Tutti dispongono della spiegazione vincente, della chiave d'interpretazione corretta, della giusta visione della realtà e (che ve lo dico a fare?) della soluzione "ritagliata" ad arte per ciascun problema che occupi la scena, dal microcosmo dei "fatti nostri" al macrocosmo dei "fatti di tutti". Ne dispongono però (ma guarda un po') puntualmente quando la responsabilità decisionale appartiene ad altri. Quando invece la predetta responsabilità appartiene a loro, tutte le ricette vincenti così sapientemente ostentate, addirittura in qualche caso brandite come manganelli, vanno improvvisamente a farsi benedire: diventano inafferrabili, evanescenti, prive di forza, inapplicabili, improduttive, in una sola parola: inutili. Chissà come mai. Forse perché parlare è più facile che agire. Succede nella politica (ovviamente). Attenzione però: succede anche nelle nostre esperienze quotidiane (nel lavoro, in famiglia, al ristorante, con gli amici e in tutti gli altri rapporti interpersonali). Ogni giorno la visione e l'analisi delle cose si basano esclusivamente su valutazioni nient'altro che soggettive. Nessuno si sforza di guardare ai fatti, figuriamoci a mettersi nei panni degli interlocutori. Condizione antropologica, ovviamente, propria dell'essere umano. Condizione nella quale si inseriscono variabili inevitabili: dalla presunzione all'invidia (l'elenco è lungo, queste due lo compendiano credo in maniera esemplare). Vale anche per le regole: sugli altri vanno applicate, su di noi vanno interpretate. Quello che è giusto a carico altrui su di noi diventa ingiusto. Me ne accorgo giornalmente anche nel mio lavoro di giornalista. Il diritto di cronaca, per dire, viene considerato un elastico, adattabile alla realtà solo nella misura in cui non ci riguardi. Nel dibattito politico la visione della realtà si trasforma spesso nella peggiore interpretazione dell'anima più barricadiera di una società perennemente alla ricerca di colpevoli per i propri problemi privati. Giudicare gli altri dunque rimane una specie di sport preferito. Ci si erge agevolmente a conoscitori di caratteri privati e dettagli di scenari che, ragionevolmente, non possono essere a conoscenza di nessuno. Ma è la natura di quell'uomo che giudica e trancia commenti con una semplicità disarmante e francamente inaccettabile. I social hanno aggravato il lato di quella "voce di popolo" fatta equivalere, in maniera blasfema, addirittura a quella di Dio. Uno dei più grandi inganni della storia. domenica 5 gennaio 2020
Dalla politica alla vita di tutti i giorni: quanti giudici (sugli altri), quanta indulgenza (su se stessi)
Tutti dispongono della spiegazione vincente, della chiave d'interpretazione corretta, della giusta visione della realtà e (che ve lo dico a fare?) della soluzione "ritagliata" ad arte per ciascun problema che occupi la scena, dal microcosmo dei "fatti nostri" al macrocosmo dei "fatti di tutti". Ne dispongono però (ma guarda un po') puntualmente quando la responsabilità decisionale appartiene ad altri. Quando invece la predetta responsabilità appartiene a loro, tutte le ricette vincenti così sapientemente ostentate, addirittura in qualche caso brandite come manganelli, vanno improvvisamente a farsi benedire: diventano inafferrabili, evanescenti, prive di forza, inapplicabili, improduttive, in una sola parola: inutili. Chissà come mai. Forse perché parlare è più facile che agire. Succede nella politica (ovviamente). Attenzione però: succede anche nelle nostre esperienze quotidiane (nel lavoro, in famiglia, al ristorante, con gli amici e in tutti gli altri rapporti interpersonali). Ogni giorno la visione e l'analisi delle cose si basano esclusivamente su valutazioni nient'altro che soggettive. Nessuno si sforza di guardare ai fatti, figuriamoci a mettersi nei panni degli interlocutori. Condizione antropologica, ovviamente, propria dell'essere umano. Condizione nella quale si inseriscono variabili inevitabili: dalla presunzione all'invidia (l'elenco è lungo, queste due lo compendiano credo in maniera esemplare). Vale anche per le regole: sugli altri vanno applicate, su di noi vanno interpretate. Quello che è giusto a carico altrui su di noi diventa ingiusto. Me ne accorgo giornalmente anche nel mio lavoro di giornalista. Il diritto di cronaca, per dire, viene considerato un elastico, adattabile alla realtà solo nella misura in cui non ci riguardi. Nel dibattito politico la visione della realtà si trasforma spesso nella peggiore interpretazione dell'anima più barricadiera di una società perennemente alla ricerca di colpevoli per i propri problemi privati. Giudicare gli altri dunque rimane una specie di sport preferito. Ci si erge agevolmente a conoscitori di caratteri privati e dettagli di scenari che, ragionevolmente, non possono essere a conoscenza di nessuno. Ma è la natura di quell'uomo che giudica e trancia commenti con una semplicità disarmante e francamente inaccettabile. I social hanno aggravato il lato di quella "voce di popolo" fatta equivalere, in maniera blasfema, addirittura a quella di Dio. Uno dei più grandi inganni della storia. martedì 3 dicembre 2019
Elogio delle tre verità (la mia, la tua e la Verità)
Un antico ma sempre efficace proverbio cinese ci ricorda che esistono tre tipi di verità: la prima è la mia, la seconda è la tua, la terza è la verità. Trovo istruttivo farvi ricorso nel ricordare che, nelle chiassose e affollate tribune delle opposte tifoserie (politiche anziché no), oltre al senso della responsabilità continua a mancare un elemento fondamentale: sì proprio quella, la verità da considerarsi nella sua fattispecie oggettiva, senza elasticità né rigidità di comodo. Ah, manca poi anche la concezione stessa di "interesse pubblico" anche qui nel senso oggettivo, non certo nell'accezione della convenienza fine a se stessa. Da Roma a Palermo, da Sciacca a Milano, il teatrino pervade la vita pubblica. Aizza il sentire comune (ma non se ne fa interprete), improvvisa (ma non sceneggia), rinfaccia (ma non ragiona), condanna (ma non si umilia). Confusione e paura assurgono a demoni che aleggiano su un'agorà esasperata, irritazioni represse incitano all'odio reciproco. E così della verità si fa vituperio giornaliero: non è essa l'obiettivo finale, ma chi ne costruisce la migliore versione, la più affascinante, come una specie di Belzebù tentatore che modella menti sempre più facilmente plasmabili. La verità è quasi sempre scomoda, sovente irraggiungibile. Tanto è vero che perfino le sentenze dei procedimenti giudiziari sono in grado di definirla solo come "verità giudiziaria". La verità assoluta è un concetto troppo importante perfino in un processo. Non è sincero chi ci indica la Verità perfino nel titolo di un giornale manifestamente partigiano, o chi ce la promette nel titolo di un articolo ("Vi racconto la verità") oppure in quello di un libro (la Verità su"). Solo la religione può neutralizzare la filosofia, ma non è la Verità divina quella che può permetterci di farci fare i conti con la realtà, tutt'al più ce li fa fare con noi stessi. Il tentativo dunque rimane quello di capire, mentre ci azzanniamo come cani sul senso del possesso della verità, quale sia quella reale, in una sublimazione forse irrealizzabile, ma che non deve vedere l'Uomo sottrarsi dal tentativo di raggiungerla. Senza scomodare più di tanto Immanuel Kant.
domenica 22 settembre 2019
C'era una volta a Hollywood: prima di andarlo a vedere bisogna conoscere la storia della tragedia di Bel Air

"C'era una volta a Hollywood" non è semplicemente un film. Piuttosto è un un antifilm, con qualche escursione nel genere da film nel film. Il tutto con un obiettivo finale, che personalmente considero poetico (non mi sbaglio, l'aggettivo è proprio quello che voglio usare, malgrado l'immancabile parentesi splatter che, stavolta, Quentin Tarantino ha concentrato in un'unica scena). Un obiettivo finale che è la sliding door immaginifica, quella che avrebbe potuto consegnare alla storia un esito diverso da quello reale. Mi riferisco alla strage di Bel Air, l'assassinio di Sharon Tate, bellissima attrice moglie di Roman Polanski e dei suoi amici nella casa sulle colline di Cielo Drive ad opera dei figli indemoniati di quel criminale di nome Charles Manson.
Ho letto delle critiche, qua e là. Ciascuno è libero di pensarla come vuole. Anche io, naturalmente. Addirittura c'è chi si lamenta, dopo avere visto questo film, di avere sprecato tre ore della propria vita. Esagerato. Spesso ci si dimentica che un film non è un documentario, ma un'opera d'arte. E un'opera d'arte non è sempre costretta a darci tutte le risposte che pensiamo debba fornire alle nostre esageratamente innumerevoli domande. Trovo che "C'era una volta a Hollywood" sia una rappresentazione di quel cinema ricco di omaggi (anche al nostro cinema, quello italiano) che Tarantino non manca mai di fare. Sul piano tecnico, che ve lo dico a fare?
L'unica raccomandazione utile, prima di andarlo a vedere, riguarda la conoscenza dell'episodio storico della tragedia di Bel Air. È assolutamente necessario prima di guardare il film, altrimenti rischiate di non comprendere né prologo, né contesto storico né epilogo. Vorrei dire di più, ma temo di spoilerare.
A me Tarantino piace perché non brama dalla voglia di stupire. Lo fa con naturalezza. Poi non posso non dire che Leonardo Di Caprio ha raggiunto livelli di espressività e di recitazione ormai incommensurabili. P.S. Non dirò mai, dopo avere visto un film, di avere sprecato qualche ora della mia vita. Tutt'al più dirò che non mi è piaciuto.
In programmazione al Cine Campidoglio.
venerdì 16 agosto 2019
Lettera ai dispensatori di consigli: con una responsabilità addosso non durereste che una settimana
Sciacca continua a dimostrare di volere essere il luogo della conoscenza senza appello: una irripetibile "piazza di scontro" tra opposte fazioni, dove tutti i contendenti pretendono di saperla lunga e di avere ragione.
La mia città è così oggi il crocevia di una fiera della presunzione collettiva, nella quale la capacità generalizzata di "prevedere il futuro" fa il paio con la facoltà diffusa di sapere (naturalmente in anticipo) cosa sia giusto e cosa no.
Ne viene fuori un mondo dolente e infelice, tra accuse, ripicche, attacchi e sentenze pronunciate senza conoscere le cose (ad esempio le ragioni vere di talune scelte, a partire da quelle compiute non certo a cuor leggero).
Un clima litigioso, che viene cavalcato in maniera talvolta meschina da una politica locale che dimostra solo di obbedire sempre e solo il vecchio adagio: "levati tu che mi ci metto io". Ho sempre pensato che stare all'opposizione sia l'esercizio più facile del mondo. Una considerazione che, per quanto mi riguarda, vale per chi oggi è in minoranza, ma anche per chi oggi sta amministrando. Un'impostazione che, dunque, se vale per le parti in causa oggi, valeva in egual misura e a parti invertite per quelle in causa ieri e l'altro ieri.
Chi è all'opposizione se la sbriga sempre facilmente, interpretando (nella maggior parte dei casi) i sensi peggiori di una comunità bisognosa di scontro e di sangue. Chi è al governo invece scopre improvvisamente, di fronte ad un problema, di essere in grado di spaccare il capello in 4, in 8, perfino in 16 pur di giustificare la propria manchevolezza. Eppure quando era all'opposizione non aveva interesse a dimezzare un panino, altro che spaccare il capello in 4.
La verità è che agli schiacchitani piace (da morire) piangersi addosso (io che scrivo non mi autoescludo). E lo specchio di questa comunità è una politica che naturalmente litiga, immaginando che il cittadino non dubiti della bontà della propria tesi. E così, dai fuochi d'artificio che non si sono fatti al biodigestore alla Kronion, tutti sanno tutto, tutti hanno una spiegazione, e tutti si sorprendono del fatto che la propria soluzione non sia stata adottata da chi di dovere.
Piace da morire, tuttavia, allo sciacchitano, dispensare i propri consigli stando comodamente seduto in poltrona, senza responsabilità, senza firme da apporre, senza la necessità di fare economia, di rispettare gli equilibri finanziari e quelli sociali. Dagli un ruolo di responsabilità allo sciacchitano dispensatore di consigli: non durerà che una settimana. Dopodiché tornerà comodamente a sedere in poltrona e a dare le pagelle agli altri.
Costituzione e voltafaccia: quando le bugie hanno le gambe corte
I
Il tritacarne comunicativo di questi ultimi giorni di crisi del governo Conte, sta confermando la deriva senza fine di una civiltà dell'immagine che fagocita (senza alcuna pietà) cultura e buona educazione. Non è da oggi, d'altronde, che si immagina che il consenso politico possa permettere di violare le regole. Mi soffermerò brevemente sull'iniziativa riguardante il "taglio dei parlamentari". Farò un paio di considerazioni non tanto nel merito della proposta, quanto nel metodo dichiarato per conseguire l'obiettivo. Questione, quella del metodo, che merita di essere esaminata attentamente, posto che taluni protagonisti della politica immaginano impunemente di potere convincere l'opinione pubblica della giustezza della propria proposta rifilando, consapevolmente (e, dunque, colpevolmente), delle idee a dir poco strampalate e fuori dalla Costituzione.
Sostenere, così come ha fatto Luigi Di Maio, che "in due ore" si possono abolire 345 parlamentari per poi così tornare a votare, è una sorta di affronto al buonsenso che, personalmente, considero inaccettabile. L'accettazione di questa "sfida" da parte di Matteo Salvini (chen come fece Renzi, rischia di diventare vittima della sua stessa ambizione) conferma la necessità dei politici di oggi di "stare sul pezzo", senza attribuire importanza alcuna alla correttezza delle metodologie previste. Trascurare, come è stato fatto, che il taglio dei parlamentari richiede una riforma di tipo costituzionale, con approvazione di un apposito disegno di legge che deve essere approvato da entrambe le Camere con maggioranza qualificata (i 2/3 dei componenti) e con, in più, il meccanismo della "doppia lettura" ("due approvazioni due" per un totale di "quattro" a distanza (ciascuna Camera) di almeno tre mesi l'una dall'altra, è un fatto di una gravità inaudita, così come, per vie informali, il Quirinale sembra già aver fatto rilevare.
La necessaria doppia approvazione del Parlamento di una riforma costituzionale può essere fatta anche a maggioranza semplice. Tuttavia, in questo caso, occorre poi un referendum confermativo dove (indipendentemente dall'esito finale), è richiesta la partecipazione al voto di almeno il 50% più uno degli aventi diritto. Questione, quest'ultima, che mi richiama alla mente la consultazione-suicidio di Matteo Renzi, quella del 4 dicembre del 2016, quella che prevedeva la sostanziale abolizione del Senato come camera elettiva (in un sistema di "bicameralismo perfetto", dove entrambi i rami del Parlamento fanno la stessa identica cosa).
La conclusione è che il popolo non può essere talmente bue da pensare che "in due ore" si possa ridurre il numero dei parlamentari. Sostenerlo significa tentare di prendere in giro le persone. Il punto è che, ahimè, alcune persone accettano di farsi prendere in giro.
Un'ultima annotazione, nel dibattito odierno, desidero farla sullo scontro Conte-Salvini. La presa di distanza del premier (sfiduciato dal Papeete Beach, poveri padri della Patria dove siete?) sul tema dell'immigrazione non mi intenerisce. Rivela, piuttosto, una presa di distanza ahimè tardiva da parte del capo del Governo (e dei ministri Trenta e Toninelli) su talune porcherie commesse in un anno nel solco dei porti chiusi e della (inesistente, come chi ha buonsenso sa bene) "emergenza immigrazione". Prendere le distanze oggi da una politica che ha osteggiato l'accoglienza e reso l'Italia un Paese razzista mi sembra tardivo. Così come la improvvisa campagna mediatica del Movimento 5 Stelle contro Salvini (a cui eppure hanno agevolato non uno, ma due "decreti sicurezza") mi sembra l'ennesimo atto della solita farsa all'italiana, dove l'amico di oggi diventa il nemico di domani. Non sarà sufficiente l'aggressione social a Salvini (che ha letteralmente perso la bussola, dopo avere tirato la corda ed essersi infilato in un tunnel senza uscita) a rifare la verginità a Conte e a Di Maio.
domenica 14 luglio 2019
Il vero giudizio rimane quello non contaminato dalle emozioni
La legge è uguale per tutti? È un tema quasi secolare quello che voglio affrontare oggi. Molti di noi, di fronte a questa dicitura tesa, ben oltre l'estetica dell'enunciato, a garantire in maniera concreta i principi di imparzialità, terzietà ed equidistanza, continuiamo ancora oggi a sollevare dubbi e perplessità. Il confronto è inevitabile tra il valore delle leggi e la predisposizione d'animo di chi è chiamato a farle applicare, attraverso le sentenze.
La fragilità, il trasporto emotivo, l'impulsività: sono aspetti della vita che hanno attinenza con l'uomo, indipendentemente dal censo, dal titolo di studio, dall'equilibrio mentale e dalla predisposizione dell'animo. Gli stessi operatori del diritto, a partire dai magistrati (mi riferisco soprattutto a coloro che operano nel ramo giudicante) non sono dispensati da tutto questo.
I (vergognosi) giochi di potere all'interno del CSM hanno evidenziato un sistema nel quale, lo stesso fondamentale prestigio del Potere giudiziario, ha subito il più deleterio degli offuscamenti, rivelando che non esiste categoria umana (né tanto meno professionale) che possa dirsi indenne dalla contaminazione delle ambizioni e degli interessi privati.
Eppure, se il sistema giudiziario italiano continua a garantire un giudizio finale (cosa che non a caso avviene dopo almeno 3 gradi di processo) improntato sulla valutazione oggettiva dei fatti svolta da più soggetti e diversi tra loro, è perché l'ultimo giudice può correggere gli eventuali errori commessi dal primo, ma anche dal penultimo.
Tutta questa premessa mi è necessaria per parlare della estrema facilità con la quale oggigiorno ci si trasforma in giudici, ancorché senza toga (per fortuna, oserei dire). Non volendo scomodare Umberto Eco, è indubbio che i social, da questo punto di vista, abbiano indotto il più innocuo degli utenti a compiaciuto sentenziatore, con procedure tutt'altro che oggettive, quasi sempre sostenute da valutazioni esclusivamente emotive o collegate alle proprie opinioni politiche, sociali, religiose, perfino gastronomiche, oggi anche razziali.
Nel tritacarne delle "condanne" finiscono così stili di vita, orientamenti sessuali, pensieri e azioni. Se questi sentenziatori appartenessero al Potere giudiziario, ci sarebbe di che preoccuparsi. Certo, anche i magistrati sono uomini e donne, e anche loro sono in qualche maniera condizionabili. Eppure il miglior giudice che si possa avere la fortuna di incontrare sulla propria strada rimane colui o colei che, nella propria decisione, quella assunta "in nome del Popolo italiano" abbia la capacità di tenere fuori le proprie emozioni. Ed è, questo, un punto nodale dell'intero ragionamento. Perché il tentativo di condizionare politicamente il potere giudiziario continua anche oggi a cavalcare l'onda emotiva di un popolo che dimentica troppo spesso che al di sopra di tutto rimane lei: la Legge.
Un popolo nel quale perfino il più rigoroso sostenitore dell'equità, se poi è alla sua porta che la Giustizia va a bussare, perde la bussola, si disorienta e guarda alla realtà solo con gli occhi rossi di rabbia. Eppure oggi c'è più bisogno che mai della Giustizia della Legge, e non di quella degli uomini. Anche se sono gli uomini che applicano la legge, s'intende. Ce la faremo?
mercoledì 3 luglio 2019
Il tempo e la memoria tra ricordi e suggestione
Una delle suggestioni che da sempre mi appassionano riguarda lo scorrere del tempo: parlo della trasformazione umana, sia in ordine a quello che si vede (la materia) sia riguardo a ciò che sfugge agli occhi (i sentimenti). Sul rapporto spazio-tempo cinema e letteratura hanno giocato moltissimo, ispirando storie ora di impronta filosofica, ora di stampo fantascientifico, con espressioni narrative e visionarie talvolta affascinanti, riuscendo talvolta, attraverso l'ausilio di effetti speciali mirabolanti, a suscitare emozioni irripetibili. Espressioni visive incentrate su fatti chiaramente di impossibile concretizzazione (per esempio i viaggi nel tempo) ma, comunque, utili a raccontare l'uomo attraverso la rappresentazione di metafore dell'esistenza dal contenuto in qualche caso assai più profondo di una narrazione di stampo realistico.
Fateci caso: osservando una foto in bianco e nero, sembra che i soggetti immortalati parlino ai discendenti che li guardano tenendo un'istantanea tra le dita. Discendenti che possono essere anche loro stessi più grandi. O più vecchi. Molti ricorderanno, ne "L'attimo fuggente" di Peter Weir, la scena in cui il professor John Keating, con gli occhi e il volto del compianto Robin Williams, invita i suoi studenti ad avvicinarsi alle foto dei vecchi annuari del college per percepire, disperso negli anni, ciò che rimane dell'invocazione dei loro predecessori fatta sotto forma di sussurro: "Cogliete l'attimo ragazzi, rendete straordinaria la vostra vita". Carpe Diem
Si può forse negare come una semplice fotografia sia una sorta di suggello dell'immortalità? Ne ha bisogno perfino una tomba, almeno nella tradizione cristiana, come sorta di contraltare della più inaccettabile delle realtà. Una fotografia, un filmato, rappresentano così il tentativo dell'uomo di contrapporsi all'ineludibilità. Ma quando ci guardiamo in una istantanea dovremmo renderci conto che quelli nella foto non siamo noi. Non più, almeno. Nel preciso istante in cui il flash ci ha accecati eravamo noi. Ma già dopo un secondo non lo eravamo più. Eravamo altro, vissuto ma abbandonato nelle viscere di un passato che presto sarebbe diventato remoto.
Quando ci imbattiamo non in una foto che non vedevamo da anni, ma in un reperto che ci ritrae ma che non avevamo mai visto prima (ad esempio uno scatto durante una festa di ragazzi, fatto da qualcuno che magari neanche conoscevamo) proviamo sensazioni molto forti. Quando visioniamo le immagini in Super 8 di noi bambini, dell'epoca che fisiologicamente si cancella dalla nostra memoria dopo i 5 anni, guardiamo ammaliati, alla ricerca di quel "noi" di cui abbiamo perduto il controllo, di quella tenerezza della carezza materna che giocoforza avrebbe poi preso altre forme.
Cercatevi, dunque. Fatelo nelle foto che pensate qualche amico, una vecchia zia, possano avere nei loro cassetti o armadi. Fotografate le foto o duplicate i filmati che vi ritraggono, oltre le collezioni familiari (tutti noi abbiamo avuto delle istantanee che ritraggono il cugino del cuore o l'amico dell'amico). Perché la memoria è la cosa più importante che abbiamo, e non è giusto assegnargli questa importanza quando saremo diventati anziani. Perché vivere di ricordi può essere l'essenza più deteriore di chi indugia nel nostalgismo, ma la memoria ci aiuta a non dimenticare mai chi siamo stati e chi saremo.
mercoledì 12 giugno 2019
Della politica e della responsabilità: chi pagherà il conto?
È un destino a dir poco beffardo quello che accompagna le forze politiche più responsabili di un Paese in gravi difficoltà sociali ed economiche come è l'Italia. Partiti chiamati a sostenere misure in favore del risanamento dei conti pubblici e di responsabilità politica in favore delle future generazioni che, però, pagano puntualmente conseguenze nefaste in termini elettorali. È di questo che vorrei parlare. Prima però devo mettere le mani avanti: capisco che è difficile, nell'era odierna, non venire fraintesi. Sospetto, anche, che almeno il 90% delle inevitabili obiezioni su quanto osserverò riguarderanno elementi che nulla (ripeto: nulla) avranno a che fare con la mia tesi. Sono già rassegnato in tal senso.
Considero indubitabile che tra i problemi che partiti come il PD (ma onestamente il ragionamento vale anche per Forza Italia) scontano, c'è sicuramente quello di essere stati più volte e a più riprese sostenitori di "governi del Presidente", ossia di quegli esecutivi organizzati dal Quirinale e che hanno avuto come unico sostanziale scopo quello di programmare e mettere in atto provvedimenti in favore del risanamento economico. Da Monti in giù (Ciampi, Dini, Amato) è stato necessario fare ricorso a personalità più o meno autorevoli e credibili a livello interno e internazionale per far recuperare al Paese punti di PIL e far calare lo spread, aggiustando quanto era stato distrutto. Per raggiungere questi obiettivi è stato necessario, più o meno giocoforza, come si dice oggi, mettere le mani nelle tasche degli italiani. E qui viene fuori la prima criticità di queste misure: sì, perché le "tasche" degli italiani violate purtroppo sono state (e sono ancora oggi) sempre le stesse.
Taluni provvedimenti, come la stessa vituperata Legge Fornero, avevano come obiettivo quello di conseguire il risultato necessario (nella fattispecie: riformare il sistema pensionistico) nel minor tempo possibile. Ma le conseguenze sono state devastanti, anche in termini di tenuta di una generazione che è stata oggettivamente massacrata da un provvedimento che non si può non definire di macelleria sociale.
Il punto centrale oggi è se sia ancora immaginabile che l'indirizzo politico più responsabile di un Paese moderno e democratico come l'Italia debba essere garantito da personalità le quali, poi, non hanno alcuna necessità di far approvare o meno il proprio operato dal corpo elettorale. La risposta a questa domanda, ovviamente, è no. Eppure la realtà è diversa.
Se, infatti, i partiti che concorrono alla formazione del governo del Paese fossero dotati di superiore responsabilità, non ci sarebbe alcun bisogno di reclutare professori ed economisti che, però, appaiono bravi solo in quelle "lacrime e sangue" che, come ho già detto, vengono versate dai soliti noti.
Questo ragionamento vale per tutti, anche se (lo riconosco) è inevitabile al momento attagliarlo alle scelte di un esecutivo, quello tuttora in carica, che non a caso sta faticando oltremisura in un negoziato in atto, quello con l'Unione Europea, che impone scelte che dovrebbero essere oculate e sostenibili. Richiesta che il Premier Giuseppe Conte vuole fare propria, ritenendo evidentemente che non si può pensare di continuare a rispondere con un'idea che personalmente considero strampalata del "sovranismo".
Perché non c'è dubbio che l'introduzione dell'Euro non sia stata gestita in maniera rigorosa, e queste sono responsabilità purtroppo "spalmabili" tra diverse forze, di Centro, di Destra e di Sinistra. Con scelte "oculate e sostenibili" (quelle che ci chiede l'UE, pensa l'ennesima procedura d'infrazione) non si intendono certamente i provvedimenti che si basano sull'accrescimento di un deficit economico. Provvedimenti che non è nemmeno etico tentare di giustificare con quello che si sarebbe dovuto fare nel passato ma che non si è fatto.
E alla fine, la prospettiva qual è? Quella dell'approdo di un Mario Draghi (che, sono certo, non accetterà mai di diventare il leader di Forza Italia) che, come Mario Monti, dovrà rimettere i conti in sesto. E come lo farà? Ma facile: facendo pagare chi ha già tanto pagato, lasciando poi indisturbati gli evasori fiscali, i doppiolavoristi (compresi i sempre più casi di percettori di reddito di cittadinanza che, mentre fanno la morale agli altri continuano a lavorare in nero) e gli speculatori. E a sostenere questo governo chi sarà? Ma naturalmente il PD, sicuramente Forza Italia, e qualche altro gruppuscolo di parlamentari di professione che da decenni bivaccano nel Transatlantico saltellando da un partito all'altro (la stessa impostazione che ci ha fatto ritrovare Pierferdinando Casini, che io non considero l'uomo nero) candidato nell'uninominale per il Partito Democratico.
No, non è una prospettiva che mi piace. Anche se Draghi è un orgoglio del Paese a livello mondiale, non è così che vorrei che funzionasse l'Italia. Vorrei al tempo stesso però che le scelte di politica economica non venissero fatte alla garibaldina, tra selfie e video su Facebook, ma che la "scienza" dei professoroni chiamati ad aggiustare il Paese (Monti e altri) venisse indirizzata verso progetti di sviluppo reale, attraverso una riduzione drastica del costo del lavoro (cosa di cui nessuno parla), un aumento degli investimenti in favore del nostro Paese, una superiore certezza del diritto e una lotta concreta al malaffare e alla mafia.
Ecco quali sono i problemi dell'Italia. Lo dico a chi pensa, grazie a certi attuali governanti, che, se non può permettersi una vacanza o, peggio, pagare la bolletta, la colpa sia dell'ennesimo barcone di disperati che naufraga nel Mediterraneo. Arriverà Draghi? La farà pagare ai soliti noti? Il PD lo sosterrà? Ma alle elezioni verrà punito. Perché non è la "responsabilità" che il cittadino medio cerca.
Sergio Mattarella è entrato nel quinto anno del suo mandato presidenziale. Frustrazioni diffuse lo identificano come un avversario dell'attuale compagine di governo, e non come un sostenitore delle prerogative costituzionali. Visti gli attuali chiari di luna non mi stupirei se, tra due anni, al suo posto ci ritrovassimo Calderoli. Allora sì che sarà dura.
mercoledì 29 maggio 2019
PD e Movimento 5 Stelle devono dimenticare le scorie del passato e tornare a discutere. Altrimenti sono condannati all'irrilevanza
Aldilà del (significativo) boom leghista, le elezioni Europee di domenica scorsa hanno rivelato un quadro che, sul piano della proposta politica, relega la Sinistra ad un ruolo assolutamente marginale e di testimonianza. È di questo che voglio parlare.
Non attribuisco certo al recupero di qualche punto percentuale del PD la rinascita di una prospettiva. Anzi, i dati rivelano con estrema nettezza che mentre la Destra dispone di una quantità innumerevole di soluzioni (Salvini con la forza di cui dispone può sparigliare le carte in qualsiasi momento e cambiare alleati), i DEM non hanno certamente nulla per cui esaltarsi. Anzi, ancora una volta il fronte progressista si ritrova a fare i conti con una realtà nella quale l'individualismo sfrenato (da SEL a LeU, fino a "La Sinistra" nella quale avrebbero dovuto identificarsi i sedicenti "puri di cuore") ha prodotto risultati a dir poco insignificanti
Se il "renzismo" non ha certamente agevolato il percorso volto a costruire un'area progressista forte e centrale nella vita di un Paese complesso come l'Italia (devo ancora capire bene i capi di imputazione a carico dell'ex premier) la decisione, assunta da chi è impegnato giornalmente nella corsa a dimostrare di essere più "di sinistra" degli altri, di andarsene dal PD, non mi pare che abbia creato condizioni per così dire "vincenti". Anzi, i cosiddetti "valori" di supremazia, in una rappresentanza che in cinque anni ha cambiato almeno dieci sigle, sono stati a dir poco azzerati. Ne consegue che o per la Sinistra non ci votano più nemmeno quelli "di sinistra", o quelli "di sinistra", pur di punire una politica più moderata continuano a spaccare il capello in quattro nel giochino della "Sinistra fai da te", non capendo che solo in un grande partito-contenitore le proprie istanze riescono ad avere diritto di cittadinanza.
Che fare, dunque? Nicola Zingaretti e Carlo Calenda hanno indubbiamente fatto un buon lavoro. Agevolato (negarlo sarebbe disonesto) dalla rinuncia di Matteo Renzi all'ennesima scissione. Rinuncia, peraltro, scaturita dalla consapevolezza che si sarebbe trattato della sua ennesima inimmaginabile sciocchezza.
Ma se è nei rapporti interpersonali che le "scorie" delle divergenze sopravvivono nei secoli, la stessa cosa non può accadere nella vita politica. Se vogliono tornare ad essere competitivi, PD e Movimento 5 Stelle dovrebbero cercare di riprendere una discussione che sia scevra da pregiudizi e condizionamenti di un passato nel quale se ne sono dette di tutti i colori. Una campagna denigratoria che, naturalmente, negli anni ha premiato i pentastellati, che ai DEM hanno attribuito perfino la responsabilità delle guerre puniche, pur sapendo (dunque in maniera intellettualmente disonesta) che la realtà era ben diversa. Ma oggi bisogna resettare tutto e cercare di creare condizioni nuove per la elaborazione di un progetto politico alternativo ad una Destra che raccoglie di tutto: l'insoddisfazione, il voto di protesta, la xenofobia. Mi fa sorridere pensare che un nuovo governo possa reggersi sulle gambe di cemento armato di Salvini e, contemporaneamente, su quelle ormai di argilla del Movimento 5 Stelle. Mi fa sorridere di più immaginare nuove elezioni e un'altra alleanza tra Salvini (sempre più forte) e Fratelli d'Italia della Meloni, che porterebbe "in dote" appena il 6-7% a fronte di uno strapotere leghista del 34%.
Cosa immaginare per il futuro per il PD? Mi sembra un'altra condizione "stile PCI": un partito di massa, popolare, ma senza la speranza di diventare un partito di governo. E la stessa cosa rischia il M5S. A cui governare non ha fatto certamente bene in termini di consensi. Anche per scelte politiche inevitabilmente bocciate, compreso quel reddito di cittadinanza che da "vangelo" si è trasformato in "karma". Governare ha fatto benissimo a Matteo Salvini. Gli è bastato chiudere i porti, tornando a tirare fuori dagli italiani quell'anima nera che anche Mussolini aveva già scovato.
giovedì 9 maggio 2019
Un errore l'esclusione di Polacchi dal Salone del Libro. Condanniamolo se viola la legge, non solo se ha idee fasciste
Matteo Salvini ha definito "surreale" quello che, evidentemente, considera un infondato allarme Fascismo. Lo ha fatto commentando la notizia dell'editore Francesco Polacchi, ingombrante presenza al Salone Internazionale del Libro di Torino. Chiarisco perché non sono d'accordo con questa affermazione.
A far aleggiare il Fascismo non sono gli antifascisti. Al contrario, a farlo sono coloro che ne rivendicano orgogliosamente il (presunto) valore. Di conseguenza, dal "derby" del 25 aprile al "surrealismo" anacronistico che dovrebbe tranquillizzarci, il ministro dell'Interno sbaglia bersaglio.
Ma ora dico la mia sull'espulsione dell'editore Polacchi. Mi considero un insospettabile rispetto a possibili simpatie nei confronti di Casa Pound. Ma considero ogni censura un errore gravissimo. L'editore Polacchi (Altaforte) che (non a caso) pubblica un libro proprio su Salvini, ha il diritto di professare le sue idee, anche se io non le condivido. Escluderlo è scorretto. Anche perché al di sopra di tutto c'è la supremazia della Legge. E non tanto quanto stabilito dall'articolo 12 della Costituzione, quello che vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. Ci sono anche altre norme che, eventualmente, sono dei punti di riferimento nel caso in cui l'attività della casa editrice Altaforte, a partire dalla legge che sanziona ogni apologia di fascismo. Denunciamo Polacchi se viola le leggi. Escluderlo a priori per le sue idee non appartiene ad uno stato democratico. Altrimenti finisce che hanno ragione loro.
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