venerdì 8 maggio 2020

Eppure basterebbe una dose minima di capacità di discernimento per neutralizzare le fake news

Da sempre gli intrecci della storia offrono spunti per valutazioni filosofiche, che talvolta sfociano in quelle derive che, in definitiva, altro non fanno che offrirci rappresentazioni (più o meno imparziali) della classica contrapposizione tra "bene" e "male". Un ruolo fondamentale in tale direzione viene oggi esercitato dalle cosiddette "Fake news". Che non sono certamente nate ieri, ancorché con conseguenze diverse (si pensi, per dire, all'onta di morte generata dalla stessa Inquisizione, basata su una sublimazione astratta della visione dell'immaterialità per antonomasia contro il suo esatto opposto). Nel mirino dei "cazzari", inevitabilmente, finiscono ancora oggi la razionalità umana e la capacità di discernimento, che, naturalmente, niente hanno a che fare con i dogmi religiosi, quelli offerti agli astanti da chi, a dispetto del senso stesso del passaggio di Gesù Cristo in questo mondo, considera e utilizza il Crocifisso non uno strumento di testimonianza ma una vera e propria arma utile a contundere sulla testa tutti gli infedeli.

Oggi le notizie farlocche invadono la stessa visione del mondo, mettono in discussione le nostre convinzioni, soprattutto se provengono da sedicenti esperti. Prima che condizionare, i diffusori di "Fake news" si pongono l'obiettivo di suggestionare il fruitore. E, purtroppo, sempre più spesso raggiungono l'obiettivo. Tanto più ciò accade se la "fonte della notizia" è perfino il governo della più importante democrazia del mondo, il cui presidente in carica ipotizza (ad esempio) come il coronavirus sarebbe stato generato in un laboratorio a Wuhan. 

La storia ci dice come le Fake news siano sempre riuscite ad attecchire in periodi nei quali le masse avevano bisogno (un bisogno più o meno latente) di reazione nei confronti dello status quo. L'obiettivo delle masse non è, dunque, disporre di una verità fattuale, quanto di quella intimamente più gradita, di cui si ha bisogno per avvalorare sospetti inconfessabili. Le conclusioni sono quelle a tutti note, con una fluttuazione drammaticamente mediatica di tesi il più delle volte strampalate, eppure percepite come concrete soprattutto da parte di chi ha la necessità di trovare conferma ai propri sospetti.

E così: la colpa della crisi economica è dei "migranti che ci rubano il lavoro", la (ex) presidente della Camera Boldrini ha assunto a cinquemila euro al mese prima il nipote, poi il cugino, infine la cognata, i vaccini causano l'autismo, i tumori vengono generati apposta dalle stesse case farmaceutiche che poi lucrano sui farmaci necessari per curarli. È un assedio che ogni giorno si arricchisce, in barba a smentite empiriche e a dimostrazioni scientifiche, prodotte (naturalmente) per generare illusione in quel popolo che (così qualcuno gli ha fatto credere) grazie a Internet oggi è in grado di confutare qualsiasi verità storica. Tra cui quella che la terra non è affatto tonda. 

Riuscire a difendersi da questa invasione barbarica purtroppo è piuttosto complicato, soprattutto se a servirsene sono anche forze di governo (ma anche di opposizione) pro tempore. Per noi giornalisti, peraltro, lo stesso antagonismo che subiamo quotidianamente da parte delle notizie false diffuse dalla rete (anche da sedicenti "testate") continua a rivelarsi una condizione che rende oltremodo difficile la necessaria distinzione da parte del fruitore finale tra credibilità e inattendibilità. 

Una battaglia talvolta impari, ma che non possiamo certamente sottrarci dal continuare a combattere, e in tale direzione si inquadra sicuramente il doveroso continuo ricorso alle verifiche, attraverso il meccanismo del "fact-checking", orientato ad una rigorosissima verifica delle notizie prima di pubblicarle da parte di chi fa informazione in maniera professionale. 

Tutto giusto, tutto bello. Eppure, se solo ci si pensa un momento, sarebbe sufficiente appena l'applicazione di una dose (anche minima) di capacità di discernimento per neutralizzare le bugie travestite da notizie. Quanti secoli ci vorranno per riuscire nell'intento?

lunedì 4 maggio 2020

Gli uomini di potere e la paura dell'idea che gli altri hanno di loro

L'unico di cui l'uomo di potere dovrebbe avere timore è colui che la mattina lo guarda dallo specchio. Di fatto, invece, non fa altro che inseguire il giudizio che gli altri hanno di lui. È, questo, uno dei simboli della società competitiva (o malata, fa lo stesso) nella quale viviamo, in uno scenario ormai definitivamente surreale, dove ad essere importante è non tanto l'azione che si compie, quanto la percezione che ne ricevono gli altri. La coltivazione di questa percezione da parte dell'uomo di potere si trasforma così in una vera e propria ossessione, che lo induce ad avere bisogno (e ad avvalersi) della tipica cortigianeria spicciola, quella che si profonde affannosamente in pacche sulle spalle e applausi gaudenti, come quelli dei militari che inneggiano al capo o ridono alle sue battute (il più delle volte senza averle nemmeno capite). L'uomo di potere ha così bisogno dei cortigiani come di un eccitante, che ne sostenga verbo e presenza sul proscenio. Ed ecco che, dunque, nella sublimazione del più classico degli ossimori, l'uomo di potere si manifesta per quello che è: un debole, un afflitto, unto e già pronto per friggere nell'olio (ormai bruciato) del conformismo in cui dai tempi di Giulio Cesare navigano i baciapile.  

sabato 21 marzo 2020

Noi che, con il nostro lavoro smart, vi stiamo raccontando questa immane tragedia

La settimana che si conclude è stata la prima nella quale io e i miei colleghi di Tele Monte Kronio abbiamo sperimentato il lavoro da casa. Lo abbiamo fatto per tante ragioni, non foss'altro che chi invita gli altri a non uscire poi si sente quanto meno un po' in colpa nel trasgredire (ancorché per una delle ragioni permesse) proprio il precetto principale.
Ed è stato grazie alla tecnologia e alle attrezzature di cui disponiamo che abbiamo potuto impegnarci nello svolgere un lavoro "smart", che ci ha permesso di andare in onda tutti i giorni in punto, offrendovi il nostro telegiornale, privo soltanto del conduttore in studio, continuando a sforzarci di osservare tutte le regole dell'informazione, con la responsabilità di offrire quello che si chiama "servizio pubblico". 
Non è stato un lavoro facile. Al contrario, ci siamo stancati molto di più, perché non è facile riunirsi o confrontarsi con i colleghi per decidere l'impostazione da dare al Tg, e non è semplice fornire le istruzioni necessarie ai tecnici per il montaggio dei singoli servizi attraverso una chat o, peggio, per mezzo degli odiosi audiomessaggi (c'è chi pretende ancora che qualcuno si attardi ad ascoltare autentici "sceneggiati telefonici" come risultano i vocali più lunghi di 15 secondi). 
Ma noi che viviamo di pubblicità, sappiamo benissimo quanto, nel momento in cui questa tragedia mondiale sarà finita, si rivelerà difficile tornare a gestire la nostra azienda senza giorni, settimane, forse mesi senza fatturato e, conseguentemente, senza entrate economiche. Confidiamo in tal senso di venire annoverate tra le imprese meritevoli di un aiuto da parte dello Stato, quanto meno per avere concorso a garantire anche un'informazione puntuale, ovviamente al netto degli attacchi degli haters dei social, quelli a cui "stretta non gli viene, larga non gli entra" (lo so, la traduzione in italiano non è granché). 
Nel frattempo siamo ancora in prima linea, e lo saremo fin quando avremo la forza di tenere accesi i trasmettitori, di scrivere un pezzo, di pubblicare un'intervista, per aggiornarvi ogni giorno. E siamo certi che insieme ai nostri clienti, quelli che ci scelgono per far conoscere le proprie aziende, quelli che fanno già parte del nostro portafoglio e quelli potenziali che vorranno premiarci per la qualità del nostro lavoro, recupereremo il terreno bruciato da questa emergenza maledetta, che continua ogni giorno a mietere migliaia e migliaia di vittime. E noi, con il nostro lavoro smart, nel frattempo continueremo a raccontarvi questa immane tragedia.

domenica 5 gennaio 2020

Dalla politica alla vita di tutti i giorni: quanti giudici (sugli altri), quanta indulgenza (su se stessi)

Tutti dispongono della spiegazione vincente, della chiave d'interpretazione corretta, della giusta visione della realtà e (che ve lo dico a fare?) della soluzione "ritagliata" ad arte per ciascun problema che occupi la scena, dal microcosmo dei "fatti nostri" al macrocosmo dei "fatti di tutti". Ne dispongono però (ma guarda un po') puntualmente quando la responsabilità decisionale appartiene ad altri. Quando invece la predetta responsabilità appartiene a loro, tutte le ricette vincenti così sapientemente ostentate, addirittura in qualche caso brandite come manganelli, vanno improvvisamente a farsi benedire: diventano inafferrabili, evanescenti, prive di forza, inapplicabili, improduttive, in una sola parola: inutili. Chissà come mai. Forse perché parlare è più facile che agire. Succede nella politica (ovviamente). Attenzione però: succede anche nelle nostre esperienze quotidiane (nel lavoro, in famiglia, al ristorante, con gli amici e in tutti gli altri rapporti interpersonali). Ogni giorno la visione e l'analisi delle cose si basano esclusivamente su valutazioni nient'altro che soggettive. Nessuno si sforza di guardare ai fatti, figuriamoci a mettersi nei panni degli interlocutori. Condizione antropologica, ovviamente, propria dell'essere umano. Condizione nella quale si inseriscono variabili inevitabili: dalla presunzione all'invidia (l'elenco è lungo, queste due lo compendiano credo in maniera esemplare). Vale anche per le regole: sugli altri vanno applicate, su di noi vanno interpretate. Quello che è giusto a carico altrui su di noi diventa ingiusto. Me ne accorgo giornalmente anche nel mio lavoro di giornalista. Il diritto di cronaca, per dire, viene considerato un elastico, adattabile alla realtà solo nella misura in cui non ci riguardi. Nel dibattito politico la visione della realtà si trasforma spesso nella peggiore interpretazione dell'anima più barricadiera di una società perennemente alla ricerca di colpevoli per i propri problemi privati. Giudicare gli altri dunque rimane una specie di sport preferito. Ci si erge agevolmente a conoscitori di caratteri privati e dettagli di scenari che, ragionevolmente, non possono essere a conoscenza di nessuno. Ma è la natura di quell'uomo che giudica e trancia commenti con una semplicità disarmante e francamente inaccettabile. I social hanno aggravato il lato di quella "voce di popolo" fatta equivalere, in maniera blasfema, addirittura a quella di Dio. Uno dei più grandi inganni della storia. 

martedì 3 dicembre 2019

Elogio delle tre verità (la mia, la tua e la Verità)

Un antico ma sempre efficace proverbio cinese ci ricorda che esistono tre tipi di verità: la prima è la mia, la seconda è la tua, la terza è la verità. Trovo istruttivo farvi ricorso nel ricordare che, nelle chiassose e affollate tribune delle opposte tifoserie (politiche anziché no), oltre al senso della responsabilità continua a mancare un elemento fondamentale: sì proprio quella, la verità da considerarsi nella sua fattispecie oggettiva, senza elasticità né rigidità di comodo. Ah, manca poi anche la concezione stessa di "interesse pubblico" anche qui nel senso oggettivo, non certo nell'accezione della convenienza fine a se stessa. Da Roma a Palermo, da Sciacca a Milano, il teatrino pervade la vita pubblica. Aizza il sentire comune (ma non se ne fa interprete), improvvisa (ma non sceneggia), rinfaccia (ma non ragiona), condanna (ma non si umilia). Confusione e paura assurgono a demoni che aleggiano su un'agorà esasperata, irritazioni represse incitano all'odio reciproco. E così della verità si fa vituperio giornaliero: non è essa l'obiettivo finale, ma chi ne costruisce la migliore versione, la più affascinante, come una specie di Belzebù tentatore che modella menti sempre più facilmente plasmabili. La verità è quasi sempre scomoda, sovente irraggiungibile. Tanto è vero che perfino le sentenze dei procedimenti giudiziari sono in grado di definirla solo come "verità giudiziaria". La verità assoluta è un concetto troppo importante perfino in un processo. Non è sincero chi ci indica la Verità perfino nel titolo di un giornale manifestamente partigiano, o chi ce la promette nel titolo di un articolo ("Vi racconto la verità") oppure in quello di un libro (la Verità su"). Solo la religione può neutralizzare la filosofia, ma non è la Verità divina quella che può permetterci di farci fare i conti con la realtà, tutt'al più ce li fa fare con noi stessi. Il tentativo dunque rimane quello di capire, mentre ci azzanniamo come cani sul senso del possesso della verità, quale sia quella reale, in una sublimazione forse irrealizzabile, ma che non deve vedere l'Uomo sottrarsi dal tentativo di raggiungerla. Senza scomodare più di tanto Immanuel Kant.


domenica 22 settembre 2019

C'era una volta a Hollywood: prima di andarlo a vedere bisogna conoscere la storia della tragedia di Bel Air


"C'era una volta a Hollywood" non è semplicemente un film. Piuttosto è un un antifilm, con qualche escursione nel genere da film nel film. Il tutto con un obiettivo finale, che personalmente considero poetico (non mi sbaglio, l'aggettivo è proprio quello che voglio usare, malgrado l'immancabile parentesi splatter che, stavolta, Quentin Tarantino ha concentrato in un'unica scena). Un obiettivo finale che è la sliding door immaginifica, quella che avrebbe potuto consegnare alla storia un esito diverso da quello reale. Mi riferisco alla strage di Bel Air, l'assassinio di Sharon Tate, bellissima attrice moglie di Roman Polanski e dei suoi amici nella casa sulle colline di Cielo Drive ad opera dei figli indemoniati di quel criminale di nome Charles Manson.
Ho letto delle critiche, qua e là. Ciascuno è libero di pensarla come vuole. Anche io, naturalmente. Addirittura c'è chi si lamenta, dopo avere visto questo film, di avere sprecato tre ore della propria vita. Esagerato. Spesso ci si dimentica che un film non è un documentario, ma un'opera d'arte. E un'opera d'arte non è sempre costretta a darci tutte le risposte che pensiamo debba fornire alle nostre esageratamente innumerevoli domande. Trovo che "C'era una volta a Hollywood" sia una rappresentazione di quel cinema ricco di omaggi (anche al nostro cinema, quello italiano) che Tarantino non manca mai di fare. Sul piano tecnico, che ve lo dico a fare? 
L'unica raccomandazione utile, prima di andarlo a vedere, riguarda la conoscenza dell'episodio storico della tragedia di Bel Air. È assolutamente necessario prima di guardare il film, altrimenti rischiate di non comprendere né prologo, né contesto storico né epilogo. Vorrei dire di più, ma temo di spoilerare. 
A me Tarantino piace perché non brama dalla voglia di stupire. Lo fa con naturalezza. Poi non posso non dire che Leonardo Di Caprio ha raggiunto livelli di espressività e di recitazione ormai incommensurabili. P.S. Non dirò mai, dopo avere visto un film, di avere sprecato qualche ora della mia vita. Tutt'al più dirò che non mi è piaciuto.
In programmazione al Cine Campidoglio. 

venerdì 16 agosto 2019

Lettera ai dispensatori di consigli: con una responsabilità addosso non durereste che una settimana


Sciacca continua a dimostrare di volere essere il luogo della conoscenza senza appello: una irripetibile "piazza di scontro" tra opposte fazioni, dove tutti i contendenti pretendono di saperla lunga e di avere ragione. 
La mia città è così oggi il crocevia di una fiera della presunzione collettiva, nella quale la capacità generalizzata di "prevedere il futuro" fa il paio con la facoltà diffusa di sapere (naturalmente in anticipo) cosa sia giusto e cosa no.
Ne viene fuori un mondo dolente e infelice, tra accuse, ripicche, attacchi e sentenze pronunciate senza conoscere le cose (ad esempio le ragioni vere di talune scelte, a partire da quelle compiute non certo a cuor leggero).
Un clima litigioso, che viene cavalcato in maniera talvolta meschina da una politica locale che dimostra solo di obbedire sempre e solo il vecchio adagio: "levati tu che mi ci metto io". Ho sempre pensato che stare all'opposizione sia l'esercizio più facile del mondo. Una considerazione che, per quanto mi riguarda, vale per chi oggi è in minoranza, ma anche per chi oggi sta amministrando. Un'impostazione che, dunque, se vale per le parti in causa oggi, valeva in egual misura e a parti invertite per quelle in causa ieri e l'altro ieri. 
Chi è all'opposizione se la sbriga sempre facilmente, interpretando (nella maggior parte dei casi) i sensi peggiori di una comunità bisognosa di scontro e di sangue. Chi è al governo invece scopre improvvisamente, di fronte ad un problema, di essere in grado di spaccare il capello in 4, in 8, perfino in 16 pur di giustificare la propria manchevolezza. Eppure quando era all'opposizione non aveva interesse a dimezzare un panino, altro che spaccare il capello in 4. 
La verità è che agli schiacchitani piace (da morire) piangersi addosso (io che scrivo non mi autoescludo). E lo specchio di questa comunità è una politica che naturalmente litiga, immaginando che il cittadino non dubiti della bontà della propria tesi. E così, dai fuochi d'artificio che non si sono fatti al biodigestore alla Kronion, tutti sanno tutto, tutti hanno una spiegazione, e tutti si sorprendono del fatto che la propria soluzione non sia stata adottata da chi di dovere. 
Piace da morire, tuttavia, allo sciacchitano, dispensare i propri consigli stando comodamente seduto in poltrona, senza responsabilità, senza firme da apporre, senza la necessità di fare economia, di rispettare gli equilibri finanziari e quelli sociali. Dagli un ruolo di responsabilità allo sciacchitano dispensatore di consigli: non durerà che una settimana. Dopodiché tornerà comodamente a sedere in poltrona e a dare le pagelle agli altri.

Costituzione e voltafaccia: quando le bugie hanno le gambe corte

I
Il tritacarne comunicativo di questi ultimi giorni di crisi del governo Conte, sta confermando la deriva senza fine di una civiltà dell'immagine che fagocita (senza alcuna pietà) cultura e buona educazione. Non è da oggi, d'altronde, che si immagina che il consenso politico possa permettere di violare le regole. Mi soffermerò brevemente sull'iniziativa riguardante il "taglio dei parlamentari". Farò un paio di considerazioni non tanto nel merito della proposta, quanto nel metodo dichiarato per conseguire l'obiettivo. Questione, quella del metodo, che merita di essere esaminata attentamente, posto che taluni protagonisti della politica immaginano impunemente di potere convincere l'opinione pubblica della giustezza della propria proposta rifilando, consapevolmente (e, dunque, colpevolmente), delle idee a dir poco strampalate e fuori dalla Costituzione.

Sostenere, così come ha fatto Luigi Di Maio, che "in due ore" si possono abolire 345 parlamentari per poi così tornare a votare, è una sorta di affronto al buonsenso che, personalmente, considero inaccettabile. L'accettazione di questa "sfida" da parte di Matteo Salvini (chen come fece Renzi, rischia di diventare vittima della sua stessa ambizione) conferma la necessità dei politici di oggi di "stare sul pezzo", senza attribuire importanza alcuna alla correttezza delle metodologie previste. Trascurare, come è stato fatto, che il taglio dei parlamentari richiede una riforma di tipo costituzionale, con approvazione di un apposito disegno di legge che deve essere approvato da entrambe le Camere con maggioranza qualificata (i 2/3 dei componenti) e con, in più, il meccanismo della "doppia lettura" ("due approvazioni due"  per un totale di "quattro" a distanza (ciascuna Camera) di almeno tre mesi l'una dall'altra, è un fatto di una gravità inaudita, così come, per vie informali, il Quirinale sembra già aver fatto rilevare.
La necessaria doppia approvazione del Parlamento di una riforma costituzionale può essere fatta anche a maggioranza semplice. Tuttavia, in questo caso, occorre poi un referendum confermativo dove (indipendentemente dall'esito finale), è richiesta la partecipazione al voto di almeno il 50% più uno degli aventi diritto. Questione, quest'ultima, che mi richiama alla mente la consultazione-suicidio di Matteo Renzi, quella del 4 dicembre del 2016, quella che prevedeva la sostanziale abolizione del Senato come camera elettiva (in un sistema di "bicameralismo perfetto", dove entrambi i rami del Parlamento fanno la stessa identica cosa). 
La conclusione è che il popolo non può essere talmente bue da pensare che "in due ore" si possa ridurre il numero dei parlamentari. Sostenerlo significa tentare di prendere in giro le persone. Il punto è che, ahimè, alcune persone accettano di farsi prendere in giro.
Un'ultima annotazione, nel dibattito odierno, desidero farla sullo scontro Conte-Salvini. La presa di distanza del premier (sfiduciato dal Papeete Beach, poveri padri della Patria dove siete?) sul tema dell'immigrazione non mi intenerisce. Rivela, piuttosto, una presa di distanza ahimè tardiva da parte del capo del Governo (e dei ministri Trenta e Toninelli) su talune porcherie commesse in un anno nel solco dei porti chiusi e della (inesistente, come chi ha buonsenso sa bene) "emergenza immigrazione". Prendere le distanze oggi da una politica che ha osteggiato l'accoglienza e reso l'Italia un Paese razzista mi sembra tardivo. Così come la improvvisa campagna mediatica del Movimento 5 Stelle contro Salvini (a cui eppure hanno agevolato non uno, ma due "decreti sicurezza") mi sembra l'ennesimo atto della solita farsa all'italiana, dove l'amico di oggi diventa il nemico di domani. Non sarà sufficiente l'aggressione social a Salvini (che ha letteralmente perso la bussola, dopo avere tirato la corda ed essersi infilato in un tunnel senza uscita) a rifare la verginità a Conte e a Di Maio.

domenica 14 luglio 2019

Il vero giudizio rimane quello non contaminato dalle emozioni

La legge è uguale per tutti? È un tema quasi secolare quello che voglio affrontare oggi. Molti di noi, di fronte a questa dicitura tesa, ben oltre l'estetica dell'enunciato, a garantire in maniera concreta i principi di imparzialità, terzietà ed equidistanza, continuiamo ancora oggi a sollevare dubbi e perplessità. Il confronto è inevitabile tra il valore delle leggi e la predisposizione d'animo di chi è chiamato a farle applicare, attraverso le sentenze. 

La fragilità, il trasporto emotivo, l'impulsività: sono aspetti della vita che hanno attinenza con l'uomo, indipendentemente dal censo, dal titolo di studio, dall'equilibrio mentale e dalla predisposizione dell'animo. Gli stessi operatori del diritto, a partire dai magistrati (mi riferisco soprattutto a coloro che operano nel ramo giudicante) non sono dispensati da tutto questo.

I (vergognosi) giochi di potere all'interno del CSM hanno evidenziato un sistema nel quale, lo stesso fondamentale prestigio del Potere giudiziario, ha subito il più deleterio degli offuscamenti, rivelando che non esiste categoria umana (né tanto meno professionale) che possa dirsi indenne dalla contaminazione delle ambizioni e degli interessi privati. 

Eppure, se il sistema giudiziario italiano continua a garantire un giudizio finale (cosa che non a caso avviene dopo almeno 3 gradi di processo) improntato sulla valutazione oggettiva dei fatti svolta da più soggetti e diversi tra loro, è perché l'ultimo giudice può correggere gli eventuali errori commessi dal primo, ma anche dal penultimo. 

Tutta questa premessa mi è necessaria per parlare della estrema facilità con la quale oggigiorno ci si trasforma in giudici, ancorché senza toga (per fortuna, oserei dire). Non volendo scomodare Umberto Eco, è indubbio che i social, da questo punto di vista, abbiano indotto il più innocuo degli utenti a compiaciuto sentenziatore, con procedure tutt'altro che oggettive, quasi sempre sostenute da valutazioni esclusivamente emotive o collegate alle proprie opinioni politiche, sociali, religiose, perfino gastronomiche, oggi anche razziali. 

Nel tritacarne delle "condanne" finiscono così stili di vita, orientamenti sessuali, pensieri e azioni. Se questi sentenziatori appartenessero al Potere giudiziario, ci sarebbe di che preoccuparsi. Certo, anche i magistrati sono uomini e donne, e anche loro sono in qualche maniera condizionabili. Eppure il miglior giudice che si possa avere la fortuna di incontrare sulla propria strada rimane colui o colei che, nella propria decisione, quella assunta "in nome del Popolo italiano" abbia la capacità di tenere fuori le proprie emozioni. Ed è, questo, un punto nodale dell'intero ragionamento. Perché il tentativo di condizionare politicamente il potere giudiziario continua anche oggi a cavalcare l'onda emotiva di un popolo che dimentica troppo spesso che al di sopra di tutto rimane lei: la Legge. 

Un popolo nel quale perfino il più rigoroso sostenitore dell'equità, se poi è alla sua porta che la Giustizia va a bussare, perde la bussola, si disorienta e guarda alla realtà solo con gli occhi rossi di rabbia. Eppure oggi c'è più bisogno che mai della Giustizia della Legge, e non di quella degli uomini. Anche se sono gli uomini che applicano la legge, s'intende. Ce la faremo? 

mercoledì 3 luglio 2019

Il tempo e la memoria tra ricordi e suggestione

Una delle suggestioni che da sempre mi appassionano riguarda lo scorrere del tempo: parlo della trasformazione umana, sia in ordine a quello che si vede (la materia) sia riguardo a ciò che sfugge agli occhi (i sentimenti). Sul rapporto spazio-tempo cinema e letteratura hanno giocato moltissimo, ispirando storie ora di impronta filosofica, ora di stampo fantascientifico, con espressioni narrative e visionarie talvolta affascinanti, riuscendo talvolta, attraverso l'ausilio di effetti speciali mirabolanti, a suscitare emozioni irripetibili. Espressioni visive incentrate su fatti chiaramente di impossibile concretizzazione (per esempio i viaggi nel tempo) ma, comunque, utili a raccontare l'uomo attraverso la rappresentazione di metafore dell'esistenza dal contenuto in qualche caso assai più profondo di una narrazione di stampo realistico.

Fateci caso: osservando una foto in bianco e nero, sembra che i soggetti immortalati parlino ai discendenti che li guardano tenendo un'istantanea tra le dita. Discendenti che possono essere anche loro stessi più grandi. O più vecchi. Molti ricorderanno, ne "L'attimo fuggente" di Peter Weir, la scena in cui il professor John Keating, con gli occhi e il volto del compianto Robin Williams, invita i suoi studenti ad avvicinarsi alle foto dei vecchi annuari del college per percepire, disperso negli anni, ciò che rimane dell'invocazione dei loro predecessori fatta sotto forma di sussurro: "Cogliete l'attimo ragazzi, rendete straordinaria la vostra vita". Carpe Diem

Si può forse negare come una semplice fotografia sia una sorta di suggello dell'immortalità? Ne ha bisogno perfino una tomba, almeno nella tradizione cristiana, come sorta di contraltare della più inaccettabile delle realtà. Una fotografia, un filmato, rappresentano così il tentativo dell'uomo di contrapporsi all'ineludibilità. Ma quando ci guardiamo in una istantanea dovremmo renderci conto che quelli nella foto non siamo noi. Non più, almeno. Nel preciso istante in cui il flash ci ha accecati eravamo noi. Ma già dopo un secondo non lo eravamo più. Eravamo altro, vissuto ma abbandonato nelle viscere di un passato che presto sarebbe diventato remoto. 

Quando ci imbattiamo non in una foto che non vedevamo da anni, ma in un reperto che ci ritrae ma che non avevamo mai visto prima (ad esempio uno scatto durante una festa di ragazzi, fatto da qualcuno che magari neanche conoscevamo) proviamo sensazioni molto forti. Quando visioniamo le immagini in Super 8 di noi bambini, dell'epoca che fisiologicamente si cancella dalla nostra memoria dopo i 5 anni, guardiamo ammaliati, alla ricerca di quel "noi" di cui abbiamo perduto il controllo, di quella tenerezza della carezza materna che giocoforza avrebbe poi preso altre forme. 

Cercatevi, dunque. Fatelo nelle foto che pensate qualche amico, una vecchia zia, possano avere nei loro cassetti o armadi. Fotografate le foto o duplicate i filmati che vi ritraggono, oltre le collezioni familiari (tutti noi abbiamo avuto delle istantanee che ritraggono il cugino del cuore o l'amico dell'amico). Perché la memoria è la cosa più importante che abbiamo, e non è giusto assegnargli questa importanza quando saremo diventati anziani. Perché vivere di ricordi può essere l'essenza più deteriore di chi indugia nel nostalgismo, ma la memoria ci aiuta a non dimenticare mai chi siamo stati e chi saremo. 
                                                                                                                                                                                                                                                                               

Il carcere duro: perché il dibattito sul singolo caso Cospito si sta estendendo sulla norma nella sua interezza

Avere trasformato la singola questione riguardante lo sciopero della fame dell'anarchico Alfredo Cospito in un dibattito (con molte, tro...