giovedì 8 novembre 2018

Dell'imparzialità e della ragione: Brecht come simbolo di chi è minoranza

"Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati". L'attualità del celebre aforisma di Bertolt Brecht dice molto di una società che, più che all'inizio del ventesimo secolo, rifiuta di analizzare i fatti, preferendo liquidarli con la pancia, più che con la testa. Talvolta vengo "rimproverato" di eccessiva partigianeria politica quando, invece, facendo il giornalista, dovrei essere - mi viene detto - "imparziale". Vorrei soffermarmi su questo fatto.Se, di norma, a invocare l'imparzialità è chi imparziale non è, è utile tuttavia cercare di fornire una chiave di lettura la più intellettualmente onesta possibile. L'imparzialità non risiede tanto nell'assenza di convincimenti, quanto nel provare a non trascurare alcuna delle voci dei protagonisti dell'agone politico. Quando si fa questo si fa tutto. Ecco, personalmente ritengo di avere sempre garantito l'ampiezza del dibattito, offrendo lo spazio a tutti, nell'interesse di un'informazione completa, ancorché non esente da possibili errori di valutazione (diffido da sempre dei sedicenti infallibili). L'ampia premessa è necessaria per evidenziare che, come molti di voi sapranno, non mi sento assolutamente in sintonia con le posizioni politiche della Lega, oggi il primo partito italiano, capeggiato dal ministro dell'Interno Matteo Salvini. Non mi sento in sintonia con questo partito per ragioni di orientamento politico e culturale, nonché di impostazione dell'attività di governo che, personalmente, considero di destra, se non in qualche caso di estrema destra. È innegabile, tuttavia, che dal punto di vista giornalistico questa forza oggi meriti tutta l'attenzione necessaria, dal macro al microcosmo. A Sciacca, alle elezioni politiche dei primi di marzo, per dire, il simbolo della Lega, senza nessuno che facesse campagna elettorale, ha ottenuto 700 voti. Da allora è iniziata l'inevitabile "rincorsa" dei dirigenti di questo partito nei confronti di possibili luogotenenti che potessero assumerne un ruolo di rappresentanza. Tutti sanno che il più corteggiato è stato l'ex sindaco Mario Turturici che, però, ad oggi ha preferito indugiare rispetto ad una discesa in campo che, con ogni probabilità, non sente nelle sue corde. L'indicazione di Vincenzo Catania a presidente del circolo è, comunque, un momento importante nella vita pubblica, che potrebbe aprire anche a possibili riposizionamenti politici all'interno del Consiglio comunale. Darò tutto lo spazio necessario a queste dinamiche, nel rispetto delle persone che credono in questa politica. Sarà questa la mia "imparzialità". Credo sia sufficiente a rispettarci vicendevolmente. Su Facebook (almeno là) esprimo opinioni personali.Dal giornalista non si deve pretendere asetticità, ma onestà intellettuale, nella necessaria separazione tra fatti e opinioni. E concludo così come ho iniziato: dall'aforisma di Bertolt Brecht. Che mi fa pensare che il successo straordinario della Lega sia l'ennesimo esempio, come lo fu il Pd di Renzi, della straordinaria voglia dell'italiano di salire tempestivamente sul carro del vincitore. 

mercoledì 24 ottobre 2018

Destra e Sinistra esistono ancora, se non nei partiti nei principi e nelle convinzioni di ciascuno di noi

Da qualche tempo mi capita di leggere, qua e là, considerazioni piuttosto critiche sul valore delle ideologie. "Destra e Sinistra non esistono più", si dice da anni. Critiche che, peraltro, nella loro impostazione, sono state "benzina sul fuoco" dell'escalation di consensi attorno al MoVimento 5 Stelle (non è una critica, ma una semplice constatazione). 
Eppure non sono convinto che Destra e Sinistra non esistano più. Esistono eccome. E questo, dal mio modesto punto di vista, esula dal problema di una semplice, ancorché non semplicistica, rappresentatività partitica. Questo passaggio è fondamentale, perché vuole tracciare, nel mio ragionamento, una linea di demarcazione netta tra l'ideologia politica e il suo contenitore di riferimento (il partito o il movimento). 
Scrive il filosofo della politica Norberto Bobbio, nella parte del suo libro "Destra e Sinistra" dedicata alla distinzione politica fondata su "Eguaglianza e Libertà", che il criterio più frequentemente adottato per distinguere la destra dalla sinistra è il diverso atteggiamento che gli uomini viventi in società assumono di fronte all’ideale dell’eguaglianza, che è, insieme a quello della libertà e a quello della pace, uno dei fini ultimi che si propongono di raggiungere e per i quali sono disposti a battersi. Aggiunge, poi, il prof. Bobbio, che a questo contrasto di scelte ultime si accompagna anche una diversa valutazione del rapporto tra eguaglianza-diseguaglianza naturale ed eguaglianza-diseguaglianza sociale. L’egualitario parte dalla convinzione che la maggior parte delle diseguaglianze che lo indignano, e vorrebbe far sparire, sono sociali e, in quanto tali, eliminabili; l’inegualitario, invece, parte dalla convinzione opposta, che siano naturali e, in quanto tali, ineliminabili.  
Sono considerazioni di tipo oggettivo, scevre da ogni giudizio. Tendono ad affermare il principio che i valori contenuti nelle ideologie appartengono alla sensibilità, ai principi etici e alle convinzioni  di ciascuno di noi. Idee che, naturalmente, non dovrebbero certo venir meno di fronte alla eventuale loro ridotta rappresentanza all'interno di questo o quel determinato partito. 
Ne consegue, dunque, che risulta oltremisura difficile, a fronte di una fisiologica delusione che può emergere quando non rileviamo una perfetta rispondenza tra le nostre aspettative e la linea politica di un partito che dovrebbe rappresentarci, beneficiare del nostro consenso elettorale un soggetto politico che persegue un'ideologia non tanto diversa della nostra, quanto totalmente antitetica. Non appare credibile, di conseguenza, aldilà di una larghezza di vedute sui generis, chi, pur rivendicando una discutibile appartenenza "alla Sinistra", consegna il suo consenso a partiti che perseguono (legittime, s'intende) politiche di Destra. Vale anche al contrario, naturalmente. 
Furbescamente, quando "scese in campo", Berlusconi si intestò una ideologia del Liberismo di destra. Quello che, per dire, oggi non ha più una grande rappresentanza, soprattutto a fronte di un'idea libertaria che, storicamente, promuove un'idea di libero mercato, taglio delle tasse ma, al tempo stesso, diminuzione della spesa pubblica, pareggio di bilancio (addirittura!) e calo delle prestazioni previste dallo stato sociale. Direi che la strada intrapresa dal governo tuttora in carica (dove la componente di Destra è particolarmente forte) vada in una direzione completamente opposta. 
Se è vero, dunque, che nell'immaginario collettivo "Destra e Sinistra non esistono più", è anche vero (secondo me) che viviamo in un'epoca in cui a prevalere è la marmellata ideologica, quella che contamina le antiche distinzioni oggi in campo con spruzzate di idee reazionarie de noàntri nella Sinistra, e zaffate di dittatura del proletariato all'amatriciana nella Destra. 
È il segno dei tempi, si dirà. Anche perché, per fortuna, le Elezioni sono fatte per stabilire chi debba andare a governare, e il risultato scaturisce dall'adesione della maggioranza degli elettori a questo o a quel programma. Non tutti i cittadini, legittimamente, possiedono convinzioni ideologiche così chiare e nette, ed è giusto che la società sia così. 
Ma se affermiamo, o premettiamo, di avere nella nostra testa idee politiche ben definite, allora è bizzarro farle aderire a programmi di opposta natura. Se è, il nostro, un voto di protesta (non ci trovo nulla di male), si abbia almeno il coraggio di dirlo, senza arzigogoli lessicali che sembrano far emergere solo un certo pudore. Del tipo: "Sono di sinistra, ma basta con tutti questi migranti". No, se affronti il problema (è innegabile che lo sia) in questo modo, tutto sei fuorché "di sinistra".
Massimo D'Antoni

sabato 13 ottobre 2018

Esegesi (in salsa privata) dell'accidia come lavacro della propria coscienza

A tutti sarà capitato, la prima volta che ci furono elencati i sette vizi capitali, domandarsi: "Che cos'è l'accidia"? E a molti sarà occorso, pur avendone poi conosciuti i connotati, dimenticarsi, più o meno puntualmente, di cosa si trattasse. E allora il promemoria è d'obbligo: l'accidia (dal greco "senza cura") è il simbolo dell'indolenza, della noia, dell'inerzia. Una parola che racchiude in sé concetti diversi: malinconia, apatia, pigrizia. Ma non è la versione "religiosa" dell'accidia che oggi voglio trattare. Anche se, sul piano squisitamente filosofico, lo stesso legame tra la visione mistica e quella terrena potrebbe essere elemento di discussione piuttosto stimolante. 

C'è un fenomeno che, più degli altri, considero preoccupante. Sto parlando dell'accidia contagiosa. Di quel processo, cioè, che trascina anche i più volenterosi nella direzione della nullafacenza, come una specie di piccola onda anomala affatto intensa. Nel senso che se solo lo si volesse gli si potrebbe resistere serenamente. C'è, per dire, un tipo di accidioso che non tollera chi rifugge dalla pigrizia. Trova, così, un'energia inopinata, prodiga di consigli non richiesti.

Attualizzando, trovo che risenta di un certo carattere accidioso anche il dibattito sociale e politico, soprattutto nella parte che impera sui social. Il sentimento prevalente sembra essere quello vendicativo, quello cioè di chi, identificandosi in un certo pensiero dominante, riesce a lavarsi la coscienza col sangue degli sconfitti. Il tutto sull'altare di un moralismo che, talvolta, ha la coda di paglia. Dove non sono pochi coloro che inneggiando alla gloria purificatrice hanno, comunque, uno scheletro piuttosto ingombrante dentro l'armadio della propria memoria. 

E così, tra frequentatori di segreterie politiche e in qualche caso notissimi beneficiari di raccomandazioni nei posti che contano della pubblica (e privata) amministrazione, la discussione che ne scaturisce non può che essere viziata, se non contaminata, dal dubbio che la rabbia odierna sia solo il lavacro interiore per tentare affrancarsi e rifarsi una verginità. Sembra strano, eppure non so esprimendo un giudizio. "Mondo è stato e mondo sarà", come si diceva una volta. Mi piacerebbe, tuttavia, che certi privilegiati smettessero i panni dei "reverendi fustigatori di costumi". 

giovedì 27 settembre 2018

Menfi, 1985: una storia di due vite perdute devastate dalla droga e dalla violenza

Maria Celeste aveva appena 24 anni il giorno in cui fu uccisa. Febbraio era agli albori, non erano certamente giornate tiepide quelle che si stavano vivendo a Menfi agli inizi di quel dannato 1985. Purtroppo aveva un grave problema, Maria Celeste: era una tossicodipendente. E lo era anche il marito Giovanni. Anche lui ventiquattrenne. Due ragazzini diventati adulti troppo presto. Bruciando le tappe, concludendo anzitempo la parabola della loro giovanissima esistenza. Sì, perché anche Giovanni fu ucciso. Fu un agguato feroce, spaventoso. Ne scaturì un autentico massacro. 
Maria Celeste e Giovanni erano andati insieme in contrada Magaggiaro, nei pressi di quel bosco che è uno dei polmoni verdi che garantisce ossigeno a questo splendido scorcio di Sicilia. La Fiat 128 dei due giovani si fermò vicino una vecchia cava. Era lì che, probabilmente, avevano un appuntamento, evidentemente il più lontano possibile da occhi indiscreti, con degli spacciatori. Forse i due ragazzi dovevano rifornirsi di stupefacenti, in parte per se stessi, in parte da destinare a loro volta al piccolo spaccio sul territorio. Pratica inevitabile per potere reggere la propria condizione di assoluta debolezza e bisogno. Ma qualcosa andò storto. Oppure, chissà, era proprio così che dovevano andare le cose, questo non lo si appurò mai. Forse gli accordi furono disattesi, oppure il negoziato prese una direzione sbagliata, oppure ancora Maria Celeste e Giovanni udirono o videro cosse che non avrebbero dovuto né sentire né tanto meno osservare. Anche se ciò che accadde appare ancora oggi assolutamente sproporzionato. Fatto sta che mentre il corpo della povera Maria Celeste veniva raggiunto da una successione impressionante di colpi di pistola, il marito tentava di mettersi in salvo. Si mise a correre, Giovanni. Ma non poté macinare che poche centinaia di metri. Fu raggiunto vicino ai primi pini della macchia, cadendo anche lui sotto i colpi di calibro 38 che lo centrarono alla schiena. Fatale, probabilmente, quello che lo raggiunse alla testa. Maria Celeste era stata ferita alla spalla. Avrebbero potuto darle il colpo di grazia, evitandole ulteriori sofferenze. E invece no. Il corpo della giovane fu dato alle fiamme. Era ancora viva mentre il fuoco le devastava il corpo. Morì così, Maria Celeste. Una vita perduta, immolata sull'altare della violenza e della droga, come dimostrarono i resti delle siringhe carbonizzate ritrovate nella tasca del suo cappotto. Vite perdute non solo quelle di Maria Celeste e Giovanni. No. Quel giorno in contrada Magaggiaro di vita si spezzò anche quella del piccolo che la ragazza portava in grembo. Una pagina di violenza inaudita che la nostra storia purtroppo ha dimenticato troppo presto.

domenica 16 settembre 2018

Purtroppo non saranno pochi quelli che dilapideranno il loro reddito di cittadinanza in videopoker e gratta e vinci

Essendo il reddito di cittadinanza "la promessa delle promesse elettorali" del Movimento 5 Stelle, sarà inevitabile arrivarci, prima o poi. Non condivido lo spirito di questa operazione. Lo condividono, però, tanti italiani che hanno votato per i grillini. È di questo che voglio parlare.A livello di ammortizzatori sociali l'Italia è tra i paesi europei che hanno fatto scuola: dall'indennità di disoccupazione agli assegni familiari.

Il reddito di cittadinanza è una cosa leggermente diversa. Io la considero una forma di assistenzialismo che, pur con tutti i correttivi che si stanno studiando, non fornisce prospettive incoraggianti. Di Maio continua a dire che al terzo lavoro rifiutato dal beneficiario il sostegno verrà revocato. Mi sembra una visione semplicistica e preoccupante.

Per dire: se ci fosse tutto questo lavoro da offrire, come mai ci sono così tanti disoccupati? Non sarà forse che sarà possibile "offrire" i soliti lavori da sfruttamento e calpestamento della dignità? Cosa funziona sul piano politico? Creare condizioni di sviluppo o dare un sostegno economico? La domanda, naturalmente, è retorica. Tanto più che, proprio in riferimento alla platea di chi potrà accedere al reddito di cittadinanza, ci saranno soggetti che non esiteranno a dilapidarlo in videopoker e gratta e vinci.

Il ministro dell'Economia Tria (scelto da chi governa, non certo da me) continua a predicare prudenza, perché soldi non ce n'è, e se si vuole evitare la bancarotta bisogna toglierli altrove per finanziare questo provvedimento. Non è un tema facile, ma viene considerato un elemento irrinunciabile né negoziabile, nel senso che il governo potrebbe perfino cadere. Dubbi, infatti, ne ha a iosa Matteo Salvini che, pure, a "gioco d'azzardo" politico può fare scuola, visto che anche le sue proposte sono dei salti nel vuoto (flat-tax e abolizione della Legge Fornero su tutte).

martedì 11 settembre 2018

Dopo quel giorno nulla fu più lo stesso. Non a caso, ad ogni successivo attentato in varie parti del mondo, i capi di stato hanno commentato: "È questo il nostro 11 settembre". Le successive teorie complottiste hanno solo cercato di rendere tragicomica quello che era "solo" un dramma immane. Furono ben altri i complotti orditi dagli Stati Uniti. Per esempio quello dell'11 settembre di ventotto anni prima, che attraverso il generale Pinochet, "burattino" di Nixon e Kissinger, devastò Santiago del Cile, attentando alla Democrazia, provocando la morte, prima della destituzione, del presidente socialista Salvador Allende, oltre a quella di altri sessantamila cittadini inermi. Due pagine vergognose della nostra storia che non vanno dimenticate.

sabato 8 settembre 2018

Se perfino in Svezia "chiagnono e fottono" allora è vero che il mondo è più malato che mai


"Chiagni e fotti" è un'interpretazione seria della vita che solo i napoletani potevano dare. Tende a dare l'idea di chi, piangendosi addosso, di fatto sta assai meglio di quanto non si immagini. È uno dei temi che manifestano l'ipocrisia al livello più alto. A rendere figurata questa immagine in anni recenti furono sicuramente le lacrime della professoressa Elsa Fornero quando, presentando la sua discussa riforma pensionistica, non riuscì a trattenere il pianto. Il tutto illuminato dai flash dei fotografi. L'assunto, assolutamente arbitrario, s'intende, era che, nel concreto, del destino dei "classe '52" in realtà non gliene importasse un fico secco.

Ma dalla politica alla letteratura, passando per le narrazioni cinematografiche. l'abbinamento tra "piangere e fottere" permette di capire molto dell'uomo e delle sue frustrazioni. Come, ad esempio, del bisogno di dover dimostrare che i propri guai sono indubitabilmente più gravi di quelli degli altri. È facile trovare quelli che parlano, assai più complicato è riuscire a selezionare coloro che hanno la capacità di ascoltare. A meno che non lo facciano per mestiere, ma quelli sono "fuori concorso".
È una specie di deriva culturale quella nella quale stiamo andando a finire. Ed è in questo quadro che sto pensando alla Svezia, storicamente la più grande socialdemocrazia dell'Occidente. Una società che per secoli ha assistito il cittadino, dalla culla alla tomba, ma che oggi sembra essere pronta a svoltare a destra, quella dalle origini addirittura neonaziste. Perché, evidentemente, non è sufficiente fare tutto quanto è necessario per il proprio popolo se, poi, quel popolo che, pure, non è certo tra i più depressi del mondo dal punto di vista economico e da quello culturale, comincia a lamentarsi e a cambiare registro. Una reazione a cosa? Allo sviluppo? O, forse, più probabilmente, siamo solo di fronte all'ennesimo simbolo di una recrudescenza xenofoba che sta ammalando perfino i paesi più evoluti? Attenzione: è chiaro che occorra analizzare questi fenomeni sociologici in modo più serio che attraverso un banale blog. Ma l'idea che perfino a Stoccolma abbiano iniziato a piangere e fottere mi fa capire che il mondo è più malato di prima.

venerdì 24 agosto 2018

Cinquant'anni dopo il pugno chiuso di Smith e Carlos i diritti umani sono ancora all'anno zero

La vita intera è una contraddizione digeribile. Questa frase del poeta tedesco Friederich Hebbel si attaglia all'attuale dibattito sull'emergenza della nave Diciotti e sui migranti tenuti sostanzialmente in ostaggio da Matteo Salvini, con la compiacenza di colui che sarebbe il ministro competente sui porti (Danilo Toninelli) e nel silenzio imbarazzato di un premier (Giuseppe Conte) troppo preoccupato di venire smentito dai suoi padroncini per potere agire come si addice ad un uomo di Stato. Quando l'ha fatto è stato su sollecitazione del presidente della Repubblica.
Questa vicenda conferma che per Salvini la questione è politica e di consenso. Una questione che ne alimenta l'aura di leader che sta interpretando l'insoddisfazione latente di chi attribuisce ai migranti la responsabilità dei propri problemi. A costo di non vedere i dati reali, quelli che nel corso degli ultimi anni hanno visto ridursi vertiginosamente gli sbarchi sul territorio nazionale. Superfluo indugiare sugli aspetti umanitari che, stando ad un recente sondaggio, stanno facendo perdere popolarità perfino a Papa Francesco. 
Che società siamo diventati, quindi? C'è chi dice che la gente è più cattiva. Non lo penso. In realtà il salvinismo ha solo fatto venire fuori quell'anima un po' intollerante del popolo italico che dopo il Fascismo si è sforzata di rimanere latente, più o meno timorosa di essere additata come razzista ma, in fondo, convintamente suprematista, in barba al catechismo. Matteo Salvini, però, ha commesso un grave errore politico. Ha autorizzato lo sbarco dei minori non accompagnati a bordo solo dopo che lo aveva detto il presidente della Camera Roberto Fico. Mostrando al tempo stesso un grande nervosismo, a cui ha accompagnato la minaccia di dimettersi (e, giocoforza, aprire la crisi di governo) nel caso in cui Sergio Mattarella tornasse a permettersi l'ardire di ordinare al presidente del Consiglio di sostituirsi al suo ministro. Un ministro che non sa dove abiti di casa la sobrietà, visto che da buon populista comunica con i suoi ammiratori attraverso le dirette Facebook. Faccio 
Lo ammetto: alla fin fine criticare Salvini rischia di essere solo un esercizio di stile, che si inquadra in un dibattito immaturo, dove la polemica politica è inquinata da una raffica di frasi fatte e di considerazioni dietrologiche che dimostrano un ritardo culturale spaventoso. Così come spaventosa mi sembra la risposta di Luigi Di Maio, che "minaccia" l'Unione Europea di non erogare più i 20 miliardi di finanziamento che spettano all'Italia. Non capendo (ma no, lo capisce benissimo) che il suo è solo l'atteggiamento di chi dopo aver collocato la mina antiuomo ci cammina sopra.
Ma oggi voglio rendere omaggio alla battaglia antirazzista di due grandi sportivi, gli atleti americani Tommie Smith e John Carlos. A Città del Messico, alle Olimpiadi del 1968, arrivarono rispettivamente primo e terzo. Entrambi colored, all'inno nazionale degli USA alzarono il pugno guantato, simbolo della battaglia dell'Olympic Project for Human Rights. Battaglia di un popolo, quello afroamericano, applaudito per vincere le medaglie ma poi irriso ed emarginato nella società americana. 
I fatti odierni, purtroppo, dimostrano che non abbiamo imparato ancora nulla.

giovedì 9 agosto 2018

La filosofia del sospetto non risparmia nemmeno le associazioni di volontariato. Che tristezza!

È un tempo, quello che stiamo vivendo, nel quale la cultura del sospetto sta sempre più surclassando quelloa della coscienza. È un fatto umano, che probabilmente si inquadra nel bisogno dell'uomo di costruirsi una sua verità, oltre ogni razionalità, oltre perfino ogni dato empirico. Fu il francese Paul Ricoeur il primo a parlare di "Filosofia del sospetto". Lo fece dopo avere elaborato le scuole di pensiero di alcuni tra i più grandi pensatori del diciannovesimo secolo: Marx, Nietzsche e Freud. La sintesi consiste nel “sospetto che dietro ai fenomeni culturali e alle norme e idee morali, si nascondano meccanismi di altra natura, motivi diversi da quelli dichiarati, cioè interessi economici, desideri o pulsioni istintive". 
Forse esagero a scomodare i grandi pensatori per cercare di fornire una (mia) chiave di interpretazione dei fatti moderni. Ma il passato aiuta sempre a capire il presente. Oggi il sospetto, sempre più diffuso come sorta di chiave del pensiero moderno, rischia di trasformarsi in una autentica arma di distruzione di massa delle coscienze, del libero arbitrio, della valutazione oggettiva dei fatti. Una questione nella quale, naturalmente, sguazzano i politici, puntualmente alla ricerca di spiegazioni verosimili verso scenari che molto spesso sono solo immaginifici. Certo, talvolta il sospetto "ci azzecca", generando una vanagloria esagitata in chi, di fatto, alla fine della fiera si era limitato solo a tirare ad indovinare.
Tra le deviazioni più pericolose del "sospetto" (sicuramente di quello fine a se stesso, esercitato spesso da persone che hanno problemi di natura personale) c'è sicuramente quella che si suggella nella mancata accettazione della realtà. Di quella realtà (parlo di quella oggettiva) che non corrisponde a quella sospettata ma che, tuttavia, non verrà mai presa in considerazione. È uno degli scenari nei quali si inserisce quella che abbiamo imparato a conoscere come post-verità, quella generata dalle fake-news ma che, di fatto, è diventata non più smontabile. 
C'è una specie di primazia del sospetto che disegna una contemporaneità fagocitata da una realtà che fa della contrapposizione politica il suo pane quotidiano. Tocca alla cultura cercare di invertire questa tendenza. Ma è una lotta impari. Perché se il sospettoso pensa che dietro una critica giornalistica ci sia un complotto, o che dietro un'azione pacifica riguardante l'organizzazione di un'iniziativa ci sia una conventio ad excludendum, c'è poco da fare per convincerlo del contrario. Ci sono soggetti che contestano presunte cospirazioni ai loro danni additando soggetti che, nella realtà, non sapevano nemmeno dell'esistenza dei primi. 
L'ho fatta troppo lunga, e me ne scuso. La politica moderna ha reso il dibattito complicato. I protagonisti di ieri avevano le spalle molto più larghe. Quelli di oggi si considerano intoccabili, perfino quelli che, di fatto, sono solo il due di coppe nella briscola a spade. Ma a deludermi di più oggi non è la politica, ma l'attività sociale. Perfino nei sodalizi improntati sul volontariato e sulle battaglie civiche stanno proliferando protagonismi e sospetti. Ed è questa la deriva più grave che la Filosofia del sospetto ha preso. Che tristezza. (nella foto: Cary Grant nel capolavoro di Hitchcock "Il Sospetto")

martedì 24 luglio 2018

Il Parlamento sarà inutile? Pubblico alcuni dei commenti che ho ricevuto dopo il mio post

Pubblico molto volentieri alcuni dei commenti che ho ricevuto oggi dopo la pubblicazione del mio articolo sulle dichiarazioni di Casaleggio. 

Affiora nella superficiale prospettiva indicata da Casaleggio junior una povertà dottrinaria e una evidente carenza di cultura politico costituzionale. Siamo alla follia. Gli interpreti della intoccabilitaà del bicameralismo paritario oggi si presentano come le vestali di una democrazia zoppa e senza organi costituzionali ma con potere legislativo: e' la precondizione per un salto nel buio, e' la esaltazione di un preoccupante percorso verso l'autoritarismo. 
Nuccio Cusumano
ex sottosegretario di Stato

Mi viene da pensare una cosa: bicameralismo no; Italia senza Parlamento no. Ma quando ci fu il referendum per snellire il Parlamento e abolire il Senato, perché non è si raggiunse il quorum? Perché si pensó che fosse una riforma "renziana" e, quindi, tutti contro Renzi. Io non sono renziana, ma ho votato Sì per l'abolizione del Senato. Ma forse siamo vecchi, come dice don Fabrizio Corbera a Chevalley. Io sono di Santa Margherita, e non posso non citare il Gattopardo. 
                                                                                                                                       Teresa Giaccone
                                                                                                                                                  architetto

Credo che Casaleggio nella sua riflessione si riferisca a scenari futuristici. Tutti hanno in mente un progetto di società perfetta, anche Marx e gli ideologi del comunismo sognavano una società più equa. Purtroppo nessuno ha la facoltà di prevedere il futuro. Invito Massimo a dormire sonni tranquilli.
                                                                                                                                Salvatore Interrante
                                                                                                                                            imprenditore


Se in un'Italia 4.0 i fuori sede non riescono ad esercitare il loro diritto divoto perché una forma di voto online non si è ancora saputo/voluto realizzare... figuriamoci una forma di governo online!
Giuseppe Marciante
insegnante

Purtroppo gli adepti del Movimento 5 Stelle giustificano e accettano qualunque stupidaggine "pensata" dai loro guru. Casaleggio e Grillo saranno la rovina dell'Italia. 
Giovanna Quartararo
insegnante

Cosa la tecnologia possa determinare, nel rapporto fra chi gestisce il comando e chi lo subisce, è quesito posto all'rdine del giorno. La libertà di ognuno di noi oggi è limitata da ciò che in apparenza sembra aumentarne le possibilità di esercizio, ossia la rete di interconnessione. Occorre ripartire dalle fondamenta per verificare se la novità in realtà non sia la rovina. La capacità critica di ogni individuo è il punto di partenza di ogni sistema contrario alla dittatura. La sovranità di un popolo non sta nel decidere chi comanda, ma nel giudicare l operato del suo mandatario. Un popolo senza rappresentanti è sottoposto alla dittatura, non potendo più esercitare il suo potere di giudizio. In Italia vi è l'oligarchia da più di cinquant'anni, ed oggi i populisti non sono una risposta ma una conseguenza. 
Giuseppe Raso
avvocato

I veri "visionari" sono quelli che amano l'umanità fino al punto da immaginare utopie per cambiare il mondo. Non sono certo quelli che addestrano intere generazioni di giovani attraverso i social nell'odio verso gli altri, nella rabbia e nell'invidia nei confronti di chi ama e si nutre di cultura. I visionari hanno un progetto di mondo dove c'è posto per tutti dove  non esiste la diversità. Se il "pallone Rousseau" è la loro visione del mondo, dobbiamo augurarci che si sgonfi presto. La democrazia diretta è  realizzabile nelle piccole comunità come le poleis greche, e non certo dai sovranisti. Questo è il delirio dell'ignoranza che vuole dominare il mondo, che non sa cos'è la politeia, un termine troppo nobile e dotto che non esiste nel loro vocabolario. Sono convinti che le costituzioni per cui tanti hanno lottato e sono morti, siano carta per appunti utili al momento per opportunismo politico, e carta straccia dopo qualche tempo. Abbiano almeno la decenza di fondare una Università di apprendistato, possibilmente 5 Stelle, per studiare, e forse passerebbero alla Storia.
Angela Scandaliato
storica

Bisognerebbe ricordare a questa gente che ipotizza tali scenari, che la democrazia è mediazione, pluralismo e pluralità, convergenza, ascolto, ma anche conflitto, fatica, fallimento, errore, soprattutto responsabilità. In una parola: la democrazia è complessità. Gli strumenti istituzionali di cui gli italiani hanno potuto fruire fin qui l’hanno assicurata, nel bene e nel male, in mezzo a mille sbagli o a dietrofront ideologici. In un’epoca come la nostra, si dimentica che informazione pervasiva non è conditio sine qua non di comunicazione. Quest’ultima, infatti, implica reciprocità, responsabilità e bidirezionalità. L’informazione superficiale, che spesso interessa i webnauti, non è mai frutto di sedimentazione condivisa e compresa di significati. Questo è il vero fraintendimento che si nasconde dietro la tentazione di sostituire organi tecnici come il Parlamento con sondaggi online o pseudo-consultazioni telematiche.
Lilly Tortorici
insegnante


Il carcere duro: perché il dibattito sul singolo caso Cospito si sta estendendo sulla norma nella sua interezza

Avere trasformato la singola questione riguardante lo sciopero della fame dell'anarchico Alfredo Cospito in un dibattito (con molte, tro...