martedì 13 luglio 2021

Perché è solo la Nazionale quella che ci fa ritrovare il senso della comunità?

So bene che il mondo potrebbe benissimo fare a meno del mio commento sulla recente vittoria della Nazionale degli Europei di calcio. Per cui prometto che sarò breve.
Considero socialmente significativo il senso della comunità che la conquista della coppa (e ancora prima la superiorità espressa in campo dai nostri giocatori sin dalla prima partita con la Turchia) ha generato in un Paese oggi profondamente lacerato, con una distanza tra le classi sociali (se questa classificazione ha ancora un senso) che, ahimè, il covid ha pesantemente accentuato. Un Paese nel quale quella che fino a un anno fa poteva considerarsi la nostra "middle class" oggi si sforza faticosamente di galleggiare tra le acque agitate di quelle che gli esperti definiscono "nuove povertà". Differenze su cui, piuttosto che lavorare sulle soluzioni, i nostri politici orchestrano ogni giorno nuovi e sempre più violenti scontri, perfettamente e consapevolmente inutili, "buoni" solo a galvanizzare le proprie corti. 
Nell'era dei social non c'è stato leader che non abbia celebrato sulle proprie pagine la grande conquista sportiva, evidentemente timoroso che una eventuale dimenticanza avvantaggiasse il proprio concorrente
più attento ad una cosa così importante, o palesasse addirittura una lontananza inaccettabile da un tema così sentito. 
Il senso della comunità è quello su cui da tempo cerco di battere, nei limiti del mio agire, s'intende. Il nostro essere italiani, il nostro orgoglio di "appartenere" a questa Nazione, dovrebbe essere un concetto fondante, nel rispetto di una Costituzione che (noto) nei piani alti ci si affretta ogni giorno che passa a modificare. Dovrebbe essere, ma non è. E non è "benaltrismo" riflettere su quello che significhi oggi il senso di appartenenza. I tempi sono cambiati, è ovvio, ma al tifo per l'Italia calcistica dovrebbe associarsi quello per l'Italia dei diritti civili, del lavoro (è l'epoca in cui più di 400 operai toscani vengono licenziati via email), della crescita economica e della tutela delle fasce più deboli. Vale per gli italiani, vale anche per i siciliani, per gli agrigentini, per i saccensi. 
Il periodo che stiamo attraversando è drammaticamente disancorato dai problemi veri di un Paese che, per dire, nel suo ceto politico, registra leader che mettono in discussione perfino l'appartenenza stessa all'Europa, all'inseguimento di teorie xenofobe e omofobe, forse buone per vincere le elezioni. Il che, nella loro testa, è tutto quello che importa. 
Un Paese che si appassiona alle sorti sportive di una Nazionale (malgrado la faticosissima adesione culturale e assai più che simbolica alla campagna Blacks lives matter) ci restituisce l'immagine di una nazione orgogliosa della sua storia e della sua identità. Ma non basta. Bisognerebbe trasformare l'orgoglio derivante dall'affermazione sportiva in uno spunto per affermare un senso di comunità diuturno, dove l'essere "di destra" o "di sinistra" diventi un fatto di importanza quasi secondaria di fronte alle sorti (inevitabilmente unificate) di tutto il Paese. Chiedo troppo, lo so, perché una cosa così apparentemente semplice si può concretizzare solo tra i popoli che non siano sempre perennemente schiavi di una campagna elettorale infinita. 

lunedì 22 marzo 2021

L'oblio, da dimensione dell'angoscia a esercizio di un diritto non sempre legittimo



L'oblio è quella dimensione che più di ogni altra suggella un'idea quasi filosofica di angoscia, sintetizzabile nella celebre metafora dei "titoli di coda" che, come in un film dal finale più o meno malinconico, scorrono ineluttabilmente sullo schermo della nostra vita, componendo uno struggente "The End". A meno che l'oblio non sopraggiunga con il nostro trapasso, è a quel punto che ci rendiamo conto di come sia la memoria il patrimonio più importante che ciascuno di noi può continuare a custodire. Anzi: spesso l'oblio è perfino una necessità di sopravvivenza. D'altra parte Balzac diceva che "i ricordi rendono la vita più bella, dimenticare la rende più sopportabile". È anche vero però che nell'oblio trova terreno fertile inevitabilmente la trasformazione talvolta drammatica della considerazione dell'essere di ciascuno: stranieri in terra straniera, sconosciuti tra gli sconosciuti. 

Nel giornalismo l'oblio non ha nulla di metafisico. Anzi, è un argomento di grande importanza, al punto tale che è anche un diritto riconosciuto all'interno della legislazione vigente oltre che dal punto di vista delle norme del nostro codice deontologico. Siamo chiamati, noi giornalisti, a rispettare la dignità di qualcuno che è stato al centro della cronaca nel passato, non annoverandolo più nell'attualità, non tirandolo più in ballo, soprattutto se questo processo scaturisce da narrazioni forzate, che vanno a tirare in ballo in maniera perfettamente inutile esperienze passate. Il giornalista è chiamato ad evitare di parlare di persone e fatti accaduti in passato, e se lo fa l'interessato può invocare il diritto all'oblio.

È evidente che stiamo parlando però di un diritto borderline, perché rievocare un fatto del passato da parte del giornalista non sempre è un'operazione inutile, soprattutto se si parla (per dire) di un soggetto che torna a commettere un reato che aveva già commesso vent'anni prima. Che si fa in questi casi? Non si può ricordare che l'autore del reato è un recidivo. In un caso del genere non solo non si può invocare un diritto all'oblio, ma è anzi necessario rievocare il fatto accaduto anni prima.

La comunicazione giornalistica è chiamata ad osservare regole che, tuttavia, talvolta sono obiettivamente difficili da fare rispettare. Tipo il diritto all'oblio. Però le norme sono norme, e bisogna sforzarsi di rispettarle. Ma è una regola complicatissima. Non sempre è superfluo fare riferimento a fatti del passato. Rimane dunque pacifico che una regola è una regola, ma poi la sua applicazione va inevitabilmente esaminata caso per caso. 

sabato 13 marzo 2021

L'onestà intellettuale, questa sconosciuta


Sempre più spesso, nei dibattiti e nelle contrapposizioni, le parti in causa invocano un ricorso più o meno vicendevole a quella che tutti abbiamo imparato a conoscere come "onestà intellettuale". Trovo che sia una delle definizioni concettualmente più interessanti che l'italiano abbia permesso di introdurre all'interno del linguaggio corrente, e che possiamo attagliare perfettamente ad ogni tipo di analisi, e non solo in quelle di connotazione strettamente politica. È di tutta evidenza, per esempio, che è l'onestà intellettuale quella che consente ad un tifoso della Juventus di non potere negare che Romelo Lukaku (che gioca nell'Inter, squadra acerrima nemica dei bianconeri) sia un grande calciatore. Chi non lo ammette è semplicemente accecato dal tifo e, di conseguenza, non sa cosa sia l'onestà intellettuale. 

Di esempi se ne possono fare a bizzeffe, e il mio ricorso ad un'analogia stretta col tifo sportivo non è casuale, giacché l'impostazione diffusa, anche nell'arena politica, rifugge sempre di più dal ragionamento (anche da quello contrapposto) per scadere puntualmente nel sostegno (fine a se stesso) al proprio partito e nel disprezzo (fine a se stesso anzichenò, sic!) del partito avversario. Il confronto tra idee è stato ormai sostituito dalle grida da Curva sud, i protagonisti della vita pubblica non si rispettano, tendendo più a sminuire il pensiero dell'avversario piuttosto che ad argomentare il proprio. 

Il noto virologo Andrea Crisanti, nel corso della trasmissione "La Confessione" condotta da Peter Gomez, si è rivolto al presidente della Regione Veneto Luca Zaia dicendogli: "Io non la penso come te (chiaramente il riferimento è alle idee politiche, n.d.a.), ma insieme abbiamo lavorato bene. Poi i nostri rapporti si sono interrotti, e questo perché hai preferito circondarti di collaboratori che non ti facessero mai notare che stavi sbagliando". Crisanti per un po' aveva svolto il ruolo di consulente tecnico del governatore. Per poi avere il benservito. Il contenuto del suo messaggio a Zaia denota una indubitabile onestà intellettuale. Per una personalità forte, ci vuole una personalità forte e mezza.

E così le analisi politiche più autentiche sono quelle che non risentono di alcun condizionamento diretto o indiretto dalla situazione oggetto dell'approfondimento contingente. E qui entra in gioco anche il ruolo del giornalista. Ammetto di sentirmi (sempre più spesso) "tirato per la giacca" da chi ritiene che, all'interno di una contesa, dovrei "prendere le parti" di un protagonista o di una fazione, nell'altrui certezza che io non possa che condividere quella impostazione. 

Succede spesso che la manifestazione di un'opinione, perfino quando questa è completamente scevra da interessi diretti o indiretti, susciti negli interlocutori dubbi e perplessità. Per la serie: "Come mai la pensi così? Forse perché sei di sinistra (o di destra)"? E questo sarebbe il minimo. Molto più frequenti sono ben altre le congetture: "La pensi così perché hai ottenuto un favore o perché ritieni di doverlo chiedere e, dunque, agisci solo per accattivarti delle simpatie". Se un avversario politico o un concorrente nel lavoro dice o fa una cosa che è la stessa che avremmo fatto noi, perché non riconoscerlo? Per non dargli soddisfazione? Chi lo fa viene quasi considerato con disprezzo, o considerato un consociativo, quando non ritenuto un colluso.

Insomma la tendenza diffusa è volta ad escludere, all'interno del dibattito, che la natura realmente di un commento o di un giudizio possa essere niente più che disinteressata. In una parola: non si crede nell'onestà intellettuale. Io invece ci credo. Ed è uno dei motivi per i quali il mio amato papà non ebbe mai la soddisfazione di vedermi scendere di persona all'interno della contesa politica. Perché credo che le idee libere siano quelle che permettano di manifestare un minimo di stima nei confronti di colui che la mattina ci guarda dallo specchio.  


giovedì 14 gennaio 2021

Della "zia dell'America" e dei palloncini a forma di coniglio di quel Ferragosto del 1975

Non deve essere difficile intuirlo, ma quello con quell'improbabile camicia gialla e, soprattutto, con la faccia da "morto di sonno" sono io. 

La prima volta che "la zia dell'America" tornò a Sciacca correva l'anno 1975. Se n'era andata a Brooklyn che c'era ancora la guerra. Trascorsero 30 anni (e 3 figli) prima che tornasse a toccare il suolo sciacchitano. Tornava a riabbracciare sua madre, mia nonna. Rispetto ad oggi le transoceaniche aeree erano piuttosto rare. E, soprattutto, costose. Era già estate, sono sicuro che fosse fine giugno, di pomeriggio. La 127 rossa "Giannini" invocò disperata e sbuffante la prima marcia quando zio Agostino che la guidava curvò sulla ripida di via Mori. 

Già, via Mori. Che, francamente, non ho mai capito a quali "Mori" fosse stata intitolata. Dubito che si trattasse dei "quattro mori" della bandiera sarda, gli stessi che in qualche maniera, orgogliosi, avevano dettato legge dal petto di Gigi Riva; dubito anche che fosse un omaggio al paesino di Mori, nella lontana provincia trentina. Poteva essere stato un omaggio ai gelsi, frutti della "Morus"? No, le denominazioni botaniche delle strade sarebbero arrivate più avanti. Ho da sempre il sospetto che quella via fosse solo uno dei retaggi superstiti del Ventennio. C'erano ancora podestà e camicie nere quando Cesare Mori, il celebre "prefetto di ferro", era passato a miglior vita. Assai più probabile però che l'onore di una via fosse stato riservato ai berberi (o forse ai saraceni?), tra i tanti dominatori della millenaria storia siciliana. 

Ma sto divagando. La 127 "Giannini" di zio Agostino, dicevo. Era stanca, povera macchina. Andare e tornare da Punta Raisi non era mica uno scherzo. Oltretutto i passeggeri caricati a Punta Raisi non erano proprio dei pesi piuma. C'era la zia Peppina, e con lei c'erano anche 2 dei 3 cugini a noi tutti sconosciuti: Fanny e Louis. Già, Louis, variante inglese del (bellissimo) nome del nonno materno. Che però si chiamava Luigi. Almeno Louis era una traduzione più rispettosa della storia delle storpiature nostrane. Sì, perché compreso mio fratello, dalla stessa ramificazione di Luigi ne ho conosciuti ben 9. Altri 2 e avremmo potuto fare una squadra di calcio. Tutti Luigi, ma con varianti diverse (ma mica tanto): da Gino a Ginetto. Insomma: manco un Luigi. O meglio: tutti Luigi. Ma solo all'anagrafe. Si fosse trattato delle monete del re di Francia non avremmo potuto comprarci niente. Nella mia famiglia tutte le strade portavano al medesimo fonte battesimale. Ma nessuno di loro è cresciuto rispondendo al corretto nome di battesimo. D'altronde mio nonno stesso, poverino, veniva chiamato "Mastro Luviggi". Con la V. 

C'era già l'ombra sul balcone della casa dove sono nato. Il calore del marmo del pavimento era tollerabile. Dubito che se non lo fosse stato avrei capito che non era il caso di stare fuori. Ho detto che sono certo che fosse la fine di giugno perché anche su quella strada regnavano gli archi illuminati, gli stessi che ogni anno addobbavano la zona del porto in occasione della festa del patrono dei pescatori. Uno di questi archi corrispondeva esattamente col balcone di casa mia. Avevo il technicolor davanti ai miei occhi, un privilegio assoluto. "Fazzi chi tocchi? Pigghi la corrente e mori". Precetto chiarissimo, fin troppo, quasi come uno dei racconti dell'orrore che Maria, la mia dirimpettaia, amava raccontarmi per spaventarmi a morte. Ma non avrei mai potuto toccarlo l'arco di luci, non ci sarei potuto arrivare. Però ne avevo lo stesso timore. Come se l'elettricità si spostasse dai cavi migrando sulle mie manine. Mi  bastava guardarlo pensando che di lì a poco (forse un'ora, forse due) quelle lucette si sarebbero accese, facendomi perfino sentire importante, una specie di privilegiato, di custode di quell'arco di San Pietro.

I coloratissimi ospiti scesero dalla 127 "Giannini". L'auto era più esausta di loro, addirittura dalla griglia del radiatore era visibile una nuvoletta di fumo e io stesso, dal mio "piano alto", percepivo un acre olezzo di bruciato. La macchina sembrò perfino sospirare quando, alzato il freno a mano, zio Agostino finalmente la spense. Non ricordo se poi sarebbe regolarmente ripartita. Ne dubito. Gli occupanti appena scesi erano tutti accaldati. Non certo la zia, ma i cugini erano stupiti. Erano nati negli States, non erano abituati a quell'accoglienza, a quell'invadenza, a quel calore così esuberante, tra baci, abbracci, ascelle sudate e odori di gioia più o meno esagitata. Stupito, osservavo la scena da dietro le sbarre della mia prigione a cielo aperto, da quel balcone che era il mio primo luogo di giochi, quello dove giocavo cantando indegnamente "a cappella" le canzoni della hit parade: da Wess e Dori Ghezzi a Drupi. Costui, quanto meno, mi avvicinava al blues. A me cinquenne piaceva quella cosa di "cantare". Meno male che, a tal proposito, non ho mai avuto alcuna velleità.

Ma torniamo all'approdo degli zii in terra siciliana. Scesi giù anche io e, curioso, mi unii alla ressa gioiosa di quella singolare cerimonia d'accoglienza, anche se piccolo com'ero faticavo a trovare lo spazio necessario per partecipare di persona. Fu la zia Peppina ad accorgersi di me. Era la prima volta che ci incontravamo. Quella bella signora burrosa con gli occhiali più grandi della faccia aprì la sua borsa gigantesca, dove infilò il suo braccione in profondità. Mi aspettavo che, come Mary Poppins (o anche Eta Beta) tirasse fuori come minimo un attaccapanni. Invece prese un pacchetto di Spearmint, le gomme da masticare americane, quelle che avevano il bordo della carta argentata a coprirle col taglio dentato. La zia dell'America mi aveva già conquistato. Non sapeva, naturalmente, che "cu l'acciunchi li renti ti fannu mali". 

Una sera, a Ferragosto, sedemmo tutti al caffè Scandaglia, per mangiare il gelato. Louis, adolescente, era uscito con i cugini. Fanny invece rimase con me, a farmi compagnia, insieme alla zia e ai miei genitori. C'erano anche gli zii di Porto Empedocle, che lo strano fotografo di quella sera ha impietosamente trasformato in margini dello scatto. 

Esuberante "all'americana", già diciottenne, mia cugina Fanny pretese il palloncino a elio, quello che aveva la forma di un coniglio, quelli che per non farli volare via si legavano al braccio. Il problema non fu che lo pretese per sé. No, ottenne che anche al mio polso volasse lo stesso palloncino. Con le orecchie lunghe. Mi vergognai come un ladro, ma poi mi attrasse l'idea che quella notte il mio coniglietto restasse attaccato al soffitto della mia cameretta. Ma l'indomani mattina l'elio si era già stancato, e mi svegliai ritrovandomi quel coniglietto spossato davanti ai miei occhi.

mercoledì 18 novembre 2020

Scuola. Ritardi nei pagamenti dei docenti a "contratto Covid". La protesta di un giovane insegnante saccense

Se tutti i docenti con contratti covid o supplenze brevi si comportassero come si comporta lo Stato, seguendo logicamente il trattamento che stanno ricevendo, dovrebbero arrivare in ritardo ogni giorno, o meglio, prendere servizio e iniziare a lavorare due o tre mesi dopo. 

I ritardi sui pagamenti dei “contratti Covid”, come anche quelli per le supplenze brevi, sono due esempi di come costantemente i diritti dei lavoratori vengano calpestati. 

Questo gioco perverso sfinisce, toglie energie, ma soprattutto, mortifica lentamente, giorno dopo giorno la dignità dei lavoratori.

Il primo inganno è il meccanismo dello “scaricabarile”, che consiste in un continuo rimpallo di responsabilità che, in modo contraddittorio, assolve tutti: la segreteria dice che i fondi non ci sono, la Ragioneria di Stato che aspetta indicazioni dal Miur, il Miur che aspetta indicazioni dal Ministro e così via. 

La perversione si muove su due inganni che portano ad uno stallo esasperante; un labirinto senza via d’uscita. 

Insomma, si delinea un panorama in stile “Fiera dell’est”, come cantava Branduardi: una fiera dell’assurdo; il secondo inganno, a mio avviso il più pericoloso, è quello di parole vuote che si instillano come veleno nella mente di ognuno: “pazienza” , “gavetta”,  tanto per fare due esempi. 

Se riflettiamo attentamente, ci rendiamo conto di come queste due parole non solo non abbiano nulla a che fare con i ritardi sui pagamenti, ma come rappresentino dei veri e propri meccanismi di difesa, o peggio di negazione, i quali si radicano nel nostro cervello per costringerci ad accettare una realtà disarmante.

Accettare passivamente significa piegarsi ad una fallacia che rischia di trasformarci in schiavi legati ad un catena, che continuano a vedere le ombre proiettate su un muro: le ombre della “pazienza” della “gavetta”, e del“ è sempre stato così”.

Lorenzo Marciante

domenica 15 novembre 2020

L'uomo di oggi e la sua necessità di riversare i propri problemi sugli altri, innocenti compresi

Indifferenza ed egoismo sono probabilmente (e da molto tempo) i simboli di una società moderna che, con l'avvento del Covid, sembrano essersi drammaticamente rafforzati. Non a caso non passa giorno che Papa Francesco non provi ad attirare l'attenzione sui temi centrali di un Umanesimo che, ormai, appare sempre più inafferrabile, dove la civiltà dell'immagine è sempre più padrona del mondo, in un ambito nel quale l'apparire, più che sull'essere, predomina sul senso stesso della vita. 

Il diritto alla Felicità (principio dai contenuti addirittura "giuridici" se si pensa che è uno tra quelli espressamente contemplati all'interno della stessa Costituzione degli Stati Uniti), si è trasformato così nella più folle delle corse, al centro di un'interpretazione diffusa in massima parte improntata esclusivamente sul soddisfacimento di un interesse privato, oltrepassando impietosamente così ogni concezione di "diritto", suggellando la necessità di ottenere ciò che "ci spetta", e questo anche a costo di calpestare i bisogni altrui. 

L'uomo oggi non è mai pago di ciò che possiede, ha bisogno di aumentare a dismisura il senso del possesso, e se non può farlo è pronto a tirare fuori gli istinti più bestiali, riversando la propria rabbia contro gli altri, soprattutto se deboli o "diversi". Un sentire che, tuttavia, non appartiene soltanto alla società opulenta, ma anche a quella che vive di stenti, insoddisfatta di una condizione, la propria, nella quale hanno un'incidenza variabili diverse tra loro: mancanza di lavoro e problemi economici, ma anche crisi familiari, malattie, mancanza di rapporti sociali e così via. 

Tutto questo alimenta rabbia, reprime la necessità di sfogare i propri istinti e, di conseguenza, induce a prendersela con i più fragili, con quelli che sono addirittura più deboli di noi. E questo malgrado non siano loro i "colpevoli" dei nostri problemi. Così, nel tritacarne di questa rabbia sono finiti i migranti, dei quali in pochi si domandano perché stiano scappando dal loro paese ma dei quali, se proprio non si riesce a dare per scontato il passato, si "garantisce" sul loro futuro di criminali o di "ladri di lavoro". È in questa crisi di valori che una certa politica si è buttata a capofitto, cavalcando la crisi morale  ed esistenziale dell'uomo, assecondando dunque gli istinti più beceri con il solo obiettivo di guadagnare voti alle prossime elezioni. 

Tra i più deboli oggi ci sono soprattutto gli anziani. I nostri predecessori ai quali, grazie (anche, ma non solo) ad una certa impostazione "negazionista" del Covid, è stato perfino assegnato il compito di sacrificarsi "per noi", di andarsene all'altro mondo perché, tanto, non "fanno più parte del tessuto produttivo", soprattutto se avevano "malattie pregresse" rispetto al Coronavirus. 

Quello che viene fuori, come mi ha insegnato un mio maestro, è che "chi ha problemi tende a crearne agli altri". Non è forse vero che chi ha un problema personale sente la necessità di riversarlo su chi può stare peggio di lui? Non amo generalizzare, e non penso che tutta la società di oggi abbia questa impostazione mentale. Certo, non nascondo di credere che ad averla sia quanto meno la percentuale di chi vota per un certo partito. In fondo, però, sono solo preoccupato. Forse perché "egoisticamente" comincio a rendermi conto di avere un'età che, a breve, potrà venire considerata "non più produttiva". Che tristezza. 

martedì 25 agosto 2020

Il nostro giornalismo forse scontenta le tifoserie: ma tanto a noi i tifosi non piacciono

 "Lei è liberissimo di dare tutte le risposte che vuole, io faccio tutte le domande che credo". Furono queste le parole che Enzo Biagi comunicò per telefono a Michele Sindona nel 1977, poco prima dell'intervista al discusso banchiere e faccendiere.

Premetto subito che non intendo avvicinarmi (ma neanche lontanamente) alla grandezza di Enzo Biagi, ma questo ricorso storico mi è necessario per cercare di mettere in risalto il ruolo che (naturalmente dal mio punto di vista) il giornalista è chiamato a svolgere, in un'epoca nella quale le tifoserie in campo lo tirano continuamente per la giacca, pretendendo che agisca "in nome e per conto" o, peggio, nella qualità di "braccio armato" di una lotta politica della quale siamo e vogliamo continuare ad essere spettatori. 

Forse il mio difetto è che ho una faccia che qualcuno considera poco aggressiva (non è una cosa che mi interessa, francamente), o che mentre faccio le interviste non brandisca un manganello per colpire sulla faccia l'ospite di turno, così come vorrebbero alcuni telespettatori-tifosi assetati di sangue. La mia "fortuna" è, però, che ogni giorno (e da almeno trent'anni), il mio lavoro scontenta contemporaneamente i tifosi (più o meno politicizzati) di una squadra così come, allo stesso modo, quelli della squadra avversaria. 

Un Telegiornale cittadino non fa politica. Secondo noi deve essere testimone dei fatti. Noi di Tele Monte Kronio non temiamo di prendere posizione sui temi più spinosi, ma al tempo stesso non temiamo di fare i conti con la verità, perché è il nostro unico punto di riferimento, a differenza di chi è "tifoso", che  con la verità ha un rapporto assolutamente partigiano, ritenendo che la "sua verità" sia l'unica possibile e immaginabile.

La funzione primaria del nostro Telegiornale (e sfido chiunque a dimostrare il contrario) è quello di garantire ogni giorno il dibattito. Per riuscire nell'intento concediamo lo spazio necessario a tutte le rappresentanze politiche, sociali e culturali più o meno democraticamente accreditate. 

Per qualcuno, evidentemente, questo non è un fatto positivo. Ebbene: per noi lo è. Ed è su questa strada che continueremo a lavorare, nel tentativo di tenere alto lo spirito di un confronto che sia democratico, in un solco nel quale continueremo ad interpretare le istanze dei cittadini (ogni giorno protagonisti con la rubrica delle "Vostre segnalazioni), ma nel quale non esiteremo a fornire anche chiavi di lettura condivisibili o meno, ma sicuramente oneste, che forse non saranno accompagnate da standing ovation popolari. Ma a noi le standing ovation non interessano. Non facciamo show o, peggio, non offriamo gare di boxe. Noi facciamo una cosa un po' più seria: facciamo informazione. Con tutti i limiti che questo genera.

Parliamo con tutti, accogliamo le istanze di tutti e valorizziamo un dibattito tentando di improntarlo sulla serietà professionale e sul rispetto di tutte le opinioni. Ma non siamo "parte in causa", e tanto meno ci interessa arruffianarci nei confronti dell'una o dell'altra "parte". 

mercoledì 3 giugno 2020

Dal Coronavirus alla spazzatura: quando lisciare il pelo della rabbia non è sempre saggio

Occupandomi per lavoro della vicenda Coronavirus, ho sentito più volte il bisogno di ribadire come nessuno di noi fosse preparato a questa situazione, come non ci fossero precedenti nella storia recente e, di conseguenza, come non ci fossero possibili paragoni con situazioni similari del passato e da nessun osservatorio: né quello scientifico, né quello economico, né quello politico. Una elucubrazione necessaria, la mia, nella fase storica in cui "tutti sanno tutto", e il proprio "pensiero" trova spazio nel fertilissimo cortile di Facebook nel quale, piuttosto facilmente, se non si è autentici haters, spesso si rischia di rasentare ugualmente l'insolenza, pretendendo come minimo di saperla comunque più lunga di luminari e premi Nobel.

La mia premessa è obbligatoria per cercare di interpretare il più possibile il rigore che il giornalista dovrebbe osservare nel raccontare un fatto, conferendo alla eventuale legittima parallela critica, una dimensione che sia la più possibile rispettosa non solo del problema, ma anche del detentore (pro tempore) del potere di risolverlo nonché dell'effettiva valenza delle competenze di chi quel problema è stato chiamato a gestire. Si è rivelata a dir poco presuntuosa, per dire, la gestione giornalistica dell'emergenza Coronavirus che ha visto colleghi lasciarsi andare addirittura a valutazioni cliniche. Molti giornalisti preferiscono lisciare il pelo al lettore più incattivito, con l'obiettivo evidente di acquisire l'immagine del cronista d'assalto, di colui che non le manda a dire, che grida, che "smaschera" soprusi. Alcuni, mica tutti (parlo dei soprusi). 

Il tentativo è chiaro: imbattersi nell'insoddisfazione generale, quella di chi ritiene che solo il lavacro del sangue (naturalmente quello altrui) possa purificare il mondo (anche nell'accezione più laica possibile). L'arte del puntare il dito cancella così l'arte del ragionamento, del confronto, della possibilità (anche critica) di capire e soprattutto di farsi capire. E così tutto diventa politica, tutto si scioglie nell'acciaio fuso delle chiavi d'interpretazione contro il potere (ma, fatalmente, a favore dell'opposizione). E viceversa. E ad imperare alla fine è il relativismo. 

Prendiamo ad esempio la questione dei rifiuti. L'aumento della raccolta differenziata, da fatto positivo che era si è trasformato in un problema. Il centro di compostaggio dove conferire i rifiuti umidi, infatti, non ce la fa a ricevere tutto il quantitativo di spazzatura raccolta in diciassette comuni, quelli dell'ex Ato (oggi Srr).

Da un po' di tempo saltano regolarmente i turni di ritiro dell'organico. Con conseguenti (ripetitivi) improperi dell'opinione pubblica sui social, a cui si associa la solita politica che gioca a rimpiattino. Come se non sapessimo che noi siamo solo il microcosmo di un universo ben più vasto, dove la gestione della spazzatura sconta decenni di ritardi regionali (e italiani), come se non sapessimo che il centro di compostaggio di Sciacca è solo uno degli ingranaggi di una macchina gigantesca, come se non sapessimo che non si può tirare all'infinito la coperta troppo corta di una questione, quella dei rifiuti, che senza inceneritori mica possono essere sempre mandati in Germania (dove, si presume, a differenza di noi che siamo intelligenti loro sono stupidi). 

Ma fa comodo far finta di non sapere niente di tutto questo. Fa comodo alla politica di opposizione (che liscia il pelo della rabbia della gente), fa comodo alla politica di maggioranza (che ricorda come il problema abbia dimensioni regionali). Il tutto in una discussione infinita, dove le parti sono state (e torneranno ad essere) invertite. E dove alla fine il giornalista che liscia il pelo dell'opinione pubblica effettivamente non ama dire come stanno davvero i fatti, ma ha solo bisogno di dare la colpa a qualcuno. Non è così che dovrebbe funzionare. 

domenica 24 maggio 2020

Quando tono ed espressività possono stravolgere il senso stesso di una tesi


Uno dei difetti dei social è sicuramente l'impossibilità di fare ricorso al "tono" (o anche solo alla semplice espressione dello sguardo) quando si afferma un'opinione o, di fatto, si sta ricorrendo solo al tentativo di fare una battuta. Che, naturalmente, come le ciambelle, non sempre riescono "col buco". 

In una delle sue divertentissime parodie, l'attore Max Tortora (che personalmente adoro), chiarisce il senso di quello che voglio dire quando ci spiega la possibile ambivalenza (in senso del tutto allegorico e satirico) che può assumere una dichiarazione se, al contempo, questa viene accompagnata da uno sguardo di un certo tipo, da una mimica facciale specifica. E così, in modo assolutamente esilarante, Tortora propone uno dei passi più celebri di "Io che amo solo te" (capolavoro di Sergio Endrigo del 1962) in due modi diversi. Io ho avuto solo te, recita la frase del testo da lui prescelta. Il senso reale della lirica, naturalmente, è quello che tutti abbiamo da sempre correttamente percepito: l'espressione di un sentimento profondo, la riconoscenza che l'autore manifesta al destino per avergli fatto incontrare l'amore della sua vita. Ebbene: Max Tortora ci dimostra come sia possibile, con un semplice sguardo, attribuire alla stessa frase il significato opposto. E così, con uno sbuffo, intona lo stesso passo significandoci che, al contrario di quanto la poetica indichi, Io ho avuto solo te si trasforma così nel simbolo di una autentica disdetta, una specie di maledizione. Il risultato è a dir poco divertente. Sui social non è possibile associare il tono giusto ad una dichiarazione. 

Eppure certi post sono inequivocabilmente provocatori, satirici, allegorici. Succede anche il contrario, ovverosia che una frase seria venga scambiata per un calembour. Non è certamente questo il problema più grave di Facebook. Cogliere, o provare a farlo, il senso reale del contenuto di un post, non è semplicemente un esercizio di stile. Tuttavia, se non si capisce il significato (che non è sempre criptico) di un commento, significa che si ha un grosso problema di comprendonio. Sì, so bene che farlo notare è perfettamente inutile. Perché è chiaro che chi ha un grosso problema di comprendonio non capirà nemmeno il contenuto di questo mio tentativo. 

mercoledì 20 maggio 2020

I calci del clown bianco nel sedere del compagno nero: il razzismo secondo il film "Mister Chocolat"

Mi sono imbattuto qualche sera fa nella visione di "Mister Chocolat", un intensissimo film francese del 2016, per la regia di Roschdy Zem che racconta la storia (vera) di Rafael Padilla, un africano che nella Francia della fine del XIX secolo fu reclutato dall'esperto clown George Foottit, formando così con lui un duo comico senza precedenti, che si rivelò innovativo per gli spettacoli circensi dell'epoca, dando forma all'immagine inedita del primo pagliaccio di colore. La costante delle loro esibizioni era data dalla rappresentazione di un ossessivo maltrattamento da parte del bianco che, a ripetizione, umilia (a calci nel sedere) il collega nero. Il tutto tra le risate compiaciute del pubblico, sia di quello plebeo, sia di quello borghese. È, questa, la stessa metafora del film in questione, sulla cui trama non aggiungo altro (nel caso in cui foste curiosi di vederlo). 
Considero tuttavia lo spunto del film particolarmente interessante, soprattutto perché permette di guardare dall'ennesima prospettiva alla storia stessa dell'uomo, alla direzione verso la quale questa storia si è incanalata nel corso dei secoli, nell'eterno conflitto tra oppressi e oppressori, nell'odiosa afflizione alla quale sono stati relegati milioni di esseri umani, "colpevoli" solo della loro natura, ora del colore della pelle, ora della religione professata, non trascurando (ahimé) l'orientamento sessuale. 
"Mister Chocolat", interpretato magistralmente da Omar Sy, incarna così tutte le secolari (e note) controversie antropologiche che si sono generate attorno all'uomo, dalle violenze gratuite ai pregiudizi culturali, dall'avversione per il diverso al sospetto dato perfino dagli stessi tratti somatici, come arrivò a teorizzare Cesare Lombroso. Il tutto viene condensato nella pellicola in uno spaccato assai rappresentativo delle degenerazioni di cui il genere umano ha dimostrato nella storia di essere capace, come anche durante il "Secolo breve", fatto di nefandezze quali leggi razziali e pulizie etniche.
La direzione dell'umanità, dunque dicevamo. "Mister Chocolat" è un uomo, con i suoi pregi e i suoi difetti. Per un nero, però, pregi e difetti erano (e per qualcuno sono ancora) elementi del tutto secondari. Sullo sfondo permane così l'apoteosi del pregiudizio, quello di cui parte del nuovo razzismo in fondo sembra quasi vergognarsi, come rivela la corsa, piuttosto pelosa, di quello che Umberto Eco definì il "fascismo eterno", a premettere, in ogni ragionamento improntato oggettivamente e definitivamente sull'intolleranza, di "non essere razzista", dovendo aggiungere nel proprio ragionamento una delle congiunzioni avversative di cui la grammatica italiana è ricca (da "però" a "tuttavia", anche se la forma più ricorrente rimane ancora oggi l'attualissimo "ma").
È complicato ancora oggi in troppe parti del mondo guardare ad una concezione oggettiva della qualità delle persone, senza indugiare in elementi considerati distintivi ma che, eppure, distintivi non sono. "Mister Chocolat" non è uno stinco di santo, e chi vedrà il film se ne accorgerà: è un uomo fragile, che affoga nei vizi i retaggi delle sue insicurezze del passato. Il punto dirimente è che quelle da lui rappresentate sono solo le debolezze dell'essere umano, dove non ha alcuna importanza il colore della pelle ma la bellezza del suo pensiero e della sua voglia di riscattare l'oppresso, che non ha bisogno di diventare oppressore a sua volta per realizzare il senso di giustizia, perfino senza la necessità che sia il clown nero a prendere a calci nel sedere il compagno bianco.  

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