: una verità storica, una giudiziaria e una – più sfuggente – che ha a che fare con la percezione individuale e collettiva”. È effettivamente di quest’ultima quella di cui Andrea Pomella si occupa. Lo fa con delle ipotesi narrative suggestive ma assolutamente verosimili, con lo stile del romanziere che mette a disposizione del racconto non tanto la fantasia, quanto l’immedesimazione vera e propria. Ci racconta, Pomella, l'uomo e le sue emozioni. In un libro il meccanismo è diverso da quello di un film. Ma anche qui c'è la fantasia.
Entriamo così nel privato di Aldo Moro, raffreddato e insonne, con la testa ai suoi studenti ma anche ai figli, alle prese con un rapporto da “nonnetto” con il nipotino Luca, di cui tornerò a parlare tra poco. Entriamo nella vita di chi ancora oggi, attraversando la zona di Roma tra via Stresa, del Trionfale e, naturalmente Fani, si imbatte nella lapide commemorativa di quella tragedia. Entriamo nella vita di chi ci passò nel 1978, di chi come lo stesso Andrea c’è tornato mentre Marco Bellocchio allestiva il set del film “Esterno notte”. Entriamo nelle vite degli uomini della scorta, di quella del maresciallo Leonardi, così come nelle vite di Eleonora Moro, la rigorosissima moglie del presidente, che cerca di proteggere per come può la parte privata della vita del marito. Una specie di “loop” che Andrea propone e ripropone, permettendoci di entrare per un momento nella vita di chi passò da quelle parti, di chi prima si accorse di qualcosa di strano e di chi dopo assistette al drammatico spettacolo della tragedia.
Voglio concludere con un riferimento al piccolo Luca, il figlioletto di Fida Moro, colei che più di chiunque altri presagiva la tragedia. Ecco, io attribuisco alla figura di Luca quella del vero protagonista di questo romanzo. Intravedo, nel rapporto privilegiato tra il nonnetto e il nipote, che ci sia un lascito testamentario di tipo culturale e religioso. D’altronde, recentemente, Luca a precisa domanda su chi possa essere una sorta di nuovo Moro tra le personalità politiche dell’attuale panorama nazionale, ha detto: “io accosto mio nonno solo a Gesù”.
domenica 16 ottobre 2022
Preoccupa l'arretramento in vista sui diritti civili, ma la democrazia non è morta
mercoledì 3 agosto 2022
Giocatori d'azzardo: sabato sera alla Lega Navale Virman Cusenza presenta il suo libro
Ci sono storie, dentro la Storia, che meritano di essere conosciute. In "Giocatori d'azzardo" (Mondadori) Virman Cusenza (già direttore de "Il Messaggero" e "Il Mattino") ce ne consegna due: da una parte quella di Enzo Paroli, avvocato antifascista bresciano, dall'altra quella di Telesio Interlandi, forbitissimo giornalista del regime fascista e dichiaratamente razzista, noto come il "ventriloquo di Mussolini". Due storie che si intrecciano, con Paroli che non solo decide di assistere legalmente Interlandi, ma di offrirgli addirittura un nascondiglio insospettabile (la sua stessa abitazione), in un momento storico a dir poco drammatico, quello che dopo il tentativo di Mussolini di rinascere nella RSI prima di essere ucciso, segnerà l'epilogo della guerra civile con le vendette dei partigiani contro i quadri dello sconfitto regime.
Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia, non ha ancora concesso l'amnistia ai vecchi gerarchi che dopo l'8 settembre hanno commesso reati politici. E così Interlandi rischia grosso, sia di fronte ai partigiani, sia di fronte al primo governo scaturito dalla Liberazione del Paese. Evade dal carcere dove è rinchiuso. Per la verità viene scarcerato a seguito di un apparente equivoco. L'avvocato Paroli ne accetta la difesa, ma favorendone la latitanza rischia di perdere la dignità di uomo democratico e antifascista e, ad un tempo, di calpestare i dettami stessi della sua professione. Ma può un avvocato rifiutare di difendere un accusato? È una delle domande che segnano da secoli la coscienza di chi esercita la professione dell'avvocato, inducendo a riflessioni su riflessioni anche chi operatore del diritto non è ma che avrà la possibilità di leggere questo libro.
Virman Cusenza ha portato a termine un lavoro minuzioso di ricerca e di analisi delle fonti storiche, atti pubblici e lettere private. Lo ha fatto dopo avere appreso che di questa storia si era occupato Leonardo Sciascia, paladino del Diritto nella letteratura contemporanea. Solo la morte, sopravvenuta nel 1989, gli impedì la conclusione di quel lavoro editoriale.
Sabato sera, alle 21, alla Lega Navale, in una serata organizzata dalla libreria Mondadori di Sciacca, presenteremo questo libro. Sarò io ad avere il privilegio di intervistare Virman Cusenza. Il contenuto di "Giocatori d'azzardo" è una vera e propria riproduzione di spunti di argomenti dell'attualità. Quello che, quasi filosoficamente, merita secondo me un approfondimento è il tema della pietà per gli sconfitti. Si possono rispettare i diritti universali di una persona non solo accusata, ma anche colpevole? Ne parleremo. Vi aspetto sabato. L'evento è organizzato con la collaborazione del Rotary di Sciacca. Al termine della serata degusteremo i vini delle Cantine Feudo Arancio, partner della libreria Mondadori nella rassegna dal titolo "Libri sotto le stelle".
domenica 23 gennaio 2022
Del voto e delle promesse, del popolo e delle ambizioni: la storia sembra destinata a ripetersi
Sembrano preistoria le valutazioni più o meno dottrinali sul valore civico di chi mette a disposizione il proprio tempo al servizio della collettività. D'altronde a rivelare le difficoltà nell'amministrare è il consenso pubblico che, ormai in maniera puntuale e scientifica, viene rivolto a quelli che sono all'opposizione. I quali assumono su di loro il compito di interpretare l'insoddisfazione popolare (niente di male, è una delle principali regole della democrazia). Salvo, poi, precipitare nel consenso quando è il loro turno, ossia nel momento in cui tocca a costoro entrare, per dirla con Pietro Nenni, nella famigerata "stanza dei bottoni". Il ragionamento non ha colore politico, vale per tutti gli schieramenti.
Ora, siccome io non riesco ad accettare come programma politico il punto che "la colpa è di chi c'era prima" (il caso di Musumeci che sullo sfascio delle Terme di Sciacca continua ad additare Crocetta mi sembra decisamente emblematico), bisognerebbe soltanto che i competitors avessero il coraggio, in campagna elettorale, di dire la verità agli elettori. Solo che, ahimè, la verità non produce consenso. Voglio dire che noi elettori, nella baraonda dei problemi e anche di chi li ha causati, non meritiamo alcuna assoluzione.
Nel 2017 fu oggettivamente eccessivo lo slogan elettorale di Francesca Valenti contro l'amministrazione precedente ("Mai più 5 anni così"). Eppure fece ugualmente presa. Perché il popolo è così, e io (che per fortuna faccio un altro mestiere) al posto di Fabrizio Di Paola non mi fiderei granché di chi oggi torna ad adularlo rimpiangendone l'esperienza, perché il più delle volte sono gli stessi che gli avevano voltato le spalle e che, probabilmente, torneranno a farlo.
Ma la politica è così, e non parlo dei soliti politicanti che riescono sempre a galleggiare passando da uno schieramento all'altro come dentro una porta girevole, ma di quel cittadino a cui, nelle campagne elettorali, si fa credere quasi di disporre di poteri soprannaturali per risolvere problemi che in qualche caso sono vecchi di qualche secolo. Ci sono personaggi della politica che sarebbero in grado quanto meno di bussare alle porte giuste o di telefonare alle persone adatte, per intercettare finanziamenti. Personaggi che, però, e talvolta per bizzarre alchimie e attrazioni fatali, faticano ad ottenere il consenso adatto. È il suffragio universale, bellezza. Che, per fortuna, ancorché con tanti difetti, come quello che ho tentato di sottolineare, rimane l'unica strada possibile. La scelta della pancia, talvolta verso sedicenti taumaturghi da cui non comprerei la classica auto usata, fatalmente non produce quasi mai risultati concreti. Perché naturalmente facciamo parte, e a pieno titolo, dei 60 milioni di commissari tecnici italiani.
E allora il tutto si concretizza puntualmente nell'ennesimo atto di un teatrino dove tutti pensano di avere ragione, soprattutto se le rispettive cortigianerie glielo fanno credere. A venire fuori è l'ennesima contrapposizione in chiave farsesca tra guelfi e ghibellini, che non fa bene a nessuno. Non è tempo di teorie di alta scuola. Amministrare è difficile, e questo lo riconoscono tutti. Ma credere a scatola chiusa a chi prometterà gli immancabili effetti speciali richiede tanta ingenuità. Eppure, al di là del voto di protesta, che sembra essere l'unica (ma inutile) arma rimasta nelle mani del cosiddetto "popolo", la storia sembra destinata a ripetersi. E i giornalisti ci ritroveremo ancora una volta, come ci viene rimproverato da chi spesso "coraggiosamente" denuncia al telefono ma non vuole parlare al microfono, a parlare sempre degli stessi problemi.
domenica 14 novembre 2021
Se del tatticismo esasperato si è stufata perfino "la maggioranza silenziosa" c'è di che preoccuparsi
Emerge, in questo quadro, una saggezza che il presidente Mattarella ha reso sempre più palpabile, rendendone evidente una personalità talmente discreta da rivelarsi lontana anni luce da un agone in cui i cosiddetti "leader" si atteggiano a superstar e i loro cortigiani a fans scatenati, disponibili a tutto pur di eccellere in qualsiasi virtù cortigiana, a partire da quelle meno nobili.
Nel dire no alla sua stessa rielezione, il capo dello Stato è andato oltre, riprendendo una posizione già espressa da uno dei suoi predecessori più discussi, quel Giovanni Leone che aveva invocato una (condivisibile) modifica alla Costituzione nella direzione di impedire l'ipotesi stessa di un secondo mandato al presidente uscente, anche per superare quel semestre bianco nel corso del quale non possono essere sciolte le camere. Prescrizione che, in un Parlamento parcellizzato come quello italiano, è sicuramente un punto debole che rende ancora più anacronistica la nostra stessa forma di Stato.
La prima volta che si era presentata l'ipotesi di un secondo mandato in Italia fu nel 2013, quando Giorgio Napolitano si vide costretto (a denti stretti) a prolungare il suo settennato. Nel 2015 sarebbe arrivato al Colle Sergio Mattarella. Il resto è storia nota. Così come nota è la paradossale ambizione di Silvio Berlusconi di essere eletto come suo successore.
La sceneggiatura della storia politica italiana prevedeva che dopo Mattarella (e a seguito di una parentesi a Palazzo Chigi) al Quirinale dovesse andare Mario Draghi. Di cui probabilmente, però, ci sarà bisogno ancora come guida del governo. Difficile fare previsioni, mi guardo bene anche io da questo esercizio di stile del quale sarei soltanto l'ultimo di una lunga lista.
Ma è il tema del tatticismo esasperato quello su cui, in conclusione, voglio soffermarmi. È, quella nella quale viviamo, la politica delle mosse più o meno a sorpresa, con un'azione fatta presumendo di conoscere anzitempo la reazione dell'avversario, nel tentativo esclusivo di metterlo in difficoltà o di tarparne le ali. Una fenomenologia non certo nuova, intendiamoci. Tuttavia, se in passato il gioco delle parti vedeva protagoniste personalità dallo spessore culturale indubitabilmente più robusto, oggi siamo di fronte a un cast di quelle che un tempo non avrebbero avuto nemmeno la dignità delle terze linee.
Il tatticismo ha reso la politica (purtroppo a tutti i livelli) sempre più autoreferenziale e distante dal sentire comune. E per sentire comune non intendo certamente le cortigianerie ma, piuttosto, quella che un tempo veniva definita "maggioranza silenziosa", quella composta da tante persone che chiedono soltanto le cose normali. I dati sull'affluenza alle urne (adesso precipitati perfino a livello locale, cosa che secondo me deve preoccupare) ci dicono che perfino la maggioranza silenziosa si è stancata di questi politici che giocano a scacchi e puntano sul carrierismo. È a loro che Sergio Mattarella ha inflitto una lezione di eleganza.
giovedì 14 ottobre 2021
L'astensionismo anche nei comuni accumula altra polvere sulle tesi sul bene comune di Platone e Montesquieu
Disaffezione che appare orientata chiaramente verso un senso di sfiducia e stanchezza nel riporre una qualche speranza in un modello di cambiamento del sistema a partire, essenzialmente, dalla sua capacità di tornare a dare qualche risposta. Speranze che vengono puntualmente disilluse.
In una visione la più possibile obiettiva della questione, è urgente riflettere sul fatto che se fino a pochi anni fa l'astensionismo era il segno di un malessere oggettivo che, tuttavia, risparmiava ancora gli enti locali, avamposti residui della compiutezza del rapporto tra il cittadino e il suo amministratore, sublimandosi soprattutto nel rinnovo delle assemblee elettive regionali, nazionali ed europee, oggi purtroppo la tendenza a starsene a casa sembra riguardare sempre di più anche la dimensione strettamente civica.
Non si può negare che questo accada anche perché negli ultimi 20 anni i comuni hanno dovuto gestire perennemente le emergenze, costretti ad arrabattarsi con sempre minori risorse economiche a propria disposizione. Una situazione originata da una "devolution" alla quale il Paese non era preparato, sconoscendone metodiche e soprattutto effetti. A questo si aggiunga che ormai i comuni sono letteralmente svuotati di impiegati, e il tentativo di correre ai ripari è quello, per essere chiari, di cercare di svuotare una vasca da bagno con uno scolapasta.
In questo quadro, e in considerazione del fatto che a votare adesso anche per le elezioni comunali ci va poco più del 50% degli aventi diritto, quella che viene fuori è l'immagine di una classe politica sempre più autoreferenziale, dove a spadroneggiare sono i cosiddetti "gigli magici", con l'immancabile arena fatta di contrapposizioni politiche (soprattutto personalistiche) che, ad eccezione delle rispettive cortigianerie di chi governa e di chi sta all'opposizione, interessano assai poco il resto della collettività. Che, dal canto suo, appare a dir poco sfiduciata, rassegnata, frustrata e repressa, con i suoi cittadini che guardano ai fatti della vita pubblica della propria comunità più o meno svogliatamente, incapaci di comprendere fino in fondo quella che talvolta appare come una stravagante e inconcludente polemica il più delle volte fine a se stessa, dove "meriti e abilità" da una parte, e "colpe e responsabilità" dall'altra, inducono a pensare che alla fine quelle che vengono fuori sono soltanto chiacchiere (e senza neanche il distintivo).
D'altronde se la filosofia politica da sempre incentra le sue tesi di studio sulla possibilità che chi amministra possa compiere delle scelte come sublimazione del bene comune, è purtroppo anche vero che tutto questo oggi non è più possibile. Le scuole di Platone e Montesquieu sono da decenni riposte nel cassetto a prendere polvere. Oggi se un comune non è più in grado di rispondere alle esigenze primarie di un territorio (le strade, l'acqua, la spazzatura e i servizi) le ragioni sono diverse, e purtroppo solo in parte attribuibili alla capacità o all'incapacità del singolo amministratore, visto che (per dirne una) i livelli sovracomunali di governo, ancor più autoreferenziali, per rispondere all'invocato taglio dei costi della politica intervengono riducendo il numero di consiglieri comunali eletti nella singola municipalità. Pur sapendo che un consigliere comunale eletto percepisce meno di 20 euro a seduta, mentre l'indennità di carica degli amministratori, al netto della assurda demagogia attorno a questo argomento, è a dir poco ridicola.
E così, le risposte fornite non solo sono assolutamente lontane dal raggiungimento dell'obiettivo (nella fattispecie, ripeto, quello di abbassare i costi della politica), ma rendono i comuni stessi ancor più ingovernabili, riducendo vertiginosamente la forbice che separa i numeri della maggioranza e quelli dell'opposizione, in una condizione nella quale è sufficiente lo spostamento di appena un paio di posizionamenti in consiglio che improvvisamente il sindaco in carica si ritrova già senza più una maggioranza che gli permetta di andare avanti.
La domanda che a conclusione di questo ragionamento viene da porsi è: ma che senso ha mettersi in gioco per cercare di amministrare una città? Se la ragione è la vanagloria personale ci può anche stare. Ma serve a poco, perché la disillusione è dietro l'angolo, anche per se stessi. Perché oltre alle contumelie degli avversari, pochi giorni dopo la vittoria elettorale inizieranno anche i malumori dei propri sostenitori. E alla fine la vanagloria sarà stata soltanto come il maggiordomo dei film gialli: il colpevole del fallimento.
martedì 31 agosto 2021
Fazello tra gli autori de "La Strada degli Scrittori" è un omaggio all'identità culturale di una città che si accapiglia per niente
Purtroppo un territorio che vive tanti problemi genericamente riferibili alla sua (scarsa) qualità della vita, non riesce ad attribuire alla Cultura quel ruolo di faro perennemente acceso sulla reale natura dell'umanità, che è quella di conoscere la storia del mondo, apprezzandone le arti e valorizzandone la bellezza. È una comunità, la nostra, che si accapiglia per ben poco, anzi per niente (per citare Franco Battiato, un altro fulgido esempio dell'arte siciliana). Per esempio in difesa di due alberi che impediscono di apprezzare quel capolavoro dell'arte quattrocentesca che è il Portale marmoreo scolpito da Francesco Laurana.
Poi è una città che si accapiglia molto per il Carnevale, ma la chiudo subito qui perché tutte le volte che ne parlo vengo puntualmente frainteso sul ruolo che, eppure, io per primo attribuisco a questa manifestazione. Sciacca è terra di artisti, pittori di altissimo spessore, di iniziative culturali che si riuscivano ad organizzare (Un Punto nel Mediterraneo la più celebre) che poi non si sono più organizzate.
Mi soffermo su questo argomento per dire che le presentazioni di libri non hanno certamente sostituito gli altri (necessari) interventi programmabili nel mondo dell'intrattenimento (musicale o teatrale). Sono diversi i target, diverso è lo stile, diverse le finalità. Rimangono, tuttavia, degli appuntamenti che qualificano solo per il fatto di esserci la sostanza culturale stessa di una comunità, rimarcandone la scelta, esaltandone la valenza identitaria e, di conseguenza, respingendo una possibile scelta diversa, che è sostanzialmente quella dell'accidia culturale, di un'indolenza caratteriale che, di fatto, continua a mortificare molte delle anime di una Sicilia che, eppure, ci vede in qualche maniera discendenti di Pirandello, di Sciascia, di Rosso di San Secondo, di Tomasi di Lampedusa, di Camilleri, di Russello e, naturalmente, anche di Tommaso Fazello.
venerdì 20 agosto 2021
Madamina, il catalogo è questo: la deriva di una società di cortigiani risentiti e di politici permalosi
Farò delle considerazioni impopolari. Ma se significa non seguire l'onda, francamente ne vado orgoglioso. La deriva sociale e politica, dal livello romano a quello locale, assume ogni giorno connotazioni sempre più tangibili e preoccupanti per la tenuta (ritengo) delle fondamenta stesse della democrazia. Lo rivela un dibattito nel quale tanti protagonisti (quelli che tradizionalmente corrispondono quasi sempre a chi non ha responsabilità di governo) si fanno più o meno abilmente interpreti del malcontento. Sarebbe legittimo se questo fosse solo uno degli ambiti d'azione. Tuttavia oggi questo fenomeno sembra essere assurto all'unico ambito d'azione possibile.
Da tutto questo discende un fenomeno bizzarro. Quello di un dibattito politico nel quale se chi governa invoca comprensione per la difficoltà del ruolo che ricopre, chi è minoranza getta benzina sul fuoco delle polemiche e dell'insoddisfazione popolare. E quando le parti si invertono, il brogliaccio della messa in scena rimane lo stesso. Semplicemente gli attori cambiano posizione sul palco. Con la variabile (buona per tutte le stagioni) che chi vince le elezioni chiarisce al popolo in attesa della rivoluzione di non potere fare granché per migliorare le cose perché (figuriamoci) ha ricevuto la peggiore delle "eredità" politiche possibili da chi c'era prima.
lunedì 9 agosto 2021
La vera verità di regime è che sui vaccini il governo è ostaggio della spregiudicatezza
Sarà sfuggito, a Big Pharma, il mio Iban, perché (ad oggi) non ho ancora ricevuto un centesimo derivante dal mio presunto asservimento alla cosiddetta "verità di regime" (concetto utile un po' per tutto, un po' come il prezzemolo). E vai di "Circo mediatico", "Terrorismo giornalistico" e di tutto il resto di quell'armamentario brandito da soggetti in crisi di fantasmi, che invocano raziocinio e analisi "oggettive" di statistiche e casse da morto tra una seduta spiritica e una preghiera alla Madonna, dubitando sdegnati dei benefici del vaccino, schifati da "ciò che c'è dentro", sputando sentenze da "laureati all'università della vita" magari mentre si abbuffano di cozze di dubbia provenienza o (naturalmente) credendo alla leggenda metropolitana che l'attore Morgan Freeman sarebbe in realtà il grande chitarrista Jimi Hendrix, la cui morte (come quella di Elvis o di Jim Morrison) sarebbe una colossale messa in scena.
Entriamo nel dettaglio. A noi che raccontiamo la vita di tutti i giorni ci viene chiesto sostanzialmente di "barare", smettendola di ricordare continuamente che i morti sono solo i non vaccinati, eccependo (in punta di idiozia) che anche i vaccinati muoiono. Il principio di fondo è chiaro: chi si vaccina muore di certo perché è quello che provocano i vaccini, mentre chi non si vaccina, se proprio muore, è solo per colpa del destino cinico e baro. È la verità a proprio uso e consumo, come se si ordinasse una pizza al bar. E quindi dovremmo censurare le notizie diramate da fonti certe e verificate (i giornalisti iscritti all'Albo devono obbedire a questa norma, gli opinionisti di Facebook laureati all'università della vita non hanno certamente alcun obbligo).
Sarebbe interessante un'analisi sociologica sul ricorso al "Green Pass farlocco" da parte di chi si erge a paladino di un principio (nella fattispecie quello "no-vax") non disdegnando al tempo stesso una truffa ai danni del prossimo (con tanto di ipotesi di reato di epidemia colposa) pur di entrare al ristorante o di non perdersi l'ultimo cocktail. Su questo proverò a cimentarmi prossimamente. Oggi è più urgente affrontare il contenuto dell'articolo 32 di quella Costituzione della Repubblica Italiana che tantissimi "professori di Diritto" da quattro soldi invocano come la ricetta vincente della loro strampalata opinione.
Il predetto articolo recita testualmente: "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.". Se la prima parte fuga ogni dubbio circa l'ipotesi di negare le cure del SSN a chi, ultranegazionista, si trovasse ad avere a che fare con "la fame d'aria", la seconda è di una chiarezza innegabile. I padri costituenti ipotizzarono trattamenti sanitari obbligatori "se non per disposizione di legge".
Ed eccoci, così, alla parte più debole di questa battaglia contro il Covid. Il tanto vantato governo Draghi, modello internazionale anziché no, sta rivelando la propria fragilità politica rispetto alla questione tra le questioni. Perché non rendere la vaccinazione obbligatoria, tra balbettii e timori che perfino la straordinaria autorevolezza del premier non riesce a sfumare, sta rendendo completamente inutile il senso civico e morale (per dirla alla Sergio Mattarella) di chi ha deciso di farsi somministrare il vaccino. Un governo che, sul Covid, è letteralmente ostaggio dell'espressione più cinica e spregiudicata di un populismo (quello rappresentato da Matteo Salvini) che sta di fatto impedendo al Paese quella rinascita propugnata evidentemente soltanto a parole.
L'incertezza del governo sull'obbligo di vaccinazione per gli insegnanti, e il disinteresse nei confronti delle aziende (hanno ragione i sindacati, non è possibile affidare la questione ad un banale principio discrezionale) rivelano una timidezza sconcertante, col pericolo di rendere vani i sacrifici fatti e di riempire nuovamente (a breve) tutti i posti letto e le terapie intensive disponibili, proprio quello scenario che rischia di indurre i sanitari a "scegliere chi salvare". Ecco qual è la situazione attuale.
Infine i fatti. Quelli su cui si basa chi lavora nell'informazione. Le notizie sono notizie. Giornalisticamente è inevitabile riferire se i deceduti negli ospedali (a proposito, la loro età è ogni giorno più bassa) fossero persone vaccinate o meno. Un po' pochino per considerare un giornalista "assoldato" alle aziende farmaceutiche o alla "verità di regime" o a quella "dittatura sanitaria" che, specialmente se lamentata da "Fratelli d'Italia" (quelli col simbolo del vecchio M.S.I. D-N) o da "Forza Nuova", non può che sollevare la più drammatica delle ironie possibili di una storia vergognosa fatta di annullamento di ogni diritto, di assassini più o meno politici e di sostegno alle leggi razziali.
Questo articolo, per quello che vale, è dedicato a tutti gli operatori sanitari del servizio pubblico che si sono dedicati anima e corpo a combattere contro la pandemia.
lunedì 26 luglio 2021
Di Cesare Pavese e del suo insegnamento a non fare troppi pettegolezzi
"Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi". Fu questo il contenuto del biglietto che il 27 agosto 1950 Cesare Pavese fece trovare accanto al suo corpo senza vita. Aveva deciso che non poteva esserci più posto per lui nell'esistenza. Il suo irripetibile genio, neanche quello più razionale, non ebbe la meglio sulla sua infelicità. Affidò ai barbiturici il congedo drammatico dal suo mestiere di vivere. Aveva solo 42 anni. "Non fate troppi pettegolezzi", dunque. Nel momento più difficile della sua vita Cesare Pavese trasse lo spunto, con tragica, inarrivabile ironia, per stigmatizzare il più secolare degli esercizi di stile. Immaginando come una cosa drammaticamente normale, che di fronte al suo suicidio i suoi cari, ma anche i suoi lettori, coloro che ne avevano ammirato l'eloquio e l'impegno politico (antifascista), limitassero al minimo indispensabile le inevitabili elucubrazioni sulle ragioni del suo definitivo gesto.
Non c'è dubbio che la notizia di un suicidio susciti, piuttosto inevitabilmente, scalpore e curiosità diffusa nella pubblica opinione. Ho scelto da tempo, come giornalista, di non attribuire a quello che probabilmente è il fatto più privato che ci sia nell'esistenza di un uomo o di una donna, una valenza di interesse pubblico. Generalmente nei nostri telegiornali non ne parliamo. Onestamente non siamo i soli, anche altri colleghi e altre testate hanno fatto questa scelta.
Certo, può accadere di doverci occupare di un fatto di questo tipo per ragioni diverse e contingenti (se, per dire, le circostanze riguardino un personaggio pubblico ovvero, ad esempio, se si tratti del fatto di cronaca di qualche settimana fa a Ribera di un omicidio-suicidio). È, la nostra, una forma di autocensura che trae spunto proprio dal contenuto del biglietto di Cesare Pavese. Perché se la curiosità pubblica è antropologica per antonomasia, adattare i celebri 5 precetti del giornalismo (Chi, Che cosa, Dove, Quando e Perché) ad un caso di suicidio è un esercizio superfluo sia nei confronti di chi ha preso la decisione di suicidarsi, sia in quelli di chi lo ha amato, che evidentemente si struggeranno fino alla fine nel tentativo di capire e, probabilmente, nel senso di colpa di non avere capito.
Non è vero che non esiste via d'uscita al diritto di cronaca. Il diritto di cronaca deve inevitabilmente confrontarsi con la dignità della persona. A che cosa serve, dunque, sprecare inchiostro in congetture di cui nessuno, se non la vittima, sarà mai in grado di stabilire la sostanza? Se il giornalismo è chiamato a rispettare la verità, allora di fronte alla tragedia di un suicidio è chiamato a rispettare tanto di più. Scegliendo la via della discrezione. Onorando la memoria di chi non ce l'ha fatta più, condividendo (per quanto possibile) la disperazione di chi è rimasto a piangerlo. Sapendo che, ahimè, non c'è più rimedio. Tutto il resto è totalmente superfluo.
martedì 20 luglio 2021
I leader che lisciano il pelo dei No-Vax offrono la cifra della pochezza culturale in cui è precipitato il Paese
Ma perché sono soprattutto i politici di destra quelli che non accettano le misure precauzionali e difendono coloro che negano l'evidenza? È una domanda alla quale, francamente, non riesco a trovare una risposta. È un tema dove le contrapposizioni ideologiche non dovrebbero avere grande importanza. L'unica risposta possibile è che probabilmente sanno che il loro elettorato mal digerisce l'imposizione di regole che se da un lato sono volte a contenere la diffusione del virus, dall'altro rallentano il processo di ripresa di un tessuto economico che dalla pandemia sta uscendo con le ossa rotte.
Se così fosse sarebbe piuttosto strano che chi ha formato la propria sostanza politica sulla base di modelli storici e politici in qualche caso autoritari, proprio su questo argomento invochi libertà di coscienza o il rispetto di un'opinione "democraticamente espressa". E, aggiungo, se così fosse, quella organizzata e tuttora sul tappeto sarebbe una politica assolutamente miserabile.
Il punto vero è che la Medicina e la ricerca scientifica in genere non hanno niente a che vedere con la Democrazia. Se è complicato (sicuramente lo è dal punto di vista giuridico) pensare di potere imporre per legge la vaccinazione anche a chi non la vuole somministrata, fatico a comprendere l'opposizione di fronte alla possibilità di rendere obbligatoria la fruizione di servizi e di ingressi al ristorante o a teatro soltanto a chi è in possesso del Green Pass.
Nella vita si compiono scelte, si assumono decisioni. Non è giusto che chi ha deciso di vaccinarsi non abbia il diritto di potere avere una conduzione di vita migliore di chi invece ha scelto di non farlo (per i suoi motivi). E allora se devo andare al ristorante, sulla base del parere degli scienziati, devo condividere gli spazi con chi si è vaccinato. Altrimenti non abbiamo concluso niente. Così come è inaccettabile che l'immunità di gregge debba essere garantita esclusivamente da chi si è vaccinato, mentre chi non si è vaccinato debba quasi approfittarne. In definitiva, la diaspora tra "pro" e "contro" i vaccini ci fornisce la cifra della pochezza culturale nella quale è precipitata la società odierna.
sabato 17 luglio 2021
Curatori fallimentari battono cassa. Ma è normale che un tribunale non si preoccupi del diritto all'acqua dei cittadini?
Quando la società fallita è quella che gestisce il servizio idrico integrato (nelle more di una transizione che se non ci fossero stati sindaci così capricciosi sarebbe sicuramente in una fase più avanzata) i dubbi aumentano. Infatti: può la giustizia dei cavilli e dell'applicazione pedissequa degli articoli del codice disinteressarsi delle conseguenze del proprio agire nei confronti della comunità? Può, un giudice delegato, occuparsi del percorso formale di un procedimento senza preoccuparsi delle conseguenze che quel percorso produce nei confronti della comunità?
Non mi sarei attardato più di tanto in questa riflessione se uno ben più esperto di me (l'avvocato Giuseppe Massimo Dell'Aira) non fosse arrivato alla decisione di dimettersi dalla carica delicatissima di commissario prefettizio della Girgenti Acque già dopo la nomina di un incaricato dal tribunale delle imprese che (di fatto) sovrintendesse sulla gestione (economica, sic!) della società di Marco Campione. Contestò, Dell'Aira, proprio "il commissariamento dei commissari prefettizi". E tolse il disturbo.
Oggi che quello che rimane della Girgenti Acque deve pagare i debiti (tra i creditori più importanti c'è lo stesso Campione, ma questa è un'altra storia), i curatori fallimentari battono cassa. E sembra poco importargli se i soldi che il povero commissario prefettizio superstite Gervasio Venuti deve versare loro derivino dalle bollette idriche pagate dagli utenti o dagli stipendi dei lavoratori (uno dei motivi per i quali rischiano il licenziamento). Lo spauracchio conseguente di questo scenario drammatico, a fronte di tale realtà, è che materialmente improvvisamente non ci sia più nessuno che possa fare funzionare gli impianti idrici, che dunque possa aprire i rubinetti. Una preoccupazione non certo solo mia (che faccio il giornalista) ma anche di chi ha la responsabilità di garantire quello che possiamo definire "il servizio dei servizi": quello dell'acqua. Venuti è preoccupato, la presidente dell'Ati Valenti è preoccupatissima.
In punta di piedi faccio osservare che la fase di transizione tra la gestione (fallimentare, e non solo tecnicamente) da Girgenti Acque alla nuova società consortile (che si è costituita di recente) non credo che si possa completare in quattro e quattr'otto. Le cose, dunque, sono assai più complicate di quanto certe campagne politiche (ho sempre pensato che il mestiere più bello del mondo sia quello del politico di opposizione) tendano a dimostrare.
E allora non può non essere chiaro che ci troviamo di fronte ad un vulnus nei confronti della comunità. Perché il tribunale fallimentare deve fare il suo mestiere, ma la gente ha pure il diritto di avere l'acqua, su questo non ci piove (mai metafora fu più azzeccata). Come è possibile che anche un giudice non si faccia queste mie stesse domande? È davvero così inevitabile che non ci si ponga questo dubbio? Alla luce della situazione oggettiva la risposta a queste domande è negativa. E, francamente, non mi può pace. Perché il fallimento riguarda una società, mentre nel modo in cui si sta agendo, le conseguenze vengono affibbiate ai cittadini che di quella società sono, in estrema sintesi, niente più che "ostaggi".
martedì 13 luglio 2021
Perché è solo la Nazionale quella che ci fa ritrovare il senso della comunità?
più attento ad una cosa così importante, o palesasse addirittura una lontananza inaccettabile da un tema così sentito.
lunedì 22 marzo 2021
L'oblio, da dimensione dell'angoscia a esercizio di un diritto non sempre legittimo
sabato 13 marzo 2021
L'onestà intellettuale, questa sconosciuta
Di esempi se ne possono fare a bizzeffe, e il mio ricorso ad un'analogia stretta col tifo sportivo non è casuale, giacché l'impostazione diffusa, anche nell'arena politica, rifugge sempre di più dal ragionamento (anche da quello contrapposto) per scadere puntualmente nel sostegno (fine a se stesso) al proprio partito e nel disprezzo (fine a se stesso anzichenò, sic!) del partito avversario. Il confronto tra idee è stato ormai sostituito dalle grida da Curva sud, i protagonisti della vita pubblica non si rispettano, tendendo più a sminuire il pensiero dell'avversario piuttosto che ad argomentare il proprio.
Il noto virologo Andrea Crisanti, nel corso della trasmissione "La Confessione" condotta da Peter Gomez, si è rivolto al presidente della Regione Veneto Luca Zaia dicendogli: "Io non la penso come te (chiaramente il riferimento è alle idee politiche, n.d.a.), ma insieme abbiamo lavorato bene. Poi i nostri rapporti si sono interrotti, e questo perché hai preferito circondarti di collaboratori che non ti facessero mai notare che stavi sbagliando". Crisanti per un po' aveva svolto il ruolo di consulente tecnico del governatore. Per poi avere il benservito. Il contenuto del suo messaggio a Zaia denota una indubitabile onestà intellettuale. Per una personalità forte, ci vuole una personalità forte e mezza.
E così le analisi politiche più autentiche sono quelle che non risentono di alcun condizionamento diretto o indiretto dalla situazione oggetto dell'approfondimento contingente. E qui entra in gioco anche il ruolo del giornalista. Ammetto di sentirmi (sempre più spesso) "tirato per la giacca" da chi ritiene che, all'interno di una contesa, dovrei "prendere le parti" di un protagonista o di una fazione, nell'altrui certezza che io non possa che condividere quella impostazione.
Succede spesso che la manifestazione di un'opinione, perfino quando questa è completamente scevra da interessi diretti o indiretti, susciti negli interlocutori dubbi e perplessità. Per la serie: "Come mai la pensi così? Forse perché sei di sinistra (o di destra)"? E questo sarebbe il minimo. Molto più frequenti sono ben altre le congetture: "La pensi così perché hai ottenuto un favore o perché ritieni di doverlo chiedere e, dunque, agisci solo per accattivarti delle simpatie". Se un avversario politico o un concorrente nel lavoro dice o fa una cosa che è la stessa che avremmo fatto noi, perché non riconoscerlo? Per non dargli soddisfazione? Chi lo fa viene quasi considerato con disprezzo, o considerato un consociativo, quando non ritenuto un colluso.
Insomma la tendenza diffusa è volta ad escludere, all'interno del dibattito, che la natura realmente di un commento o di un giudizio possa essere niente più che disinteressata. In una parola: non si crede nell'onestà intellettuale. Io invece ci credo. Ed è uno dei motivi per i quali il mio amato papà non ebbe mai la soddisfazione di vedermi scendere di persona all'interno della contesa politica. Perché credo che le idee libere siano quelle che permettano di manifestare un minimo di stima nei confronti di colui che la mattina ci guarda dallo specchio.
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