giovedì 9 maggio 2019

Un errore l'esclusione di Polacchi dal Salone del Libro. Condanniamolo se viola la legge, non solo se ha idee fasciste


Matteo Salvini ha definito "surreale" quello che, evidentemente, considera un infondato allarme Fascismo. Lo ha fatto commentando la notizia dell'editore Francesco Polacchi, ingombrante presenza al Salone Internazionale del Libro di Torino. Chiarisco perché non sono d'accordo con questa affermazione. 
A far aleggiare il Fascismo non sono gli antifascisti. Al contrario, a farlo sono coloro che ne rivendicano orgogliosamente il (presunto) valore. Di conseguenza, dal "derby" del 25 aprile al "surrealismo" anacronistico che dovrebbe tranquillizzarci, il ministro dell'Interno sbaglia bersaglio.
Ma ora dico la mia sull'espulsione dell'editore Polacchi. Mi considero un insospettabile rispetto a possibili simpatie nei confronti di Casa Pound. Ma considero ogni censura un errore gravissimo. L'editore Polacchi (Altaforte) che (non a caso) pubblica un libro proprio su Salvini, ha il diritto di professare le sue idee, anche se io non le condivido. Escluderlo è scorretto. Anche perché al di sopra di tutto c'è la supremazia della Legge. E non tanto quanto stabilito dall'articolo 12 della Costituzione, quello che vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. Ci sono anche altre norme che, eventualmente, sono dei punti di riferimento nel caso in cui l'attività della casa editrice Altaforte, a partire dalla legge che sanziona ogni apologia di fascismo. Denunciamo Polacchi se viola le leggi. Escluderlo a priori per le sue idee non appartiene ad uno stato democratico. Altrimenti finisce che hanno ragione loro.

sabato 27 aprile 2019

E mentre Sciacca non sa fare altro che dividersi, le Terme continuano ad essere ancora chiuse

 È la mattina del 25 ottobre 2017. Sono appena trascorsi quattro mesi
dall’elezione di Francesca Valenti a primo cittadino di Sciacca. Il governo regionale guidato da Rosario Crocetta è agli sgoccioli della sua prima (e ultima) legislatura.

Al culmine di mille pressioni, il fiorentino Alessandro Baccei, “tutore” dei conti pubblici siciliani all’uopo nominato assessore regionale all’Economia dal governo di Roma, si presenta a Sciacca insieme con Gaetano Chiaro, dirigente generale del Dipartimento Finanze e Credito. È quest’ultimo a sottoscrivere con il neo sindaco una convenzione che prevede la cessione al comune di quasi tutto il patrimonio immobiliare delle Terme, in uno con l’impellenza di scrivere (e pubblicare) in tempi europei il bando per la scelta del partner privato per la possibile gestione dei beni. Prospettiva: una riapertura a brevissimo termine per sanare la clamorosa “sigillata” di due anni e mezzo prima decisa però (giova ricordarlo), guarda caso dallo stesso Baccei su istanza dell’allora capo di un altro dipartimento, quello delle Società Partecipate, Grazia Terranova.

Un’interruzione improvvisa e clamorosa dell’attività delle Terme, quella del 2015, che getterà la città in una depressione economica senza precedenti e nel pieno di un danno d’immagine da cui non si è ancora ripresa.

Si scoprirà quasi subito che quella convenzione, la stessa che una raggiante Francesca Valenti sottoscrive, è piena di falle e “trabocchetti” più o meno consapevoli che la Regione tenta di infliggere alla città di Sciacca: è un documento frettoloso, scritto male, interpretato peggio, carico di insidie e responsabilità guarda caso tutte a carico del comune. Una convenzione concretamente inapplicabile, dunque. Tanto è vero che pone questioni tuttora irrisolte, compreso il mancato accatastamento di taluni beni, comprese (udite udite) perfino le stesse stufe di San Calogero. Ma come: le Terme senza le stufe?
Il sospetto prevalente è che quella convenzione sia solo una sorta di “polpetta avvelenata” organizzata, a pochi giorni dalle elezioni regionali, nel tentativo politico elettorale di salvare il salvabile. E, infatti, il governo Musumeci (che vince le elezioni) azzera tutto. Il successore di Baccei è il professor Gaetano Armao. Avoca a sé la questione, strappa in mille pezzi la convenzione del 24 ottobre 2017, annuncia un nuovo percorso che, sempre attraverso un ruolo significativo del comune, sia più ragionato. O “intelligente”, per usare il suo aggettivo. “Bisogna fare le cose in maniera intelligente”, ha detto infatti più volte Armao.

E noi (figuriamoci) siamo d’accordo con l’assessore Armao. A Sciacca così le cose vogliamo farle: intelligenti. Ci piacerebbe farle perfino “illuminate”, ci accontenteremmo che venissero fatte appena un po’ “sensate”. Il punto, diciamocelo con tutta la franchezza, è che sulle Terme di Sciacca l’attuale governo della Regione ha deciso di far calare il sipario. L’ennesima presa in giro, insomma. Lo dimostra il fatto stesso che dopo la demolizione del programma Baccei, e del tentativo probabilmente “sensocolpista” dell’ex assessore di riparare al gravissimo errore di chiudere le Terme piuttosto che tentare di rilanciarle mantenendole in vita, della sedicente prospettiva “intelligente” preannunciata da Armao (intento confermato pubblicamente a Sciacca durante “Vesper al Cinema” dal capo della sua segreteria Rino Piscitello) non si riesce ad intravedere ancora nemmeno l’ombra. Il tutto con, sullo sfondo, l'equivoco (perché non di altro a questo punto può trattarsi) della consistenza dei beni assegnata al comune su un patrimonio che del comune non è.

Il governo Musumeci (non certo solo sulle Terme) di fatto non fa altro che rimbrottare chi, a dire dei suoi stessi protagonisti, non avrebbe fatto le cose “a dovere” o in maniera da considerarsi “intelligente”. Basti pensare che, per dirne un’altra, ad opinione del Governatore il problema delle esondazioni del Cansalamone verrà risolto attraverso la demolizione delle case costruite lungo quelli che un tempo erano gli argini (malgrado queste non siano abusive, e vorremmo vedere quale tribunale non accoglierebbe gli inevitabili ricorsi).
Il punto vero di tutto, secondo il nostro modesto osservatorio, è che la povertà culturale civica nella quale negli anni è precipitata questa città, induce ormai a considerare che la “lancia in resta” di Agatocle (il condottiero raffigurato nel simbolo municipale di Sciacca) in realtà è rivolta contro se stesso.

È un autolesionismo, quello saccense, nel quale (infatti) sguazzano individualismi e giochini di palazzo, e nel quale l’impostazione privilegiata è quella della gestione fine a se stessa del potere, sulla falsariga del vecchio (odioso) adagio: “levati tu (dalla poltrona, s'intende) che mi ci metto io”.
E così: la conclusione di tutto è che nella piccola contrapposizione giornaliera, Sciacca non fa altro che agitarsi in gabbia, debilitando oltremisura la propria coscienza civile, immolando se stessa sull’altare della schiavitù dalla maldicenza reciproca. Col risultato che mentre il nostro cortile litiga, la città sprofonda. O, tanto per citare Tito Livio, mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata. Ecco perché oggi l’unico sussulto d’orgoglio possibile è quello che può spingere al più presto verso l'organizzazione di un presidio civico di protesta davanti la presidenza della Regione siciliana. Perché nell’era dell’immagine nella quale viviamo sono i simboli quelli che contano.
E allora, forse, l’operazione Baccei forse non sarà stata la strada giusta; il vuoto assoluto nel quale le Terme stanno navigando, però, non si è rivelata certamente una strada migliore di quella a suo tempo bocciata.

giovedì 18 aprile 2019

Differenze tra politici e statisti: oggi più attuale che mai il pensiero di James Freeman Clarke

I rapporti politici tra gli azionisti di maggioranza del governo Conte (Lega e Movimento 5 Stelle) sono ormai talmente compromessi che continuare a considerarle schermaglie da campagna elettorale per le Europee (per quell'Europa che non piace né a Di Maio, né tanto meno a Salvini) a questo punto è ridicolo. 
Dai porti chiusi ai migranti (occasionalmente anziché no) al caso Siri, dal fuoco di fila leghista contro Virginia Raggi ad una nuova "questione morale" (a corrente alternata), a questo punto l'idea che Giuseppe Conte possa riuscire a tenere ordinate le fila di un esecutivo in chiara difficoltà appare nebbiosa. 
Nel mezzo le questioni economiche, dove c'è un ministro dell'Economia che viene continuamente screditato, sbeffeggiato e delegittimato. Qual è il senso di tutto questo se non l'idea che l'Italia è al momento una specie di aereo più pazzo del mondo? Ho idee politiche diverse da quelle espresse da queste forze politiche. Non c'è dubbio, tuttavia, che il M5S abbia cercato, recentemente, di recuperare un'impostazione più solidaristica, tornando in qualche maniera a strizzare l'occhio a quella parte di popolo progressista che dopo aver premiato Luigi Di Maio si è poi visto sbattere in faccia il celebre (e, dicono, inevitabile contratto di governo). 
Il punto è che tra le enunciazioni di principio e la realtà ci sono di mezzo le poltrone (non è una considerazione etica) e soprattutto le elezioni. E, più che mai, nell'attuale scenario torna utile ricordare il celebre aforisma di James Freeman Clarke: "un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo paese". Al momento l'obiettivo di chi governa il Paese sembra quello di incassare i voti dei cittadini. Se, poi, come rivela Tria tra poco non rimarranno che le briciole, questo sembra non interessare più di tanto né Di Maio, né tanto meno Salvini.

domenica 31 marzo 2019

Credere ancora nell'Europa e in un nuovo Umanesimo? Non mi rassegnerò mai all'idea che sia impossibile

Il tradizionale editoriale della Domenica di Eugenio Scalfari (sempre lucidissimo dall'alto dei suoi quasi 95 anni), è portatore di una riflessione che trovo assolutamente condivisibile. Fa notare, il fondatore di Repubblica, che se l'Europa fosse davvero unita, sarebbe la più grande forza economica e politica del mondo. 
Scrive, in particolare, Scalfari, che "(...) ormai siamo una sorta di Babele con obiettivi contrastanti all'interno di una confederazione slabbrata nonostante la presenza di personalità di notevole intelligenza e prestigio (...) che non riescono a coalizzare un'opinione europeista che unifichi il continente e lo trasformi anch'esso in una potenza globale (...). È molto strana questa situazione, e bisognerebbe trovare il modo di impedirla e traghettare l'Europa nel mondo moderno. Chi combatterà per questo obietti­vo? (...) L'Europa avrebbe bisogno di un popolo che comprenda la situazione e la chieda a tutta voce. Purtroppo allo stato dei fatti questo popolo non c'è, ma se (...) l'Inghilterra e gli inglesi decidessero di rientrare in Europa, questo sì, sarebbe un segnale che potrebbe stimolare uno spiri­to del tutto nuovo, riportando il nostro continente al centro del mondo".
Considero le predette riflessioni indicative di una rotta che personalmente non intendo rassegnarmi a perdere. Non accetto la sconfitta del ragionamento sull'altare di una cultura egoistica che punta ad escludere. La prospettiva deve essere di civiltà, nell'ambito di un nuovo Umanesimo che non è un traguardo impossibile. L'analisi culturale, in un mondo globalizzato, hanno ancora il diritto di esistere. Siamo reduci da una storia che, per dire, ha lasciato ancora scorie non del tutto smaltite. Penso al Fascismo, ma non solo a quello.



mercoledì 20 marzo 2019

Salvatore Monte: "Si lavori per far tornare il Museo del Mare a Muciare".

Ricevo e pubblico questo interessante contributo dell'amico Salvatore Monte, ex assessore del comune di Sciacca.
 
La nostra città, negli anni, ha sempre cercato di costruirsi un’immagine. Terme, Ceramica, Corallo, Carnevale, Pesca ed ovviamente Mare. Peculiarità affascinanti che, diciamolo, farebbero gola a chiunque. Un insieme di tesori che, se ben sfruttati, darebbero linfa vitale all'intero indotto economico della nostra città. La recente notizia della chiusura del Museo del Mare rappresenta, senza ombra di dubbio, un momento importante che ci deve indurre ad una riflessione che tutti noi dobbiamo portare avanti, a prescindere dai pensieri di natura politica o personalistica. Ricordo bene quando, in prima persona mi recai, dall’allora dirigente scolastico del Primo Circolo di Sciacca, a chiedere la possibilità di usufruire momentaneamente di alcune sale per ospitare i reperti del Museo del Mare di Contrada Muciare, a seguito della terribile alluvione che colpi la nostra città. I locali che insistono su via Giuseppe Licata sono, da sempre in verità, stati utilizzati dal Comune per l’allestimento di diverse mostre (già dai tempi del Sindaco Cucchiara, autore della riapertura di quell’ala del complesso Fazello). Prima di concludere il mio mandato lasciai dunque due generi di allestimento: a) uno relativo appunto ai reperti del museo mare e b) uno relativo all’esposizione di una mostra di corallo e ceramica, frutto di un finanziamento europeo ottenuto dall’Amministrazione Di Paola. Solo qualche settimana dopo le elezioni amministrative seppi che i manufatti in corallo ed in ceramica tornarono ai legittimi proprietari per dare vita ad un unico Museo, quello del Mare appunto. Una nuova visione dunque, non più con in prima linea, probabilmente, la Lega navale sezione di Sciacca, con la quale il comune aveva firmato un protocollo di intesa, ma con la nuova associazione “Amici di Vincenzo Tusa” che, armata di buona volontà, ha cercato di valorizzare il sito del Fazello, seppur alcuni di quei locali vennero affidati in maniera del tutto temporanea. Volendo sorvolare sull’aspetto prettamente tecnico legato all’esigenza di recuperare documentazioni tecniche, aggiornate alle normative vigenti ed utili alla riapertura del sito, credo sia arrivato il momento però di “mettere a sistema” quello che, in parte, nel 2016 si era già fatto. Si lavori con entusiasmo per ridare luce al Museo del Mare di Contrada Muciare, luogo oggetto di finanziamenti pubblici che non può restare in quelle condizioni. Si lavori per l’apertura definitiva della strada di collegamento tra il viale delle terme e la contrada Muciare. Ma non dimentichiamoci, ad esempio, della piccola mostra permanente nei locali della sede dei ceramisti in piazza Scandaliato, chiusa da tempo per mancanza di personale. Non dimentichiamoci del Museo del Carnevale che necessita di urgenti lavori di manutenzione per salvaguardare le apparecchiature dalle infiltrazioni d’acqua. Ed ancora, si torni a parlare di “messa in rete” delle chiese saccensi in sinergia con la Curia Arcivescoviile. Si torni a dialogare con il Consorzio Corallo e si trovino spazi idonei per mettere in mostra l’antica arte dei maestri corallari. Infine, si “approfitti affettuosamente”, del neo sovrintendente ai beni culturali di Agrigento, Michele Benfari, un uomo carico di entusiasmo ed al posto giusto, per dare una carica al settore artistico/monumentale alla nostra città. Dovremmo capire che basterebbe accendere un riflettore sulle nostre singole realtà per riaccendere il turismo, l’economia e la speranza di continuare a credere in questa città. Occorre guardare avanti per salvare la nostra identità e per tornare a dare fiducia a chi in questa nostra città vuol crescere e vivere. La nostra città, negli anni, ha sempre cercato di costruirsi un’immagine. Terme, Ceramica, Corallo, Carnevale, Pesca ed ovviamente Mare. Peculiarità affascinanti che, diciamolo, farebbero gola a chiunque. Un insieme di tesori che, se ben sfruttati, darebbero linfa vitale all'intero indotto economico della nostra città. La recente notizia della chiusura del Museo del Mare rappresenta, senza ombra di dubbio, un momento importante che ci deve indurre ad una riflessione che tutti noi dobbiamo portare avanti, a prescindere dai pensieri di natura politica o personalistica. Ricordo bene quando, in prima persona mi recai, dall’allora dirigente scolastico del Primo Circolo di Sciacca, a chiedere la possibilità di usufruire momentaneamente di alcune sale per ospitare i reperti del Museo del Mare di Contrada Muciare, a seguito della terribile alluvione che colpi la nostra città. I locali che insistono su via Giuseppe Licata sono, da sempre in verità, stati utilizzati dal Comune per l’allestimento di diverse mostre (già dai tempi del Sindaco Cucchiara, autore della riapertura di quell’ala del complesso Fazello). Prima di concludere il mio mandato lasciai dunque due generi di allestimento: a) uno relativo appunto ai reperti del museo mare e b) uno relativo all’esposizione di una mostra di corallo e ceramica, frutto di un finanziamento europeo ottenuto dall’Amministrazione Di Paola. Solo qualche settimana dopo le elezioni amministrative seppi che i manufatti in corallo ed in ceramica tornarono ai legittimi proprietari per dare vita ad un unico Museo, quello del Mare appunto. Una nuova visione dunque, non più con in prima linea, probabilmente, la Lega navale sezione di Sciacca, con la quale il comune aveva firmato un protocollo di intesa, ma con la nuova associazione “Amici di Vincenzo Tusa” che, armata di buona volontà, ha cercato di valorizzare il sito del Fazello, seppur alcuni di quei locali vennero affidati in maniera del tutto temporanea. Volendo sorvolare sull’aspetto prettamente tecnico legato all’esigenza di recuperare documentazioni tecniche, aggiornate alle normative vigenti ed utili alla riapertura del sito, credo sia arrivato il momento però di “mettere a sistema” quello che, in parte, nel 2016 si era già fatto. Si lavori con entusiasmo per ridare luce al Museo del Mare di Contrada Muciare, luogo oggetto di finanziamenti pubblici che non può restare in quelle condizioni. Si lavori per l’apertura definitiva della strada di collegamento tra il viale delle terme e la contrada Muciare. Ma non dimentichiamoci, ad esempio, della piccola mostra permanente nei locali della sede dei ceramisti in piazza Scandaliato, chiusa da tempo per mancanza di personale. Non dimentichiamoci del Museo del Carnevale che necessita di urgenti lavori di manutenzione per salvaguardare le apparecchiature dalle infiltrazioni d’acqua. Ed ancora, si torni a parlare di “messa in rete” delle chiese saccensi in sinergia con la Curia Arcivescoviile. Si torni a dialogare con il Consorzio Corallo e si trovino spazi idonei per mettere in mostra l’antica arte dei maestri corallari. Infine, si “approfitti affettuosamente”, del neo sovrintendente ai beni culturali di Agrigento, Michele Benfari, un uomo carico di entusiasmo ed al posto giusto, per dare una carica al settore artistico/monumentale alla nostra città. Dovremmo capire che basterebbe accendere un riflettore sulle nostre singole realtà per riaccendere il turismo, l’economia e la speranza di continuare a credere in questa città. Occorre guardare avanti per salvare la nostra identità e per tornare a dare fiducia a chi in questa nostra città vuol crescere e vivere. La nostra città, negli anni, ha sempre cercato di costruirsi un’immagine. Terme, Ceramica, Corallo, Carnevale, Pesca ed ovviamente Mare. Peculiarità affascinanti che, diciamolo, farebbero gola a chiunque. Un insieme di tesori che, se ben sfruttati, darebbero linfa vitale all'intero indotto economico della nostra città. La recente notizia della chiusura del Museo del Mare rappresenta, senza ombra di dubbio, un momento importante che ci deve indurre ad una riflessione che tutti noi dobbiamo portare avanti, a prescindere dai pensieri di natura politica o personalistica. Ricordo bene quando, in prima persona mi recai, dall’allora dirigente scolastico del Primo Circolo di Sciacca, a chiedere la possibilità di usufruire momentaneamente di alcune sale per ospitare i reperti del Museo del Mare di Contrada Muciare, a seguito della terribile alluvione che colpi la nostra città. I locali che insistono su via Giuseppe Licata sono, da sempre in verità, stati utilizzati dal Comune per l’allestimento di diverse mostre (già dai tempi del Sindaco Cucchiara, autore della riapertura di quell’ala del complesso Fazello). Prima di concludere il mio mandato lasciai dunque due generi di allestimento: a) uno relativo appunto ai reperti del museo mare e b) uno relativo all’esposizione di una mostra di corallo e ceramica, frutto di un finanziamento europeo ottenuto dall’Amministrazione Di Paola. Solo qualche settimana dopo le elezioni amministrative seppi che i manufatti in corallo ed in ceramica tornarono ai legittimi proprietari per dare vita ad un unico Museo, quello del Mare appunto. Una nuova visione dunque, non più con in prima linea, probabilmente, la Lega navale sezione di Sciacca, con la quale il comune aveva firmato un protocollo di intesa, ma con la nuova associazione “Amici di Vincenzo Tusa” che, armata di buona volontà, ha cercato di valorizzare il sito del Fazello, seppur alcuni di quei locali vennero affidati in maniera del tutto temporanea. Volendo sorvolare sull’aspetto prettamente tecnico legato all’esigenza di recuperare documentazioni tecniche, aggiornate alle normative vigenti ed utili alla riapertura del sito, credo sia arrivato il momento però di “mettere a sistema” quello che, in parte, nel 2016 si era già fatto. Si lavori con entusiasmo per ridare luce al Museo del Mare di Contrada Muciare, luogo oggetto di finanziamenti pubblici che non può restare in quelle condizioni. Si lavori per l’apertura definitiva della strada di collegamento tra il viale delle terme e la contrada Muciare. Ma non dimentichiamoci, ad esempio, della piccola mostra permanente nei locali della sede dei ceramisti in piazza Scandaliato, chiusa da tempo per mancanza di personale. Non dimentichiamoci del Museo del Carnevale che necessita di urgenti lavori di manutenzione per salvaguardare le apparecchiature dalle infiltrazioni d’acqua. Ed ancora, si torni a parlare di “messa in rete” delle chiese saccensi in sinergia con la Curia Arcivescoviile. Si torni a dialogare con il Consorzio Corallo e si trovino spazi idonei per mettere in mostra l’antica arte dei maestri corallari. Infine, si “approfitti affettuosamente”, del neo sovrintendente ai beni culturali di Agrigento, Michele Benfari, un uomo carico di entusiasmo ed al posto giusto, per dare una carica al settore artistico/monumentale della nostra città. Dovremmo capire che basterebbe accendere un riflettore sulle nostre singole realtà per riaccendere il turismo, l’economia e la speranza di continuare a credere in questa città. Occorre guardare avanti per salvare la nostra identità e per tornare a dare fiducia a chi in questa nostra città vuol crescere e vivere. 
Salvatore Monte

sabato 23 febbraio 2019

Esegesi della "cheppa": non un indumento, ma una filosofia di vita

Fatemi giocare un po'. Lo faccio attraverso una (tentata) esegesi della cheppa. Ma sì, il celeberrimo scialle di lana trapuntata, di quelli che le nostre nonne un tempo sferruzzavano e poi indossavano e ostentavano come sorta di scettro matriarcale, paramento laico che identificava la custode del potere temporale di chi, proprio con la cheppa sulle spalle, governava l'economia domestica e, in qualche caso, fingeva che la decisione finale su tutte le scelte più importanti spettasse al marito. 
Era anche il tempo, però, nel quale già a quarant'anni la donna era considerata vecchia, senza istinti né voglie. Donna che talvolta esiliava se stessa immolandosi nell'iconografia sacrale del fazzoletto sulla testa, a simboleggiare il superamento periodico di tutti i confini: da figlia a moglie, da mamma a nonna. 
Donne che, eppure, spesso erano assai più attraenti e sexy dei simboli dell'emancipazione, quelli rappresentanti dalle protagoniste dell'arte, della moda, del cinema, della canzone, ma anche della borghesia e della nobiltà. Se ne accorgevano quei potenti che esercitando il proprio potere nel modo più spregiudicato, possedevano e ingravidavano le proprie donne di servizio. Vigliacchi che dopo averle compromesse raramente facevano il loro dovere riconoscendone i figli. 
Le altre se potevano facevano ricorso alla cheppa utilizzandola anche come una sorta di scudo delle proprie virtù, in grado di respingere ogni insidia che la sola parvenza dello sguardo di un uomo potesse generare. Eppure sotto la cheppa si nascondeva di tutto: la femminilità sopita, l'erotismo soffocato, lo scalpiccio domato dell'istinto sessuale.
Sì, siamo tutti affezionati all'immagine più ospedaliera che casalinga di questo accessorio che nella nostra cultura non è stato solo un indumento. No, la cheppa è ancora oggi una filosofia di vita, accettata in qualche caso come il più ineluttabile dei destini, in un'osmosi irripetibile tra società e umanità, con l'obiettivo di tentare di asfissiare sul nascere ogni progetto che rappresentasse l'ipotesi di una vita diversa. Ma già la stessa idea di diversità era sconosciuta al culto di una società repressa e fondamentalista. 

domenica 17 febbraio 2019

In una comunità di dissociati come la nostra a morire è stata la cultura, non le ideologie

Ieri, durante la presentazione del libro "Giostre" di Cetta Brancato, la professoressa Angioletta Scandaliato ha stimolato in me una riflessione. È successo nel momento in cui, all'interno di un'analisi culturale molto articolata (da cui, lo ammetto, non è del tutto legittimo decontestualizzare solo una frase), ha affermato che viviamo in un'epoca nella quale "le ideologie politiche sono morte". Mi permetto di dire la mia.
È un mondo, quello in cui viviamo, che sa solo accapigliarsi. Una comunità alimentata dalla deriva peggiore del fenomeno social nella quale, come novelli agguerritissimi guelfi e ghibellini, fazioni contrapposte si riproducono come conigli, sublimando la polemica, schizzandola di quel sangue virtuale rivelatore di una rabbia che, rispetto alle reazioni fisiche, fortunatamente, si riesce ancora a soffocare. Lo scontro sembra venire perseguito come obiettivo, e non considerato come variabile marginale.
Il paradigma marxista del "conflitto di classe" si è sicuramente evoluto. D'altra parte le "classi" per come si intendevano un tempo non ci sono più. Così come non c'è più neanche quel "Paradiso" che, nell'apoteosi della concezione utopistica del futuro, avrebbe dovuto spalancare le porte agli operai, simbolo dell'affrancamento di quel proletariato sfruttato dal padrone. 
Le classi sociali in realtà oggi sono solo caratterizzate da autentiche, stazioni dove le sale "arrivi" e "partenze" sono sempre affollatissime, e dove il ricambio è veloce come se all'ingresso e all'uscita ci fosse una grande porta girevole. 
È indubbio come oggi sia diventato oltremodo complicato, soprattutto per i partiti politici, riuscire ad avere una platea di riferimento con la quale interloquire. A rivelarlo furono già dalla fine degli anni Ottanta il disorientamento degli stessi lavoratori, molti dei quali non esitarono, qualche tempo dopo, ad affidare il loro destino perfino a Berlusconi. 
Un fenomeno che iniziò ad inquinare gli schemi della politica per come li avevamo conosciuti. Un processo forse fisiologico, ma che non può consentire di mettere da parte impostazioni culturali, basi storiche, analisi critiche e fatti incontrovertibili.
La mia conclusione è che no, le ideologie non sono affatto morte. Ad essere in coma, piuttosto, è la cultura. Non si sente più il bisogno di capire, discernere, esaminare le singole proposte. Schematizzando: ci sono comunisti che hanno nostalgia del PCI ma che, eppure, in attesa del ritorno a quella politica che a loro manca tanto, nel frattempo premiano la Lega di Salvini. Messa così le ideologie sono morte, eccome se lo sono. Ma analizzando i fatti oggi a prevalere è la reazione della pancia, il virgulto delle emozioni e della rabbia. Quanto durerà? Non lo so. Le ideologie sopravvivono ancora in chi, pur non disdegnando certo critiche legittime ai partiti tradizionali, non si precipita certo a premiare impostazioni politiche e culturali che vanno in una direzione totalmente opposta rispetto ai propri convincimenti. Ma in una comunità di dissociati, come è diventata la nostra oggi, succede e succederà ancora. La cultura salverà il mondo. Ma al momento è in rianimazione.

martedì 12 febbraio 2019

Credenze e ignoranza emarginarono Mia Martini: artista uccisa dalla superstizione

La parabola umana di Mia Martini è, ahimè, simbolica di quella porzione di degrado morale causato dalla superstizione e dalla cattiveria. Degrado da cui scaturisce anche la violenza, forse non fisica, ma non per questo meno rilevante. Un'artista facilmente emarginata dallo showbiz a seguito di assurde dicerie sul suo conto. "Porta sfortuna". Chissà chi fu il primo "genio" a sostenerlo. Sta di fatto che da quel momento in poi iniziò la discesa verso l'inferno. Il Sanremo 1989 fu lo spartiacque della sua vita. Con "Almeno tu nell'universo" ricordò a tutti il suo straordinario talento. Ma il danno d'immagine subito era stato devastante. Morirà nel 1995. 
La Rai le rende omaggio con una fiction. È un tributo postumo, tardivo quanto si voglia, ma le è dovuto. Ma, come si può capire, dall'inquisizione in poi, le conseguenze di credenze assurde, quelle di chi ancora oggi crede al malocchio, hanno rovinato la vita di questa donna. Una credenza si diffonde in maniera capziosa e pericolosa. Eppure, pur sapendo che la superstizione è un'azione in contrasto con la scienza, perfino le menti più razionali cadono nel tranello, lasciandosi andare a scongiuri e alla scuola di pensiero introdotta da Peppino De Filippo: "Non è vero ma ci credo". Nella vita di tutti i giorni una maldicenza del genere è pericolosa. Nel mondo dello spettacolo può essere la fine. 

domenica 10 febbraio 2019

La frustrazione autoassolutoria di chi brandisce le foibe solo come contraltare ideologico


Solo in un Paese culturalmente malato e politicamente rancoroso una tragedia di straordinaria crudeltà come quella delle foibe può essere brandita come un'arma ideologica e strumentalizzata come bizzarro (sedicente) contraltare della storia. Eppure accade anche questo. Perfino questo, oserei azzardare.
La "sfida" è chiara: se i nazifascisti furono assassini, allora i comunisti non furono da meno. Una specie di "lezione della storia" che dimostra, quantomeno una verità imbarazzante, agitata come un vessillo politico al solo scopo di riscattare (si fa per dire) la marginalizzazione politica della Destra più becera, picchiatrice e violenta che durante il Ventennio, al soldo dell'asse Roma-Berlino, aveva manganellato, somministrato olio di ricino, ucciso e lasciato uccidere. Un tentativo, dunque, di contestare, contrapponendo una tragedia ad un'altra tragedia (la lotta partigiana contro la dittatura fascista e i suoi derivati) la presunta sedicente superiorità morale della Sinistra.
Si alza così l'asticella, con l'obiettivo finale di equiparare, se non nelle finalità nei metodi della lotta, partigiani e fascisti.
"Se voi sonerete le vostre trombe, noi soneremo le nostre campane!", dice Pier Capponi a Carlo VIII. Ma il tentativo di volere dimostrare che fascisti e partigiani "pari sono" che personalmente trovo ridicolo.
Al culmine di una guerra civile non esistono azioni giuste o sbagliate. Violenza chiama violenza, assassinio chiama assassinio, crudeltà chiama crudeltà. Da antifascista, per esempio, io trovo a dir poco vergognosa la pagina di Piazzale Loreto, anche se non è mai corretto decontestualizzare un singolo episodio dalla storia più ampia.
La sensazione finale è che agli "anticomunisti" le vittime delle foibe interessino solo fino ad un certo punto, e che la loro necessità vera sia quella di disporre di un appiglio per fronteggiare la frustrazione di chi non ha mai accettato l'esito della storia fascista.
E allora io rispetto le vittime delle foibe. Furono vittime innocenti di una criminale pulizia etnica avallata dal regime di Tito. Così come rispetto, però, le vittime della repressione di una dittatura fascista sanguinaria e assassina, i cui protagonisti non meritano alcun rispetto, né quello umano, né tanto meno quello politico. Nessuno mi toglie dalla testa che, più o meno intimamente, chi insegue di continuo la necessità di ricordare al mondo che i 6 milioni di morti della Shoah sono ben pochi rispetto ai 20 milioni uccisi da Stalin, non abbia alcun interesse nei confronti di un aspetto umanista, ma solo un'esigenza autoassolutoria rispetto a quella che considera la menata del fascismo che tolse i diritti e uccise i dissidenti (a partire da Giacomo Matteotti) ma che, al tempo stesso, fece anche cose buone (sic!), dall'architettura ai treni che arrivavano in orario
.

mercoledì 6 febbraio 2019

Ridurre il numero dei parlamentari? Condivido, ma se lo fu quella di Renzi anche questa è solo propaganda

Inizia domani, al Senato, la discussione sulla proposta di "taglio" di 345 parlamentari. La proposta è di Movimento 5 stelle e Lega. Non è un percorso agevole ma, personalmente, è un tentativo che condivido. Non posso non evidenziare, infatti, che secondo me i parlamentari in Italia sono troppi. E, inoltre, soprattutto con le recenti leggi elettorali, oggi tutto rappresentano fuorché il territorio. 

Ma per ridurre questo numero di parlamentari occorrerà una riforma costituzionale e, eventualmente, un referendum confermativo. Storia già vista. Di conseguenza, almeno al momento, tutto è solo fuffa. Tanto più che quando c'è stata la possibilità di abolire il Senato la netta maggioranza degli italiani ha votato No solo ed esclusivamente (come tutti sanno) per fare un dispetto a Matteo Renzi. 

Che, certo, se fosse stato più accorto e meno egocentrico non avrebbe personalizzato quella che sarebbe stata una riforma istituzionale di tutti, e non una vittoria politica personale. Eppure, a pensarci, oggi avremmo 315 parlamentari in meno e, soprattutto, non avremmo più il "bicameralismo perfetto" e la "navetta" tra Camera-Senato. Ma questa è un'altra storia. Quella attuale che la propaganda fa male alla salute. E al fegato.

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