domenica 31 marzo 2019

Credere ancora nell'Europa e in un nuovo Umanesimo? Non mi rassegnerò mai all'idea che sia impossibile

Il tradizionale editoriale della Domenica di Eugenio Scalfari (sempre lucidissimo dall'alto dei suoi quasi 95 anni), è portatore di una riflessione che trovo assolutamente condivisibile. Fa notare, il fondatore di Repubblica, che se l'Europa fosse davvero unita, sarebbe la più grande forza economica e politica del mondo. 
Scrive, in particolare, Scalfari, che "(...) ormai siamo una sorta di Babele con obiettivi contrastanti all'interno di una confederazione slabbrata nonostante la presenza di personalità di notevole intelligenza e prestigio (...) che non riescono a coalizzare un'opinione europeista che unifichi il continente e lo trasformi anch'esso in una potenza globale (...). È molto strana questa situazione, e bisognerebbe trovare il modo di impedirla e traghettare l'Europa nel mondo moderno. Chi combatterà per questo obietti­vo? (...) L'Europa avrebbe bisogno di un popolo che comprenda la situazione e la chieda a tutta voce. Purtroppo allo stato dei fatti questo popolo non c'è, ma se (...) l'Inghilterra e gli inglesi decidessero di rientrare in Europa, questo sì, sarebbe un segnale che potrebbe stimolare uno spiri­to del tutto nuovo, riportando il nostro continente al centro del mondo".
Considero le predette riflessioni indicative di una rotta che personalmente non intendo rassegnarmi a perdere. Non accetto la sconfitta del ragionamento sull'altare di una cultura egoistica che punta ad escludere. La prospettiva deve essere di civiltà, nell'ambito di un nuovo Umanesimo che non è un traguardo impossibile. L'analisi culturale, in un mondo globalizzato, hanno ancora il diritto di esistere. Siamo reduci da una storia che, per dire, ha lasciato ancora scorie non del tutto smaltite. Penso al Fascismo, ma non solo a quello.



mercoledì 20 marzo 2019

Salvatore Monte: "Si lavori per far tornare il Museo del Mare a Muciare".

Ricevo e pubblico questo interessante contributo dell'amico Salvatore Monte, ex assessore del comune di Sciacca.
 
La nostra città, negli anni, ha sempre cercato di costruirsi un’immagine. Terme, Ceramica, Corallo, Carnevale, Pesca ed ovviamente Mare. Peculiarità affascinanti che, diciamolo, farebbero gola a chiunque. Un insieme di tesori che, se ben sfruttati, darebbero linfa vitale all'intero indotto economico della nostra città. La recente notizia della chiusura del Museo del Mare rappresenta, senza ombra di dubbio, un momento importante che ci deve indurre ad una riflessione che tutti noi dobbiamo portare avanti, a prescindere dai pensieri di natura politica o personalistica. Ricordo bene quando, in prima persona mi recai, dall’allora dirigente scolastico del Primo Circolo di Sciacca, a chiedere la possibilità di usufruire momentaneamente di alcune sale per ospitare i reperti del Museo del Mare di Contrada Muciare, a seguito della terribile alluvione che colpi la nostra città. I locali che insistono su via Giuseppe Licata sono, da sempre in verità, stati utilizzati dal Comune per l’allestimento di diverse mostre (già dai tempi del Sindaco Cucchiara, autore della riapertura di quell’ala del complesso Fazello). Prima di concludere il mio mandato lasciai dunque due generi di allestimento: a) uno relativo appunto ai reperti del museo mare e b) uno relativo all’esposizione di una mostra di corallo e ceramica, frutto di un finanziamento europeo ottenuto dall’Amministrazione Di Paola. Solo qualche settimana dopo le elezioni amministrative seppi che i manufatti in corallo ed in ceramica tornarono ai legittimi proprietari per dare vita ad un unico Museo, quello del Mare appunto. Una nuova visione dunque, non più con in prima linea, probabilmente, la Lega navale sezione di Sciacca, con la quale il comune aveva firmato un protocollo di intesa, ma con la nuova associazione “Amici di Vincenzo Tusa” che, armata di buona volontà, ha cercato di valorizzare il sito del Fazello, seppur alcuni di quei locali vennero affidati in maniera del tutto temporanea. Volendo sorvolare sull’aspetto prettamente tecnico legato all’esigenza di recuperare documentazioni tecniche, aggiornate alle normative vigenti ed utili alla riapertura del sito, credo sia arrivato il momento però di “mettere a sistema” quello che, in parte, nel 2016 si era già fatto. Si lavori con entusiasmo per ridare luce al Museo del Mare di Contrada Muciare, luogo oggetto di finanziamenti pubblici che non può restare in quelle condizioni. Si lavori per l’apertura definitiva della strada di collegamento tra il viale delle terme e la contrada Muciare. Ma non dimentichiamoci, ad esempio, della piccola mostra permanente nei locali della sede dei ceramisti in piazza Scandaliato, chiusa da tempo per mancanza di personale. Non dimentichiamoci del Museo del Carnevale che necessita di urgenti lavori di manutenzione per salvaguardare le apparecchiature dalle infiltrazioni d’acqua. Ed ancora, si torni a parlare di “messa in rete” delle chiese saccensi in sinergia con la Curia Arcivescoviile. Si torni a dialogare con il Consorzio Corallo e si trovino spazi idonei per mettere in mostra l’antica arte dei maestri corallari. Infine, si “approfitti affettuosamente”, del neo sovrintendente ai beni culturali di Agrigento, Michele Benfari, un uomo carico di entusiasmo ed al posto giusto, per dare una carica al settore artistico/monumentale alla nostra città. Dovremmo capire che basterebbe accendere un riflettore sulle nostre singole realtà per riaccendere il turismo, l’economia e la speranza di continuare a credere in questa città. Occorre guardare avanti per salvare la nostra identità e per tornare a dare fiducia a chi in questa nostra città vuol crescere e vivere. La nostra città, negli anni, ha sempre cercato di costruirsi un’immagine. Terme, Ceramica, Corallo, Carnevale, Pesca ed ovviamente Mare. Peculiarità affascinanti che, diciamolo, farebbero gola a chiunque. Un insieme di tesori che, se ben sfruttati, darebbero linfa vitale all'intero indotto economico della nostra città. La recente notizia della chiusura del Museo del Mare rappresenta, senza ombra di dubbio, un momento importante che ci deve indurre ad una riflessione che tutti noi dobbiamo portare avanti, a prescindere dai pensieri di natura politica o personalistica. Ricordo bene quando, in prima persona mi recai, dall’allora dirigente scolastico del Primo Circolo di Sciacca, a chiedere la possibilità di usufruire momentaneamente di alcune sale per ospitare i reperti del Museo del Mare di Contrada Muciare, a seguito della terribile alluvione che colpi la nostra città. I locali che insistono su via Giuseppe Licata sono, da sempre in verità, stati utilizzati dal Comune per l’allestimento di diverse mostre (già dai tempi del Sindaco Cucchiara, autore della riapertura di quell’ala del complesso Fazello). Prima di concludere il mio mandato lasciai dunque due generi di allestimento: a) uno relativo appunto ai reperti del museo mare e b) uno relativo all’esposizione di una mostra di corallo e ceramica, frutto di un finanziamento europeo ottenuto dall’Amministrazione Di Paola. Solo qualche settimana dopo le elezioni amministrative seppi che i manufatti in corallo ed in ceramica tornarono ai legittimi proprietari per dare vita ad un unico Museo, quello del Mare appunto. Una nuova visione dunque, non più con in prima linea, probabilmente, la Lega navale sezione di Sciacca, con la quale il comune aveva firmato un protocollo di intesa, ma con la nuova associazione “Amici di Vincenzo Tusa” che, armata di buona volontà, ha cercato di valorizzare il sito del Fazello, seppur alcuni di quei locali vennero affidati in maniera del tutto temporanea. Volendo sorvolare sull’aspetto prettamente tecnico legato all’esigenza di recuperare documentazioni tecniche, aggiornate alle normative vigenti ed utili alla riapertura del sito, credo sia arrivato il momento però di “mettere a sistema” quello che, in parte, nel 2016 si era già fatto. Si lavori con entusiasmo per ridare luce al Museo del Mare di Contrada Muciare, luogo oggetto di finanziamenti pubblici che non può restare in quelle condizioni. Si lavori per l’apertura definitiva della strada di collegamento tra il viale delle terme e la contrada Muciare. Ma non dimentichiamoci, ad esempio, della piccola mostra permanente nei locali della sede dei ceramisti in piazza Scandaliato, chiusa da tempo per mancanza di personale. Non dimentichiamoci del Museo del Carnevale che necessita di urgenti lavori di manutenzione per salvaguardare le apparecchiature dalle infiltrazioni d’acqua. Ed ancora, si torni a parlare di “messa in rete” delle chiese saccensi in sinergia con la Curia Arcivescoviile. Si torni a dialogare con il Consorzio Corallo e si trovino spazi idonei per mettere in mostra l’antica arte dei maestri corallari. Infine, si “approfitti affettuosamente”, del neo sovrintendente ai beni culturali di Agrigento, Michele Benfari, un uomo carico di entusiasmo ed al posto giusto, per dare una carica al settore artistico/monumentale alla nostra città. Dovremmo capire che basterebbe accendere un riflettore sulle nostre singole realtà per riaccendere il turismo, l’economia e la speranza di continuare a credere in questa città. Occorre guardare avanti per salvare la nostra identità e per tornare a dare fiducia a chi in questa nostra città vuol crescere e vivere. La nostra città, negli anni, ha sempre cercato di costruirsi un’immagine. Terme, Ceramica, Corallo, Carnevale, Pesca ed ovviamente Mare. Peculiarità affascinanti che, diciamolo, farebbero gola a chiunque. Un insieme di tesori che, se ben sfruttati, darebbero linfa vitale all'intero indotto economico della nostra città. La recente notizia della chiusura del Museo del Mare rappresenta, senza ombra di dubbio, un momento importante che ci deve indurre ad una riflessione che tutti noi dobbiamo portare avanti, a prescindere dai pensieri di natura politica o personalistica. Ricordo bene quando, in prima persona mi recai, dall’allora dirigente scolastico del Primo Circolo di Sciacca, a chiedere la possibilità di usufruire momentaneamente di alcune sale per ospitare i reperti del Museo del Mare di Contrada Muciare, a seguito della terribile alluvione che colpi la nostra città. I locali che insistono su via Giuseppe Licata sono, da sempre in verità, stati utilizzati dal Comune per l’allestimento di diverse mostre (già dai tempi del Sindaco Cucchiara, autore della riapertura di quell’ala del complesso Fazello). Prima di concludere il mio mandato lasciai dunque due generi di allestimento: a) uno relativo appunto ai reperti del museo mare e b) uno relativo all’esposizione di una mostra di corallo e ceramica, frutto di un finanziamento europeo ottenuto dall’Amministrazione Di Paola. Solo qualche settimana dopo le elezioni amministrative seppi che i manufatti in corallo ed in ceramica tornarono ai legittimi proprietari per dare vita ad un unico Museo, quello del Mare appunto. Una nuova visione dunque, non più con in prima linea, probabilmente, la Lega navale sezione di Sciacca, con la quale il comune aveva firmato un protocollo di intesa, ma con la nuova associazione “Amici di Vincenzo Tusa” che, armata di buona volontà, ha cercato di valorizzare il sito del Fazello, seppur alcuni di quei locali vennero affidati in maniera del tutto temporanea. Volendo sorvolare sull’aspetto prettamente tecnico legato all’esigenza di recuperare documentazioni tecniche, aggiornate alle normative vigenti ed utili alla riapertura del sito, credo sia arrivato il momento però di “mettere a sistema” quello che, in parte, nel 2016 si era già fatto. Si lavori con entusiasmo per ridare luce al Museo del Mare di Contrada Muciare, luogo oggetto di finanziamenti pubblici che non può restare in quelle condizioni. Si lavori per l’apertura definitiva della strada di collegamento tra il viale delle terme e la contrada Muciare. Ma non dimentichiamoci, ad esempio, della piccola mostra permanente nei locali della sede dei ceramisti in piazza Scandaliato, chiusa da tempo per mancanza di personale. Non dimentichiamoci del Museo del Carnevale che necessita di urgenti lavori di manutenzione per salvaguardare le apparecchiature dalle infiltrazioni d’acqua. Ed ancora, si torni a parlare di “messa in rete” delle chiese saccensi in sinergia con la Curia Arcivescoviile. Si torni a dialogare con il Consorzio Corallo e si trovino spazi idonei per mettere in mostra l’antica arte dei maestri corallari. Infine, si “approfitti affettuosamente”, del neo sovrintendente ai beni culturali di Agrigento, Michele Benfari, un uomo carico di entusiasmo ed al posto giusto, per dare una carica al settore artistico/monumentale della nostra città. Dovremmo capire che basterebbe accendere un riflettore sulle nostre singole realtà per riaccendere il turismo, l’economia e la speranza di continuare a credere in questa città. Occorre guardare avanti per salvare la nostra identità e per tornare a dare fiducia a chi in questa nostra città vuol crescere e vivere. 
Salvatore Monte

sabato 23 febbraio 2019

Esegesi della "cheppa": non un indumento, ma una filosofia di vita

Fatemi giocare un po'. Lo faccio attraverso una (tentata) esegesi della cheppa. Ma sì, il celeberrimo scialle di lana trapuntata, di quelli che le nostre nonne un tempo sferruzzavano e poi indossavano e ostentavano come sorta di scettro matriarcale, paramento laico che identificava la custode del potere temporale di chi, proprio con la cheppa sulle spalle, governava l'economia domestica e, in qualche caso, fingeva che la decisione finale su tutte le scelte più importanti spettasse al marito. 
Era anche il tempo, però, nel quale già a quarant'anni la donna era considerata vecchia, senza istinti né voglie. Donna che talvolta esiliava se stessa immolandosi nell'iconografia sacrale del fazzoletto sulla testa, a simboleggiare il superamento periodico di tutti i confini: da figlia a moglie, da mamma a nonna. 
Donne che, eppure, spesso erano assai più attraenti e sexy dei simboli dell'emancipazione, quelli rappresentanti dalle protagoniste dell'arte, della moda, del cinema, della canzone, ma anche della borghesia e della nobiltà. Se ne accorgevano quei potenti che esercitando il proprio potere nel modo più spregiudicato, possedevano e ingravidavano le proprie donne di servizio. Vigliacchi che dopo averle compromesse raramente facevano il loro dovere riconoscendone i figli. 
Le altre se potevano facevano ricorso alla cheppa utilizzandola anche come una sorta di scudo delle proprie virtù, in grado di respingere ogni insidia che la sola parvenza dello sguardo di un uomo potesse generare. Eppure sotto la cheppa si nascondeva di tutto: la femminilità sopita, l'erotismo soffocato, lo scalpiccio domato dell'istinto sessuale.
Sì, siamo tutti affezionati all'immagine più ospedaliera che casalinga di questo accessorio che nella nostra cultura non è stato solo un indumento. No, la cheppa è ancora oggi una filosofia di vita, accettata in qualche caso come il più ineluttabile dei destini, in un'osmosi irripetibile tra società e umanità, con l'obiettivo di tentare di asfissiare sul nascere ogni progetto che rappresentasse l'ipotesi di una vita diversa. Ma già la stessa idea di diversità era sconosciuta al culto di una società repressa e fondamentalista. 

domenica 17 febbraio 2019

In una comunità di dissociati come la nostra a morire è stata la cultura, non le ideologie

Ieri, durante la presentazione del libro "Giostre" di Cetta Brancato, la professoressa Angioletta Scandaliato ha stimolato in me una riflessione. È successo nel momento in cui, all'interno di un'analisi culturale molto articolata (da cui, lo ammetto, non è del tutto legittimo decontestualizzare solo una frase), ha affermato che viviamo in un'epoca nella quale "le ideologie politiche sono morte". Mi permetto di dire la mia.
È un mondo, quello in cui viviamo, che sa solo accapigliarsi. Una comunità alimentata dalla deriva peggiore del fenomeno social nella quale, come novelli agguerritissimi guelfi e ghibellini, fazioni contrapposte si riproducono come conigli, sublimando la polemica, schizzandola di quel sangue virtuale rivelatore di una rabbia che, rispetto alle reazioni fisiche, fortunatamente, si riesce ancora a soffocare. Lo scontro sembra venire perseguito come obiettivo, e non considerato come variabile marginale.
Il paradigma marxista del "conflitto di classe" si è sicuramente evoluto. D'altra parte le "classi" per come si intendevano un tempo non ci sono più. Così come non c'è più neanche quel "Paradiso" che, nell'apoteosi della concezione utopistica del futuro, avrebbe dovuto spalancare le porte agli operai, simbolo dell'affrancamento di quel proletariato sfruttato dal padrone. 
Le classi sociali in realtà oggi sono solo caratterizzate da autentiche, stazioni dove le sale "arrivi" e "partenze" sono sempre affollatissime, e dove il ricambio è veloce come se all'ingresso e all'uscita ci fosse una grande porta girevole. 
È indubbio come oggi sia diventato oltremodo complicato, soprattutto per i partiti politici, riuscire ad avere una platea di riferimento con la quale interloquire. A rivelarlo furono già dalla fine degli anni Ottanta il disorientamento degli stessi lavoratori, molti dei quali non esitarono, qualche tempo dopo, ad affidare il loro destino perfino a Berlusconi. 
Un fenomeno che iniziò ad inquinare gli schemi della politica per come li avevamo conosciuti. Un processo forse fisiologico, ma che non può consentire di mettere da parte impostazioni culturali, basi storiche, analisi critiche e fatti incontrovertibili.
La mia conclusione è che no, le ideologie non sono affatto morte. Ad essere in coma, piuttosto, è la cultura. Non si sente più il bisogno di capire, discernere, esaminare le singole proposte. Schematizzando: ci sono comunisti che hanno nostalgia del PCI ma che, eppure, in attesa del ritorno a quella politica che a loro manca tanto, nel frattempo premiano la Lega di Salvini. Messa così le ideologie sono morte, eccome se lo sono. Ma analizzando i fatti oggi a prevalere è la reazione della pancia, il virgulto delle emozioni e della rabbia. Quanto durerà? Non lo so. Le ideologie sopravvivono ancora in chi, pur non disdegnando certo critiche legittime ai partiti tradizionali, non si precipita certo a premiare impostazioni politiche e culturali che vanno in una direzione totalmente opposta rispetto ai propri convincimenti. Ma in una comunità di dissociati, come è diventata la nostra oggi, succede e succederà ancora. La cultura salverà il mondo. Ma al momento è in rianimazione.

martedì 12 febbraio 2019

Credenze e ignoranza emarginarono Mia Martini: artista uccisa dalla superstizione

La parabola umana di Mia Martini è, ahimè, simbolica di quella porzione di degrado morale causato dalla superstizione e dalla cattiveria. Degrado da cui scaturisce anche la violenza, forse non fisica, ma non per questo meno rilevante. Un'artista facilmente emarginata dallo showbiz a seguito di assurde dicerie sul suo conto. "Porta sfortuna". Chissà chi fu il primo "genio" a sostenerlo. Sta di fatto che da quel momento in poi iniziò la discesa verso l'inferno. Il Sanremo 1989 fu lo spartiacque della sua vita. Con "Almeno tu nell'universo" ricordò a tutti il suo straordinario talento. Ma il danno d'immagine subito era stato devastante. Morirà nel 1995. 
La Rai le rende omaggio con una fiction. È un tributo postumo, tardivo quanto si voglia, ma le è dovuto. Ma, come si può capire, dall'inquisizione in poi, le conseguenze di credenze assurde, quelle di chi ancora oggi crede al malocchio, hanno rovinato la vita di questa donna. Una credenza si diffonde in maniera capziosa e pericolosa. Eppure, pur sapendo che la superstizione è un'azione in contrasto con la scienza, perfino le menti più razionali cadono nel tranello, lasciandosi andare a scongiuri e alla scuola di pensiero introdotta da Peppino De Filippo: "Non è vero ma ci credo". Nella vita di tutti i giorni una maldicenza del genere è pericolosa. Nel mondo dello spettacolo può essere la fine. 

domenica 10 febbraio 2019

La frustrazione autoassolutoria di chi brandisce le foibe solo come contraltare ideologico


Solo in un Paese culturalmente malato e politicamente rancoroso una tragedia di straordinaria crudeltà come quella delle foibe può essere brandita come un'arma ideologica e strumentalizzata come bizzarro (sedicente) contraltare della storia. Eppure accade anche questo. Perfino questo, oserei azzardare.
La "sfida" è chiara: se i nazifascisti furono assassini, allora i comunisti non furono da meno. Una specie di "lezione della storia" che dimostra, quantomeno una verità imbarazzante, agitata come un vessillo politico al solo scopo di riscattare (si fa per dire) la marginalizzazione politica della Destra più becera, picchiatrice e violenta che durante il Ventennio, al soldo dell'asse Roma-Berlino, aveva manganellato, somministrato olio di ricino, ucciso e lasciato uccidere. Un tentativo, dunque, di contestare, contrapponendo una tragedia ad un'altra tragedia (la lotta partigiana contro la dittatura fascista e i suoi derivati) la presunta sedicente superiorità morale della Sinistra.
Si alza così l'asticella, con l'obiettivo finale di equiparare, se non nelle finalità nei metodi della lotta, partigiani e fascisti.
"Se voi sonerete le vostre trombe, noi soneremo le nostre campane!", dice Pier Capponi a Carlo VIII. Ma il tentativo di volere dimostrare che fascisti e partigiani "pari sono" che personalmente trovo ridicolo.
Al culmine di una guerra civile non esistono azioni giuste o sbagliate. Violenza chiama violenza, assassinio chiama assassinio, crudeltà chiama crudeltà. Da antifascista, per esempio, io trovo a dir poco vergognosa la pagina di Piazzale Loreto, anche se non è mai corretto decontestualizzare un singolo episodio dalla storia più ampia.
La sensazione finale è che agli "anticomunisti" le vittime delle foibe interessino solo fino ad un certo punto, e che la loro necessità vera sia quella di disporre di un appiglio per fronteggiare la frustrazione di chi non ha mai accettato l'esito della storia fascista.
E allora io rispetto le vittime delle foibe. Furono vittime innocenti di una criminale pulizia etnica avallata dal regime di Tito. Così come rispetto, però, le vittime della repressione di una dittatura fascista sanguinaria e assassina, i cui protagonisti non meritano alcun rispetto, né quello umano, né tanto meno quello politico. Nessuno mi toglie dalla testa che, più o meno intimamente, chi insegue di continuo la necessità di ricordare al mondo che i 6 milioni di morti della Shoah sono ben pochi rispetto ai 20 milioni uccisi da Stalin, non abbia alcun interesse nei confronti di un aspetto umanista, ma solo un'esigenza autoassolutoria rispetto a quella che considera la menata del fascismo che tolse i diritti e uccise i dissidenti (a partire da Giacomo Matteotti) ma che, al tempo stesso, fece anche cose buone (sic!), dall'architettura ai treni che arrivavano in orario
.

mercoledì 6 febbraio 2019

Ridurre il numero dei parlamentari? Condivido, ma se lo fu quella di Renzi anche questa è solo propaganda

Inizia domani, al Senato, la discussione sulla proposta di "taglio" di 345 parlamentari. La proposta è di Movimento 5 stelle e Lega. Non è un percorso agevole ma, personalmente, è un tentativo che condivido. Non posso non evidenziare, infatti, che secondo me i parlamentari in Italia sono troppi. E, inoltre, soprattutto con le recenti leggi elettorali, oggi tutto rappresentano fuorché il territorio. 

Ma per ridurre questo numero di parlamentari occorrerà una riforma costituzionale e, eventualmente, un referendum confermativo. Storia già vista. Di conseguenza, almeno al momento, tutto è solo fuffa. Tanto più che quando c'è stata la possibilità di abolire il Senato la netta maggioranza degli italiani ha votato No solo ed esclusivamente (come tutti sanno) per fare un dispetto a Matteo Renzi. 

Che, certo, se fosse stato più accorto e meno egocentrico non avrebbe personalizzato quella che sarebbe stata una riforma istituzionale di tutti, e non una vittoria politica personale. Eppure, a pensarci, oggi avremmo 315 parlamentari in meno e, soprattutto, non avremmo più il "bicameralismo perfetto" e la "navetta" tra Camera-Senato. Ma questa è un'altra storia. Quella attuale che la propaganda fa male alla salute. E al fegato.

giovedì 24 gennaio 2019

Terme: muoviamoci, altrimenti nella dicotomia tra colpevolisti e innocentisti sarà il nostro specchio a rivelarci la verità

Ieri a Vesper al Cinema abbiamo parlato delle Terme di Sciacca, di quello che significano sul piano simbolico, di come sono state bistrattate su quello economico, sfruttate su quello politico, consumate su quello pratico.
Vent'anni dopo la legge che sancì la necessità di privatizzarle, siamo ancora qui a parlare di errori del passato e prospettive per il futuro. E ancora: gestione, affidamento, riconversione, rilancio, danni. 
La Regione, proprietaria delle Terme, le ha utilizzate per finalità essenzialmente politico-clientelari. Anche istituendo una Spa presto avviata alla liquidazione (tuttora in corso) che ha costretto il governo a ricomprare beni che erano suoi pur di poter riunificare i beni da mettere a bando. 
Politica che se l'è scialata, dunque. Fino a quando, però, le vacche sono diventate talmente magre che la stessa politica alla fine è stata indotta a "toglierci mano" chiudendole. Ripartendo daccapo. Perché nel frattempo il precedente governo (meno male che era di centrosinistra) ha tentato piuttosto goffamente di consegnare il patrimonio al comune, attribuendogli però compiti sovradimensionati, permettendoci di scoprire che alcuni degli immobili (perfino le stufe vaporose) non erano nemmeno accatastati.
Oggi è giunto il momento di una spinta civica, quella che è mancata da parte di una città che da sempre, come dimostra d'altronde lo stesso avvento dei social, preferisce giudicare più che agire. 
Ora basta. Occorre agire, riconquistare il nostro
orgoglio. Altrimenti è perfettamente inutile continuare a cercare un altro colpevole: sarà sufficiente guardarci allo specchio.

lunedì 21 gennaio 2019

Il film su "Van Gogh" come apoteosi dell'instabilità della mente e della narrazione

C'è la perfetta rappresentazione dell'apoteosi dell'instabilità nello splendido film di Julian Schnabel "Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità" con, protagonista, uno straordinario Willem Dafoe nei panni del grande pittore olandese. 
L'instabilità della mente di Van Gogh fa il paio con quella della narrazione per immagini a cui fa ricorso il regista, che indugia in un uso movimentato, quasi parossistico della macchina da presa, quasi obbligando lo spettatore a guardare ai fatti con gli occhi del protagonista.
Un lungometraggio che spiega l'arte inarrivabile del pittore attraverso il suo vissuto, le sue esperienze personali, i suoi rapporti con gli altri. Come a dire che l'uomo è ciò che lascia ai posteri: la sua visione del mondo, una sorta di filosofia immaginifica. 
In proiezione alla Multisala Badia Grande stasera e domani alle 20,15.

domenica 13 gennaio 2019

Incontro i giovani perché anche io alla loro età avrei voluto qualcuno che lo facesse

Sono reduce da una serie di incontri pubblici che mi hanno visto coprotagonista di alcuni incontri con i giovani, perlopiù studenti. Con loro ho parlato di temi culturali e di quelli riguardanti il rispetto delle regole nel lavoro del giornalista. Ho dovuto togliere del tempo ai miei numerosi impegni personali e professionali per potere rispettare questi appuntamenti. Ma l'ho fatto con grande trasporto emotivo, dando la precedenza ai giovani, considerandolo un dovere morale oltre che civico. "Ai giovani non posso dire di no", mi sono ripetuto. 
Lo racconto perché i ragazzi sono lo specchio migliore del mondo di oggi. E anche io alla loro età avrei voluto avere un'opportunità di questo genere: confrontarmi con il mondo adulto, quello delle professioni e dell'esperienza, con particolare predilezione per la conoscenza. Un "vizio" che non mi sono mai tolto, e che ancora oggi mi vede organizzare iniziative in favore della conoscenza e dell'analisi dei fatti culturali attraverso presentazioni di libri e trasmissioni televisive, come quelle che da questa stagione ho portato al cinema, con un esperimento che mi sta dando moltissime soddisfazioni e che continuerà.  

Il carcere duro: perché il dibattito sul singolo caso Cospito si sta estendendo sulla norma nella sua interezza

Avere trasformato la singola questione riguardante lo sciopero della fame dell'anarchico Alfredo Cospito in un dibattito (con molte, tro...