più attento ad una cosa così importante, o palesasse addirittura una lontananza inaccettabile da un tema così sentito.
martedì 13 luglio 2021
Perché è solo la Nazionale quella che ci fa ritrovare il senso della comunità?
più attento ad una cosa così importante, o palesasse addirittura una lontananza inaccettabile da un tema così sentito.
lunedì 22 marzo 2021
L'oblio, da dimensione dell'angoscia a esercizio di un diritto non sempre legittimo
sabato 13 marzo 2021
L'onestà intellettuale, questa sconosciuta
Di esempi se ne possono fare a bizzeffe, e il mio ricorso ad un'analogia stretta col tifo sportivo non è casuale, giacché l'impostazione diffusa, anche nell'arena politica, rifugge sempre di più dal ragionamento (anche da quello contrapposto) per scadere puntualmente nel sostegno (fine a se stesso) al proprio partito e nel disprezzo (fine a se stesso anzichenò, sic!) del partito avversario. Il confronto tra idee è stato ormai sostituito dalle grida da Curva sud, i protagonisti della vita pubblica non si rispettano, tendendo più a sminuire il pensiero dell'avversario piuttosto che ad argomentare il proprio.
Il noto virologo Andrea Crisanti, nel corso della trasmissione "La Confessione" condotta da Peter Gomez, si è rivolto al presidente della Regione Veneto Luca Zaia dicendogli: "Io non la penso come te (chiaramente il riferimento è alle idee politiche, n.d.a.), ma insieme abbiamo lavorato bene. Poi i nostri rapporti si sono interrotti, e questo perché hai preferito circondarti di collaboratori che non ti facessero mai notare che stavi sbagliando". Crisanti per un po' aveva svolto il ruolo di consulente tecnico del governatore. Per poi avere il benservito. Il contenuto del suo messaggio a Zaia denota una indubitabile onestà intellettuale. Per una personalità forte, ci vuole una personalità forte e mezza.
E così le analisi politiche più autentiche sono quelle che non risentono di alcun condizionamento diretto o indiretto dalla situazione oggetto dell'approfondimento contingente. E qui entra in gioco anche il ruolo del giornalista. Ammetto di sentirmi (sempre più spesso) "tirato per la giacca" da chi ritiene che, all'interno di una contesa, dovrei "prendere le parti" di un protagonista o di una fazione, nell'altrui certezza che io non possa che condividere quella impostazione.
Succede spesso che la manifestazione di un'opinione, perfino quando questa è completamente scevra da interessi diretti o indiretti, susciti negli interlocutori dubbi e perplessità. Per la serie: "Come mai la pensi così? Forse perché sei di sinistra (o di destra)"? E questo sarebbe il minimo. Molto più frequenti sono ben altre le congetture: "La pensi così perché hai ottenuto un favore o perché ritieni di doverlo chiedere e, dunque, agisci solo per accattivarti delle simpatie". Se un avversario politico o un concorrente nel lavoro dice o fa una cosa che è la stessa che avremmo fatto noi, perché non riconoscerlo? Per non dargli soddisfazione? Chi lo fa viene quasi considerato con disprezzo, o considerato un consociativo, quando non ritenuto un colluso.
Insomma la tendenza diffusa è volta ad escludere, all'interno del dibattito, che la natura realmente di un commento o di un giudizio possa essere niente più che disinteressata. In una parola: non si crede nell'onestà intellettuale. Io invece ci credo. Ed è uno dei motivi per i quali il mio amato papà non ebbe mai la soddisfazione di vedermi scendere di persona all'interno della contesa politica. Perché credo che le idee libere siano quelle che permettano di manifestare un minimo di stima nei confronti di colui che la mattina ci guarda dallo specchio.
giovedì 14 gennaio 2021
Della "zia dell'America" e dei palloncini a forma di coniglio di quel Ferragosto del 1975
Già, via Mori. Che, francamente, non ho mai capito a quali "Mori" fosse stata intitolata. Dubito che si trattasse dei "quattro mori" della bandiera sarda, gli stessi che in qualche maniera, orgogliosi, avevano dettato legge dal petto di Gigi Riva; dubito anche che fosse un omaggio al paesino di Mori, nella lontana provincia trentina. Poteva essere stato un omaggio ai gelsi, frutti della "Morus"? No, le denominazioni botaniche delle strade sarebbero arrivate più avanti. Ho da sempre il sospetto che quella via fosse solo uno dei retaggi superstiti del Ventennio. C'erano ancora podestà e camicie nere quando Cesare Mori, il celebre "prefetto di ferro", era passato a miglior vita. Assai più probabile però che l'onore di una via fosse stato riservato ai berberi (o forse ai saraceni?), tra i tanti dominatori della millenaria storia siciliana.
Ma sto divagando. La 127 "Giannini" di zio Agostino, dicevo. Era stanca, povera macchina. Andare e tornare da Punta Raisi non era mica uno scherzo. Oltretutto i passeggeri caricati a Punta Raisi non erano proprio dei pesi piuma. C'era la zia Peppina, e con lei c'erano anche 2 dei 3 cugini a noi tutti sconosciuti: Fanny e Louis. Già, Louis, variante inglese del (bellissimo) nome del nonno materno. Che però si chiamava Luigi. Almeno Louis era una traduzione più rispettosa della storia delle storpiature nostrane. Sì, perché compreso mio fratello, dalla stessa ramificazione di Luigi ne ho conosciuti ben 9. Altri 2 e avremmo potuto fare una squadra di calcio. Tutti Luigi, ma con varianti diverse (ma mica tanto): da Gino a Ginetto. Insomma: manco un Luigi. O meglio: tutti Luigi. Ma solo all'anagrafe. Si fosse trattato delle monete del re di Francia non avremmo potuto comprarci niente. Nella mia famiglia tutte le strade portavano al medesimo fonte battesimale. Ma nessuno di loro è cresciuto rispondendo al corretto nome di battesimo. D'altronde mio nonno stesso, poverino, veniva chiamato "Mastro Luviggi". Con la V.
C'era già l'ombra sul balcone della casa dove sono nato. Il calore del marmo del pavimento era tollerabile. Dubito che se non lo fosse stato avrei capito che non era il caso di stare fuori. Ho detto che sono certo che fosse la fine di giugno perché anche su quella strada regnavano gli archi illuminati, gli stessi che ogni anno addobbavano la zona del porto in occasione della festa del patrono dei pescatori. Uno di questi archi corrispondeva esattamente col balcone di casa mia. Avevo il technicolor davanti ai miei occhi, un privilegio assoluto. "Fazzi chi tocchi? Pigghi la corrente e mori". Precetto chiarissimo, fin troppo, quasi come uno dei racconti dell'orrore che Maria, la mia dirimpettaia, amava raccontarmi per spaventarmi a morte. Ma non avrei mai potuto toccarlo l'arco di luci, non ci sarei potuto arrivare. Però ne avevo lo stesso timore. Come se l'elettricità si spostasse dai cavi migrando sulle mie manine. Mi bastava guardarlo pensando che di lì a poco (forse un'ora, forse due) quelle lucette si sarebbero accese, facendomi perfino sentire importante, una specie di privilegiato, di custode di quell'arco di San Pietro.
I coloratissimi ospiti scesero dalla 127 "Giannini". L'auto era più esausta di loro, addirittura dalla griglia del radiatore era visibile una nuvoletta di fumo e io stesso, dal mio "piano alto", percepivo un acre olezzo di bruciato. La macchina sembrò perfino sospirare quando, alzato il freno a mano, zio Agostino finalmente la spense. Non ricordo se poi sarebbe regolarmente ripartita. Ne dubito. Gli occupanti appena scesi erano tutti accaldati. Non certo la zia, ma i cugini erano stupiti. Erano nati negli States, non erano abituati a quell'accoglienza, a quell'invadenza, a quel calore così esuberante, tra baci, abbracci, ascelle sudate e odori di gioia più o meno esagitata. Stupito, osservavo la scena da dietro le sbarre della mia prigione a cielo aperto, da quel balcone che era il mio primo luogo di giochi, quello dove giocavo cantando indegnamente "a cappella" le canzoni della hit parade: da Wess e Dori Ghezzi a Drupi. Costui, quanto meno, mi avvicinava al blues. A me cinquenne piaceva quella cosa di "cantare". Meno male che, a tal proposito, non ho mai avuto alcuna velleità.
Una sera, a Ferragosto, sedemmo tutti al caffè Scandaglia, per mangiare il gelato. Louis, adolescente, era uscito con i cugini. Fanny invece rimase con me, a farmi compagnia, insieme alla zia e ai miei genitori. C'erano anche gli zii di Porto Empedocle, che lo strano fotografo di quella sera ha impietosamente trasformato in margini dello scatto.
Esuberante "all'americana", già diciottenne, mia cugina Fanny pretese il palloncino a elio, quello che aveva la forma di un coniglio, quelli che per non farli volare via si legavano al braccio. Il problema non fu che lo pretese per sé. No, ottenne che anche al mio polso volasse lo stesso palloncino. Con le orecchie lunghe. Mi vergognai come un ladro, ma poi mi attrasse l'idea che quella notte il mio coniglietto restasse attaccato al soffitto della mia cameretta. Ma l'indomani mattina l'elio si era già stancato, e mi svegliai ritrovandomi quel coniglietto spossato davanti ai miei occhi.
mercoledì 18 novembre 2020
Scuola. Ritardi nei pagamenti dei docenti a "contratto Covid". La protesta di un giovane insegnante saccense
Se tutti i docenti con contratti covid o supplenze brevi si comportassero come si comporta lo Stato, seguendo logicamente il trattamento che stanno ricevendo, dovrebbero arrivare in ritardo ogni giorno, o meglio, prendere servizio e iniziare a lavorare due o tre mesi dopo.
I ritardi sui pagamenti dei “contratti Covid”, come anche quelli per le supplenze brevi, sono due esempi di come costantemente i diritti dei lavoratori vengano calpestati.
Questo gioco perverso sfinisce, toglie energie, ma soprattutto, mortifica lentamente, giorno dopo giorno la dignità dei lavoratori.
Il primo inganno è il meccanismo dello “scaricabarile”, che consiste in un continuo rimpallo di responsabilità che, in modo contraddittorio, assolve tutti: la segreteria dice che i fondi non ci sono, la Ragioneria di Stato che aspetta indicazioni dal Miur, il Miur che aspetta indicazioni dal Ministro e così via.
La perversione si muove su due inganni che portano ad uno stallo esasperante; un labirinto senza via d’uscita.
Insomma, si delinea un panorama in stile “Fiera dell’est”, come cantava Branduardi: una fiera dell’assurdo; il secondo inganno, a mio avviso il più pericoloso, è quello di parole vuote che si instillano come veleno nella mente di ognuno: “pazienza” , “gavetta”, tanto per fare due esempi.
Se riflettiamo attentamente, ci rendiamo conto di come queste due parole non solo non abbiano nulla a che fare con i ritardi sui pagamenti, ma come rappresentino dei veri e propri meccanismi di difesa, o peggio di negazione, i quali si radicano nel nostro cervello per costringerci ad accettare una realtà disarmante.
Accettare passivamente significa piegarsi ad una fallacia che rischia di trasformarci in schiavi legati ad un catena, che continuano a vedere le ombre proiettate su un muro: le ombre della “pazienza” della “gavetta”, e del“ è sempre stato così”.
Lorenzo Marciante
domenica 15 novembre 2020
L'uomo di oggi e la sua necessità di riversare i propri problemi sugli altri, innocenti compresi
Il diritto alla Felicità (principio dai contenuti addirittura "giuridici" se si pensa che è uno tra quelli espressamente contemplati all'interno della stessa Costituzione degli Stati Uniti), si è trasformato così nella più folle delle corse, al centro di un'interpretazione diffusa in massima parte improntata esclusivamente sul soddisfacimento di un interesse privato, oltrepassando impietosamente così ogni concezione di "diritto", suggellando la necessità di ottenere ciò che "ci spetta", e questo anche a costo di calpestare i bisogni altrui.
L'uomo oggi non è mai pago di ciò che possiede, ha bisogno di aumentare a dismisura il senso del possesso, e se non può farlo è pronto a tirare fuori gli istinti più bestiali, riversando la propria rabbia contro gli altri, soprattutto se deboli o "diversi". Un sentire che, tuttavia, non appartiene soltanto alla società opulenta, ma anche a quella che vive di stenti, insoddisfatta di una condizione, la propria, nella quale hanno un'incidenza variabili diverse tra loro: mancanza di lavoro e problemi economici, ma anche crisi familiari, malattie, mancanza di rapporti sociali e così via.
Tutto questo alimenta rabbia, reprime la necessità di sfogare i propri istinti e, di conseguenza, induce a prendersela con i più fragili, con quelli che sono addirittura più deboli di noi. E questo malgrado non siano loro i "colpevoli" dei nostri problemi. Così, nel tritacarne di questa rabbia sono finiti i migranti, dei quali in pochi si domandano perché stiano scappando dal loro paese ma dei quali, se proprio non si riesce a dare per scontato il passato, si "garantisce" sul loro futuro di criminali o di "ladri di lavoro". È in questa crisi di valori che una certa politica si è buttata a capofitto, cavalcando la crisi morale ed esistenziale dell'uomo, assecondando dunque gli istinti più beceri con il solo obiettivo di guadagnare voti alle prossime elezioni.
Tra i più deboli oggi ci sono soprattutto gli anziani. I nostri predecessori ai quali, grazie (anche, ma non solo) ad una certa impostazione "negazionista" del Covid, è stato perfino assegnato il compito di sacrificarsi "per noi", di andarsene all'altro mondo perché, tanto, non "fanno più parte del tessuto produttivo", soprattutto se avevano "malattie pregresse" rispetto al Coronavirus.
Quello che viene fuori, come mi ha insegnato un mio maestro, è che "chi ha problemi tende a crearne agli altri". Non è forse vero che chi ha un problema personale sente la necessità di riversarlo su chi può stare peggio di lui? Non amo generalizzare, e non penso che tutta la società di oggi abbia questa impostazione mentale. Certo, non nascondo di credere che ad averla sia quanto meno la percentuale di chi vota per un certo partito. In fondo, però, sono solo preoccupato. Forse perché "egoisticamente" comincio a rendermi conto di avere un'età che, a breve, potrà venire considerata "non più produttiva". Che tristezza.
martedì 25 agosto 2020
Il nostro giornalismo forse scontenta le tifoserie: ma tanto a noi i tifosi non piacciono
"Lei è liberissimo di dare tutte le risposte che vuole, io faccio tutte le domande che credo". Furono queste le parole che Enzo Biagi comunicò per telefono a Michele Sindona nel 1977, poco prima dell'intervista al discusso banchiere e faccendiere.
Premetto subito che non intendo avvicinarmi (ma neanche lontanamente) alla grandezza di Enzo Biagi, ma questo ricorso storico mi è necessario per cercare di mettere in risalto il ruolo che (naturalmente dal mio punto di vista) il giornalista è chiamato a svolgere, in un'epoca nella quale le tifoserie in campo lo tirano continuamente per la giacca, pretendendo che agisca "in nome e per conto" o, peggio, nella qualità di "braccio armato" di una lotta politica della quale siamo e vogliamo continuare ad essere spettatori.
Forse il mio difetto è che ho una faccia che qualcuno considera poco aggressiva (non è una cosa che mi interessa, francamente), o che mentre faccio le interviste non brandisca un manganello per colpire sulla faccia l'ospite di turno, così come vorrebbero alcuni telespettatori-tifosi assetati di sangue. La mia "fortuna" è, però, che ogni giorno (e da almeno trent'anni), il mio lavoro scontenta contemporaneamente i tifosi (più o meno politicizzati) di una squadra così come, allo stesso modo, quelli della squadra avversaria.
Un Telegiornale cittadino non fa politica. Secondo noi deve essere testimone dei fatti. Noi di Tele Monte Kronio non temiamo di prendere posizione sui temi più spinosi, ma al tempo stesso non temiamo di fare i conti con la verità, perché è il nostro unico punto di riferimento, a differenza di chi è "tifoso", che con la verità ha un rapporto assolutamente partigiano, ritenendo che la "sua verità" sia l'unica possibile e immaginabile.
La funzione primaria del nostro Telegiornale (e sfido chiunque a dimostrare il contrario) è quello di garantire ogni giorno il dibattito. Per riuscire nell'intento concediamo lo spazio necessario a tutte le rappresentanze politiche, sociali e culturali più o meno democraticamente accreditate.
Per qualcuno, evidentemente, questo non è un fatto positivo. Ebbene: per noi lo è. Ed è su questa strada che continueremo a lavorare, nel tentativo di tenere alto lo spirito di un confronto che sia democratico, in un solco nel quale continueremo ad interpretare le istanze dei cittadini (ogni giorno protagonisti con la rubrica delle "Vostre segnalazioni), ma nel quale non esiteremo a fornire anche chiavi di lettura condivisibili o meno, ma sicuramente oneste, che forse non saranno accompagnate da standing ovation popolari. Ma a noi le standing ovation non interessano. Non facciamo show o, peggio, non offriamo gare di boxe. Noi facciamo una cosa un po' più seria: facciamo informazione. Con tutti i limiti che questo genera.
Parliamo con tutti, accogliamo le istanze di tutti e valorizziamo un dibattito tentando di improntarlo sulla serietà professionale e sul rispetto di tutte le opinioni. Ma non siamo "parte in causa", e tanto meno ci interessa arruffianarci nei confronti dell'una o dell'altra "parte".
mercoledì 3 giugno 2020
Dal Coronavirus alla spazzatura: quando lisciare il pelo della rabbia non è sempre saggio
domenica 24 maggio 2020
Quando tono ed espressività possono stravolgere il senso stesso di una tesi
Uno dei difetti dei social è sicuramente l'impossibilità di fare ricorso al "tono" (o anche solo alla semplice espressione dello sguardo) quando si afferma un'opinione o, di fatto, si sta ricorrendo solo al tentativo di fare una battuta. Che, naturalmente, come le ciambelle, non sempre riescono "col buco". mercoledì 20 maggio 2020
I calci del clown bianco nel sedere del compagno nero: il razzismo secondo il film "Mister Chocolat"
Mi sono imbattuto qualche sera fa nella visione di "Mister Chocolat", un intensissimo film francese del 2016, per la regia di Roschdy Zem che racconta la storia (vera) di Rafael Padilla, un africano che nella Francia della fine del XIX secolo fu reclutato dall'esperto clown George Foottit, formando così con lui un duo comico senza precedenti, che si rivelò innovativo per gli spettacoli circensi dell'epoca, dando forma all'immagine inedita del primo pagliaccio di colore. La costante delle loro esibizioni era data dalla rappresentazione di un ossessivo maltrattamento da parte del bianco che, a ripetizione, umilia (a calci nel sedere) il collega nero. Il tutto tra le risate compiaciute del pubblico, sia di quello plebeo, sia di quello borghese. È, questa, la stessa metafora del film in questione, sulla cui trama non aggiungo altro (nel caso in cui foste curiosi di vederlo). Il carcere duro: perché il dibattito sul singolo caso Cospito si sta estendendo sulla norma nella sua interezza
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