giovedì 24 gennaio 2019

Terme: muoviamoci, altrimenti nella dicotomia tra colpevolisti e innocentisti sarà il nostro specchio a rivelarci la verità

Ieri a Vesper al Cinema abbiamo parlato delle Terme di Sciacca, di quello che significano sul piano simbolico, di come sono state bistrattate su quello economico, sfruttate su quello politico, consumate su quello pratico.
Vent'anni dopo la legge che sancì la necessità di privatizzarle, siamo ancora qui a parlare di errori del passato e prospettive per il futuro. E ancora: gestione, affidamento, riconversione, rilancio, danni. 
La Regione, proprietaria delle Terme, le ha utilizzate per finalità essenzialmente politico-clientelari. Anche istituendo una Spa presto avviata alla liquidazione (tuttora in corso) che ha costretto il governo a ricomprare beni che erano suoi pur di poter riunificare i beni da mettere a bando. 
Politica che se l'è scialata, dunque. Fino a quando, però, le vacche sono diventate talmente magre che la stessa politica alla fine è stata indotta a "toglierci mano" chiudendole. Ripartendo daccapo. Perché nel frattempo il precedente governo (meno male che era di centrosinistra) ha tentato piuttosto goffamente di consegnare il patrimonio al comune, attribuendogli però compiti sovradimensionati, permettendoci di scoprire che alcuni degli immobili (perfino le stufe vaporose) non erano nemmeno accatastati.
Oggi è giunto il momento di una spinta civica, quella che è mancata da parte di una città che da sempre, come dimostra d'altronde lo stesso avvento dei social, preferisce giudicare più che agire. 
Ora basta. Occorre agire, riconquistare il nostro
orgoglio. Altrimenti è perfettamente inutile continuare a cercare un altro colpevole: sarà sufficiente guardarci allo specchio.

lunedì 21 gennaio 2019

Il film su "Van Gogh" come apoteosi dell'instabilità della mente e della narrazione

C'è la perfetta rappresentazione dell'apoteosi dell'instabilità nello splendido film di Julian Schnabel "Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità" con, protagonista, uno straordinario Willem Dafoe nei panni del grande pittore olandese. 
L'instabilità della mente di Van Gogh fa il paio con quella della narrazione per immagini a cui fa ricorso il regista, che indugia in un uso movimentato, quasi parossistico della macchina da presa, quasi obbligando lo spettatore a guardare ai fatti con gli occhi del protagonista.
Un lungometraggio che spiega l'arte inarrivabile del pittore attraverso il suo vissuto, le sue esperienze personali, i suoi rapporti con gli altri. Come a dire che l'uomo è ciò che lascia ai posteri: la sua visione del mondo, una sorta di filosofia immaginifica. 
In proiezione alla Multisala Badia Grande stasera e domani alle 20,15.

domenica 13 gennaio 2019

Incontro i giovani perché anche io alla loro età avrei voluto qualcuno che lo facesse

Sono reduce da una serie di incontri pubblici che mi hanno visto coprotagonista di alcuni incontri con i giovani, perlopiù studenti. Con loro ho parlato di temi culturali e di quelli riguardanti il rispetto delle regole nel lavoro del giornalista. Ho dovuto togliere del tempo ai miei numerosi impegni personali e professionali per potere rispettare questi appuntamenti. Ma l'ho fatto con grande trasporto emotivo, dando la precedenza ai giovani, considerandolo un dovere morale oltre che civico. "Ai giovani non posso dire di no", mi sono ripetuto. 
Lo racconto perché i ragazzi sono lo specchio migliore del mondo di oggi. E anche io alla loro età avrei voluto avere un'opportunità di questo genere: confrontarmi con il mondo adulto, quello delle professioni e dell'esperienza, con particolare predilezione per la conoscenza. Un "vizio" che non mi sono mai tolto, e che ancora oggi mi vede organizzare iniziative in favore della conoscenza e dell'analisi dei fatti culturali attraverso presentazioni di libri e trasmissioni televisive, come quelle che da questa stagione ho portato al cinema, con un esperimento che mi sta dando moltissime soddisfazioni e che continuerà.  

giovedì 20 dicembre 2018

Ma è poi così vero che la storia la scrivono i vincitori?

Indotto dalla necessità (privata) di commemorare Bernardo Bertolucci, nei giorni scorsi ho voluto rivedere "Novecento", forse il suo vero capolavoro artistico e politico.
Nell'epopea di Olmo ed Alfredo c'è l'Italia. Quell'Italia la cui storia rischia, purtroppo, di venire immolata sull'altare dell'eterna dicotomia tra nostalgici e revisionisti. Categorie dove l'orientamento culturale prevale sulla necessità di analizzare i fatti. Voglio dire la mia sul tema secondo il quale "la storia viene scritta dai vincitori". 
È innegabile che in "Novecento" Bertolucci ponga sotto i riflettori la sua formazione politica di Sinistra. Personalmente, tuttavia, trovo che nella narrazione della splendida controversa complicità tra Olmo e Alfredo ci sia l'ardita riproposizione, ancorché in chiave utopica, di quella pacificazione sociale che, poi, ahimè, sfugge ad anagrafe e legati testamentari. 
Ma diamo pure per buona la tesi secondo cui la storia la scrivono i vincitori e che, di conseguenza, per questa ragione sostanziale la storia non sarebbe oggettiva. Una tesi che una certa Destra non dimentica mai di rivendicare.
Io sono curioso, però, di capire quale tipo di storia, restando per esempio a quella che per me è il faro della lotta partigiana, si sarebbe potuta raccontare se a scriverla fossero stati gli "sconfitti". Avrebbero potuto, per caso, raccontare che, prescindendo dalle Leggi razziali e dall'asse Roma-Berlino, il Fascismo non era poi stato così malvagio? Ma perché? È possibile prescindere da queste scelte in una valutazione storica oggettiva su quello che, comunque, è stato un regime dittatoriale? 
La storia l'avranno pure scritta i "vincitori", lo concedo. Ma io ricordo che tra chi voleva raccontarne una diversa c'erano anche i negazionisti della Shoah. Il punto vero è che la storia non si può analizzare con l'ascia. 
E il paragone tra fascisti e comunisti (in Italia) non regge, perché il Fascismo l'abbiamo avuto, mentre il Comunismo (inteso come regime stalinista) noi non lo abbiamo vissuto. E il PCI fece una scelta di Democrazia, contribuendo (insieme agli altri partiti democratici) a scrivere una Costituzione garantista, rispettosa di tutti gli orientamenti fondati sul rispetto reciproco, salvando con l'amnistia i reduci del regime appena sconfitto. 
E gli errori commessi sono stati messi in risalto, così come furono drammaticamente normali, in una guerra civile come quella che ci fu in Italia dopo l'8 settembre, gli abusi e le vergogne reciproche, come furono sicuramente le Foibe del maresciallo Tito. Vergogne che, tuttavia, non possono essere tirate in ballo però come un rilancio a Poker, a chi dimostra di avere dalla sua parte una tragedia più tragica di quella della parte opposta. 

domenica 2 dicembre 2018

I grandi sono umili: la mia esperienza rivelatrice con Piero Angela

Chi ritiene di saperla lunga ha sempre bisogno di dimostrarlo e, di conseguenza, è abituato a fare sfoggio di presunzione. Minimizzando l'entità delle rivelazioni altrui o, peggio, affermare di esserne già a conoscenza. Sembra una delle innumerevoli maschere che Luigi Pirandello aveva paventato quando ci avvisò che, nel nostro percorso di vita, avremmo avuto più a che fare con esse che con i volti umani. Una condizione rivelatrice di una natura sempre più teatrale (più che teatrante) della nostra vita. Recitiamo tutti, più o meno a soggetto, nel solco di consuetudini che, tutto sommato, continuano a caratterizzare i rapporti sociali. E questo aldilà di chi si dice nemico dell'ipocrisia compiacendosi, nel nome di tale avversità, di umiliare gli altri sull'altare di quella veritas tesa, piuttosto egoisticamente, bisogna dirlo, a "liberare" esclusivamente se stesso.
I grandi sono umili. I veri grandi non se la tirano. Sono consapevoli del loro talento, intendiamoci. E cercano legittimamente di ricavarne il massimo consentito. Ma i grandi sanno anche di non essere certo infallibili. E sono serenamente pronti a fare ammenda dei loro errori, se non addirittura a chiedere scusa senza problemi.
Mi è capitato, durante il mio cammino, di incontrare persone particolarmente note. Con alcune di queste il rapporto è stato assolutamente paritario, in qualche caso con mia somma sorpresa. generando a mia volta sorpresa nel "grande".
Uno di questi è stato il giornalista Piero Angela. Il notaio Franco Raso mi diede la straordinaria opportunità di incontrarlo. L'intervista la facemmo nel suo appartamento del Verdura Golf & Spa Resort, presso cui era ospite. Una persona disponibile, aperta, curiosissima. Quel giorno il mio staff era particolarmente nutrito. I tecnici di Rmk fecero letteralmente a gara per accompagnarmi. Non per la notorietà del personaggio, quanto per il suo nome. Piero Angela infatti viene considerato un maestro per tutti noi.
Ne venne fuori ciò che considero una delle interviste più importanti della mia vita (che ripropongo qui). Ma non tanto per quello che ci siamo detti al microfono, quanto per ciò che Piero Angela mi chiese prima di cominciare: "Preferisce che, mentre rispondo alle sue domande, mi rivolga a lei oppure alla telecamera"? L'ammirazione che già provavo per quest'uomo nobile e raffinato andò in centrifuga. Con quella domanda stava rivelando un rispetto assoluto nei nostri modesti confronti. Gli risposi così: "Lei, che è la storia stessa della televisione italiana, domanda a me dove deve guardare mentre risponde"? Mi regalò un sorriso paterno.
Dopo quell'intervista tornai sulla terra. Avevo un appuntamento con un sedicente artista de noàntri che, naturalmente, ancora oggi non conosce nessuno ma che pretendeva, in maniera arrogante, che i miei tecnici fossero attenti a riprenderlo dal suo profilo migliore.


giovedì 8 novembre 2018

Dell'imparzialità e della ragione: Brecht come simbolo di chi è minoranza

"Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati". L'attualità del celebre aforisma di Bertolt Brecht dice molto di una società che, più che all'inizio del ventesimo secolo, rifiuta di analizzare i fatti, preferendo liquidarli con la pancia, più che con la testa. Talvolta vengo "rimproverato" di eccessiva partigianeria politica quando, invece, facendo il giornalista, dovrei essere - mi viene detto - "imparziale". Vorrei soffermarmi su questo fatto.Se, di norma, a invocare l'imparzialità è chi imparziale non è, è utile tuttavia cercare di fornire una chiave di lettura la più intellettualmente onesta possibile. L'imparzialità non risiede tanto nell'assenza di convincimenti, quanto nel provare a non trascurare alcuna delle voci dei protagonisti dell'agone politico. Quando si fa questo si fa tutto. Ecco, personalmente ritengo di avere sempre garantito l'ampiezza del dibattito, offrendo lo spazio a tutti, nell'interesse di un'informazione completa, ancorché non esente da possibili errori di valutazione (diffido da sempre dei sedicenti infallibili). L'ampia premessa è necessaria per evidenziare che, come molti di voi sapranno, non mi sento assolutamente in sintonia con le posizioni politiche della Lega, oggi il primo partito italiano, capeggiato dal ministro dell'Interno Matteo Salvini. Non mi sento in sintonia con questo partito per ragioni di orientamento politico e culturale, nonché di impostazione dell'attività di governo che, personalmente, considero di destra, se non in qualche caso di estrema destra. È innegabile, tuttavia, che dal punto di vista giornalistico questa forza oggi meriti tutta l'attenzione necessaria, dal macro al microcosmo. A Sciacca, alle elezioni politiche dei primi di marzo, per dire, il simbolo della Lega, senza nessuno che facesse campagna elettorale, ha ottenuto 700 voti. Da allora è iniziata l'inevitabile "rincorsa" dei dirigenti di questo partito nei confronti di possibili luogotenenti che potessero assumerne un ruolo di rappresentanza. Tutti sanno che il più corteggiato è stato l'ex sindaco Mario Turturici che, però, ad oggi ha preferito indugiare rispetto ad una discesa in campo che, con ogni probabilità, non sente nelle sue corde. L'indicazione di Vincenzo Catania a presidente del circolo è, comunque, un momento importante nella vita pubblica, che potrebbe aprire anche a possibili riposizionamenti politici all'interno del Consiglio comunale. Darò tutto lo spazio necessario a queste dinamiche, nel rispetto delle persone che credono in questa politica. Sarà questa la mia "imparzialità". Credo sia sufficiente a rispettarci vicendevolmente. Su Facebook (almeno là) esprimo opinioni personali.Dal giornalista non si deve pretendere asetticità, ma onestà intellettuale, nella necessaria separazione tra fatti e opinioni. E concludo così come ho iniziato: dall'aforisma di Bertolt Brecht. Che mi fa pensare che il successo straordinario della Lega sia l'ennesimo esempio, come lo fu il Pd di Renzi, della straordinaria voglia dell'italiano di salire tempestivamente sul carro del vincitore. 

mercoledì 24 ottobre 2018

Destra e Sinistra esistono ancora, se non nei partiti nei principi e nelle convinzioni di ciascuno di noi

Da qualche tempo mi capita di leggere, qua e là, considerazioni piuttosto critiche sul valore delle ideologie. "Destra e Sinistra non esistono più", si dice da anni. Critiche che, peraltro, nella loro impostazione, sono state "benzina sul fuoco" dell'escalation di consensi attorno al MoVimento 5 Stelle (non è una critica, ma una semplice constatazione). 
Eppure non sono convinto che Destra e Sinistra non esistano più. Esistono eccome. E questo, dal mio modesto punto di vista, esula dal problema di una semplice, ancorché non semplicistica, rappresentatività partitica. Questo passaggio è fondamentale, perché vuole tracciare, nel mio ragionamento, una linea di demarcazione netta tra l'ideologia politica e il suo contenitore di riferimento (il partito o il movimento). 
Scrive il filosofo della politica Norberto Bobbio, nella parte del suo libro "Destra e Sinistra" dedicata alla distinzione politica fondata su "Eguaglianza e Libertà", che il criterio più frequentemente adottato per distinguere la destra dalla sinistra è il diverso atteggiamento che gli uomini viventi in società assumono di fronte all’ideale dell’eguaglianza, che è, insieme a quello della libertà e a quello della pace, uno dei fini ultimi che si propongono di raggiungere e per i quali sono disposti a battersi. Aggiunge, poi, il prof. Bobbio, che a questo contrasto di scelte ultime si accompagna anche una diversa valutazione del rapporto tra eguaglianza-diseguaglianza naturale ed eguaglianza-diseguaglianza sociale. L’egualitario parte dalla convinzione che la maggior parte delle diseguaglianze che lo indignano, e vorrebbe far sparire, sono sociali e, in quanto tali, eliminabili; l’inegualitario, invece, parte dalla convinzione opposta, che siano naturali e, in quanto tali, ineliminabili.  
Sono considerazioni di tipo oggettivo, scevre da ogni giudizio. Tendono ad affermare il principio che i valori contenuti nelle ideologie appartengono alla sensibilità, ai principi etici e alle convinzioni  di ciascuno di noi. Idee che, naturalmente, non dovrebbero certo venir meno di fronte alla eventuale loro ridotta rappresentanza all'interno di questo o quel determinato partito. 
Ne consegue, dunque, che risulta oltremisura difficile, a fronte di una fisiologica delusione che può emergere quando non rileviamo una perfetta rispondenza tra le nostre aspettative e la linea politica di un partito che dovrebbe rappresentarci, beneficiare del nostro consenso elettorale un soggetto politico che persegue un'ideologia non tanto diversa della nostra, quanto totalmente antitetica. Non appare credibile, di conseguenza, aldilà di una larghezza di vedute sui generis, chi, pur rivendicando una discutibile appartenenza "alla Sinistra", consegna il suo consenso a partiti che perseguono (legittime, s'intende) politiche di Destra. Vale anche al contrario, naturalmente. 
Furbescamente, quando "scese in campo", Berlusconi si intestò una ideologia del Liberismo di destra. Quello che, per dire, oggi non ha più una grande rappresentanza, soprattutto a fronte di un'idea libertaria che, storicamente, promuove un'idea di libero mercato, taglio delle tasse ma, al tempo stesso, diminuzione della spesa pubblica, pareggio di bilancio (addirittura!) e calo delle prestazioni previste dallo stato sociale. Direi che la strada intrapresa dal governo tuttora in carica (dove la componente di Destra è particolarmente forte) vada in una direzione completamente opposta. 
Se è vero, dunque, che nell'immaginario collettivo "Destra e Sinistra non esistono più", è anche vero (secondo me) che viviamo in un'epoca in cui a prevalere è la marmellata ideologica, quella che contamina le antiche distinzioni oggi in campo con spruzzate di idee reazionarie de noàntri nella Sinistra, e zaffate di dittatura del proletariato all'amatriciana nella Destra. 
È il segno dei tempi, si dirà. Anche perché, per fortuna, le Elezioni sono fatte per stabilire chi debba andare a governare, e il risultato scaturisce dall'adesione della maggioranza degli elettori a questo o a quel programma. Non tutti i cittadini, legittimamente, possiedono convinzioni ideologiche così chiare e nette, ed è giusto che la società sia così. 
Ma se affermiamo, o premettiamo, di avere nella nostra testa idee politiche ben definite, allora è bizzarro farle aderire a programmi di opposta natura. Se è, il nostro, un voto di protesta (non ci trovo nulla di male), si abbia almeno il coraggio di dirlo, senza arzigogoli lessicali che sembrano far emergere solo un certo pudore. Del tipo: "Sono di sinistra, ma basta con tutti questi migranti". No, se affronti il problema (è innegabile che lo sia) in questo modo, tutto sei fuorché "di sinistra".
Massimo D'Antoni

sabato 13 ottobre 2018

Esegesi (in salsa privata) dell'accidia come lavacro della propria coscienza

A tutti sarà capitato, la prima volta che ci furono elencati i sette vizi capitali, domandarsi: "Che cos'è l'accidia"? E a molti sarà occorso, pur avendone poi conosciuti i connotati, dimenticarsi, più o meno puntualmente, di cosa si trattasse. E allora il promemoria è d'obbligo: l'accidia (dal greco "senza cura") è il simbolo dell'indolenza, della noia, dell'inerzia. Una parola che racchiude in sé concetti diversi: malinconia, apatia, pigrizia. Ma non è la versione "religiosa" dell'accidia che oggi voglio trattare. Anche se, sul piano squisitamente filosofico, lo stesso legame tra la visione mistica e quella terrena potrebbe essere elemento di discussione piuttosto stimolante. 

C'è un fenomeno che, più degli altri, considero preoccupante. Sto parlando dell'accidia contagiosa. Di quel processo, cioè, che trascina anche i più volenterosi nella direzione della nullafacenza, come una specie di piccola onda anomala affatto intensa. Nel senso che se solo lo si volesse gli si potrebbe resistere serenamente. C'è, per dire, un tipo di accidioso che non tollera chi rifugge dalla pigrizia. Trova, così, un'energia inopinata, prodiga di consigli non richiesti.

Attualizzando, trovo che risenta di un certo carattere accidioso anche il dibattito sociale e politico, soprattutto nella parte che impera sui social. Il sentimento prevalente sembra essere quello vendicativo, quello cioè di chi, identificandosi in un certo pensiero dominante, riesce a lavarsi la coscienza col sangue degli sconfitti. Il tutto sull'altare di un moralismo che, talvolta, ha la coda di paglia. Dove non sono pochi coloro che inneggiando alla gloria purificatrice hanno, comunque, uno scheletro piuttosto ingombrante dentro l'armadio della propria memoria. 

E così, tra frequentatori di segreterie politiche e in qualche caso notissimi beneficiari di raccomandazioni nei posti che contano della pubblica (e privata) amministrazione, la discussione che ne scaturisce non può che essere viziata, se non contaminata, dal dubbio che la rabbia odierna sia solo il lavacro interiore per tentare affrancarsi e rifarsi una verginità. Sembra strano, eppure non so esprimendo un giudizio. "Mondo è stato e mondo sarà", come si diceva una volta. Mi piacerebbe, tuttavia, che certi privilegiati smettessero i panni dei "reverendi fustigatori di costumi". 

giovedì 27 settembre 2018

Menfi, 1985: una storia di due vite perdute devastate dalla droga e dalla violenza

Maria Celeste aveva appena 24 anni il giorno in cui fu uccisa. Febbraio era agli albori, non erano certamente giornate tiepide quelle che si stavano vivendo a Menfi agli inizi di quel dannato 1985. Purtroppo aveva un grave problema, Maria Celeste: era una tossicodipendente. E lo era anche il marito Giovanni. Anche lui ventiquattrenne. Due ragazzini diventati adulti troppo presto. Bruciando le tappe, concludendo anzitempo la parabola della loro giovanissima esistenza. Sì, perché anche Giovanni fu ucciso. Fu un agguato feroce, spaventoso. Ne scaturì un autentico massacro. 
Maria Celeste e Giovanni erano andati insieme in contrada Magaggiaro, nei pressi di quel bosco che è uno dei polmoni verdi che garantisce ossigeno a questo splendido scorcio di Sicilia. La Fiat 128 dei due giovani si fermò vicino una vecchia cava. Era lì che, probabilmente, avevano un appuntamento, evidentemente il più lontano possibile da occhi indiscreti, con degli spacciatori. Forse i due ragazzi dovevano rifornirsi di stupefacenti, in parte per se stessi, in parte da destinare a loro volta al piccolo spaccio sul territorio. Pratica inevitabile per potere reggere la propria condizione di assoluta debolezza e bisogno. Ma qualcosa andò storto. Oppure, chissà, era proprio così che dovevano andare le cose, questo non lo si appurò mai. Forse gli accordi furono disattesi, oppure il negoziato prese una direzione sbagliata, oppure ancora Maria Celeste e Giovanni udirono o videro cosse che non avrebbero dovuto né sentire né tanto meno osservare. Anche se ciò che accadde appare ancora oggi assolutamente sproporzionato. Fatto sta che mentre il corpo della povera Maria Celeste veniva raggiunto da una successione impressionante di colpi di pistola, il marito tentava di mettersi in salvo. Si mise a correre, Giovanni. Ma non poté macinare che poche centinaia di metri. Fu raggiunto vicino ai primi pini della macchia, cadendo anche lui sotto i colpi di calibro 38 che lo centrarono alla schiena. Fatale, probabilmente, quello che lo raggiunse alla testa. Maria Celeste era stata ferita alla spalla. Avrebbero potuto darle il colpo di grazia, evitandole ulteriori sofferenze. E invece no. Il corpo della giovane fu dato alle fiamme. Era ancora viva mentre il fuoco le devastava il corpo. Morì così, Maria Celeste. Una vita perduta, immolata sull'altare della violenza e della droga, come dimostrarono i resti delle siringhe carbonizzate ritrovate nella tasca del suo cappotto. Vite perdute non solo quelle di Maria Celeste e Giovanni. No. Quel giorno in contrada Magaggiaro di vita si spezzò anche quella del piccolo che la ragazza portava in grembo. Una pagina di violenza inaudita che la nostra storia purtroppo ha dimenticato troppo presto.

domenica 16 settembre 2018

Purtroppo non saranno pochi quelli che dilapideranno il loro reddito di cittadinanza in videopoker e gratta e vinci

Essendo il reddito di cittadinanza "la promessa delle promesse elettorali" del Movimento 5 Stelle, sarà inevitabile arrivarci, prima o poi. Non condivido lo spirito di questa operazione. Lo condividono, però, tanti italiani che hanno votato per i grillini. È di questo che voglio parlare.A livello di ammortizzatori sociali l'Italia è tra i paesi europei che hanno fatto scuola: dall'indennità di disoccupazione agli assegni familiari.

Il reddito di cittadinanza è una cosa leggermente diversa. Io la considero una forma di assistenzialismo che, pur con tutti i correttivi che si stanno studiando, non fornisce prospettive incoraggianti. Di Maio continua a dire che al terzo lavoro rifiutato dal beneficiario il sostegno verrà revocato. Mi sembra una visione semplicistica e preoccupante.

Per dire: se ci fosse tutto questo lavoro da offrire, come mai ci sono così tanti disoccupati? Non sarà forse che sarà possibile "offrire" i soliti lavori da sfruttamento e calpestamento della dignità? Cosa funziona sul piano politico? Creare condizioni di sviluppo o dare un sostegno economico? La domanda, naturalmente, è retorica. Tanto più che, proprio in riferimento alla platea di chi potrà accedere al reddito di cittadinanza, ci saranno soggetti che non esiteranno a dilapidarlo in videopoker e gratta e vinci.

Il ministro dell'Economia Tria (scelto da chi governa, non certo da me) continua a predicare prudenza, perché soldi non ce n'è, e se si vuole evitare la bancarotta bisogna toglierli altrove per finanziare questo provvedimento. Non è un tema facile, ma viene considerato un elemento irrinunciabile né negoziabile, nel senso che il governo potrebbe perfino cadere. Dubbi, infatti, ne ha a iosa Matteo Salvini che, pure, a "gioco d'azzardo" politico può fare scuola, visto che anche le sue proposte sono dei salti nel vuoto (flat-tax e abolizione della Legge Fornero su tutte).

Il carcere duro: perché il dibattito sul singolo caso Cospito si sta estendendo sulla norma nella sua interezza

Avere trasformato la singola questione riguardante lo sciopero della fame dell'anarchico Alfredo Cospito in un dibattito (con molte, tro...